Come si faPerché i consigli per la tesi di Eco sono ancora popolarissimi

Nonostante il libro sia uscito oltre quarant’anni fa e malgrado il mondo accademico sia cambiato, soprattutto per le tecnologie a disposizione degli studenti, il cuore dell’opera dello scrittore italiano è ancora valido: la ricerca è un’occasione, forse l’unica, per interagire in una conversazione intellettuale con il mondo

di Becca Tapert, da Unsplash

In Italia la prima edizione risale al 1997. Negli Stati Uniti la prima traduzione è arrivata nel 2015, a distanza di 37 anni. Nel frattempo “Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco non ha perso il suo fascino, anche se molte delle situazioni che descrive – l’uso di schede di lettura, la scrittura a macchina, perfino l’impiego delle fotocopie – sono state superate dalla tecnologia.

La sostanza, spiega questo articolo del New Yorker che aveva accompagnato la sua uscita in America, è rimasta la stessa. Oltre ai consigli pratici, che educano alla precisione e alla cura nella ricerca, nella catalogazione delle fonti e nell’organizzazione del lavoro (tutte cose utilissime anche soltanto come forma mentis), quello che emerge nella trattazione è l’idea che il processo stesso della ricerca sia un ingresso e un dibattito con il mondo, un modo per iniziare una conversazione critica con la realtà del passato e del presente servendosi di un metodo serio e, nel limite del possibile, della propria intelligenza.

Questo lo distingue da tutti i manuali, molto diffusi nelle università anglosassoni, sulla corretta dicitura delle fonti, sull’ordine delle citazioni e sulle norme grafiche di impaginazione e paragrafazione. Perché dentro c’è anche tutto questo, come è ovvio. Ma in più c’è l’idea che la tesi sia un percorso di autorealizzazione personale, con cui si impara a misurarsi con il sapere altrui e con le proprie capacità critiche. La prima tesi, spiega Eco, è come il primo amore, non si scorda mai, e come nelle prime storie d’amore non è il risultato che conta (quasi tutte finiscono male) ma il processo. Ciò che si impara e ciò che si diventa.

Tutto questo avviene nel tempo. Occorre trovare un relatore che non cerchi di sfruttare il tesista e riuscire a trovare una biblioteca adeguata. Dopodiché, occorre affinare il processo di ricerca, cominciare da una prima bibliografia, muoversi a tentoni, segnare le direzioni fruttuose e cancellare quelle sbagliate. Ogni scelta è frutto di un esame critico, ognu dubbio richiede verifiche e controprove.

Ciò che rimane non è solo uno scritto, abbastanza lungo, che sarà letto da pochissime persone, buono per gli archivi dell’università o, nei casi migliori, per una riduzione ad articolo scientifico. È l’idea che, come premette lo stesso Eco nella sua introduzione alla seconda edizione, del 1985, «si può usare l’occasione della tesi per recuperare il senso positivo e progressivo dello studio, non inteso come raccolta di nozioni ma come elaborazione critica di una esperienza, come acquisizione di una capacità (buona per la vita futura) a individuare i problemi, ad affrontarli con metodo, a esporli secondo certe tecniche di comunicazione».

Il tutto è costellato da piccole perle, consigli scanzonati forse utili ma di sicuro divertenti. Come quello di lavorare su un autore contemporaneo come se fosse antico e su un autore antico come se fosse contemporaneo. Oppure quello di sfuggire all’alibi della fotocopia, ossia la trappola di fare troppe fotocopie e poi non leggerle. È un classico trucco psicologico: il cervello è soddisfatto dopo la fatica della fotocopiatura, quando la parte più importante – la lettura – viene trascurata. L’unica soluzione, spiega Eco, è leggere il prima possibile.

Oppure ancora, l’umiltà di sapere che le idee, forse le migliori, si possono trovare anche in fonti inaspettate su cui si hanno pochissime aspettative: a lui era capitato di trovare, da studente, un’intuizione importante in un libretto comprato su una bancarella.

Nell’edizione del 1985 correggerà il tiro: l’idea non l’aveva trovata sul libretto, precisa, ma l’aveva elaborata lui grazie a quella lettura. A livello inconscio ne aveva attribuita la paternità all’autore, quando in realtà era stato, al massimo, «un ostetrico». Segno che i pensieri vagano nel tempo, nello spazio e nella nostra stessa memoria. Cambiano forma, modo e autore. L’accademia impone di riferire una fonte, ma la realtà è che ciò che conta davvero è mantenere la conversazione.