Storia di un genocidioIl mio diario di prigioniera in un gulag cinese

Per tre anni Gulbahar Haitiwaji è stata incarcerata, sottoposta a violenze e a centinaia di interrogatori, esposta alla fame, al freddo, alle torture, a una sterilizzazione forzata e a dodici ore al giorno di propaganda cinese. Il suo libro (pubblicato da Add) racconta da dentro l’azione di repressione di Pechino contro la minoranza uigura, attuata con il pretesto di soffocare il terrorismo

AP Photo/Mark Schiefelbein

Sono stata punita ma non so perché. Un mattino la guardia è entrata e mi ha incatenata alle sbarre del letto, senza una parola. È stato quindici giorni fa. Da allora vivo seduta contro la testiera del letto di ferro, con le natiche nella polvere. Riesco a distendermi sul materasso soltanto di notte.

Attorno a me, la vita della cella 202 ricomincia indefinitamente sotto il neon instancabile che annulla la nozione del giorno e della notte. La prigionia è dunque questo: un ciclo di pasti insulsi portati da cuochi sordo-muti selezionati per la loro disabilità in modo che non rivelino ciò che accade qui. Zuppa di riso o farina di mais, zuppa di cavolo, pane secco, uova una volta alla settimana.

Sono molto dimagrita, abbastanza perché le punte delle mie dita si sfiorino quando mi stringo la vita. La prigionia è anche una sfilata di zombie dal volto scavato che vagano qua e là nelle tute arancioni da carcerate. La stanza si svuota e si riempie come il vecchio lavandino che condividiamo. Di giorno, la voce cinese sbraita nell’altoparlante. Ordina ciascuno dei nostri movimenti, sempre seguiti dalla testa rotante della telecamera. Di notte mi perseguita nelle due-tre ore di sonno che riesco ad accumulare.

Quando sono arrivata, due mesi fa, eravamo in nove. Oggi siamo più o meno una trentina, quasi tutte uigure. I nomi mi sfuggono. Una di loro è stata alla Mecca, un’altra è accusata di aver venduto cd religiosi proibiti, altre di aver preso parte a un matrimonio senza alcol o al compleanno di un’amica che indossa il velo. Ogni giorno Ayshem mi aiuta a lavarmi e a fare i bisogni. Mi porta il secchio. Mi asciuga i capelli con una pezza di spugna. Da un po’ ha cominciato a chiamarmi “mamma”.

Esistono soltanto gli interrogatori, imposti secondo una regolarità che ci sfugge, per rompere la monotonia mortale del nostro quotidiano. Sono la mia unica speranza. La garanzia che da qualche parte, in un commissariato dello Xinjiang, ci siano poliziotti che esaminano il mio fascicolo e valutano le accuse che pesano su di me. La certezza che in Francia Kerim, Gulhumar e Gulnigar smuovono cielo e terra per sapere dove mi trovo. Più mi interrogano, meno rischio di essere dimenticata.

Nella cella 202, ogni convocazione è un evento. La voce al microfono chiama il numero di matricola. «Numero sette, interrogatorio!» La numero sette si allontana dal gruppo e si avvicina alla porta, di cui si sentono già cigolare i chiavistelli. Gli sguardi si rivolgono a lei, sospesi tra l’ansia e l’invidia. Capita che, a volte, qualcuna non ritorni più. Spariscono all’improvviso come sono arrivate, una sera d’inverno, sotto il neon accecante. Non sappiamo mai cosa ne è stato di loro. Vengono liberate? Alcune vogliono credere di sì. Io non ho un’opinione. Quando chiamano il mio numero, la paura di essere condannata a morte mi serra ogni volta la gola. Ma ne dubito. Quello che so è che il mio fascicolo dà loro del filo da torcere.

Mi hanno convocata tre volte. «Sono tante», mi hanno detto le ragazze della cella. «È un buon segno», ha persino azzardato Ayshem. Kerim sarebbe fiero di me. Non abbasso la guardia davanti ai poliziotti. Non crollo mai. Forse è proprio per questo che mi hanno incatenata al letto. L’ultima volta mi sono spinta troppo oltre.

È stato qualche giorno fa. Per andare alla sala degli interrogatori occorre costeggiare un corridoio senza finestre con il pavimento rivestito in linoleum. I poliziotti mi ammanettano le mani dietro la schiena e mi coprono il viso con un passamontagna di lana nera maleodorante. Attraverso la maglia scorgo le celle allineate lungo il corridoio. 204, 206, 208. Credevamo fossero vuote. Invece no, sono piene fino a scoppiare, come la 202. Chi sono tutte queste persone ammassate in ogni cella? A sinistra si svela un altro corridoio: quello delle sale d’interrogatorio. Ticchettio di serrature, porte che vengono aperte con un gesto pesante. Una mano invisibile mi sfila il passamontagna. Eccomi di fronte ad Ablajan, uno dei poliziotti che mi interrogano dall’inizio.

È uiguro, un tipo smilzo di un metro e settanta dal volto chiaro ed emaciato. Non indossa la divisa. Il suo sorriso potrebbe essermi simpatico se da due mesi e mezzo a questa parte non fosse il mio boia. Come ogni volta, ordina alle guardie di farmi sedere di fronte a lui. Come sempre, i due che mi scortano obbediscono senza troppi riguardi. Assicurano i miei polsi doloranti a due morse avvitate sui braccioli, poi lasciano la stanza. Ci divide una parete sormontata da una schiera di sbarre. Alla sua sinistra c’è una cartelletta rossa piena di fotografie e di fogli volanti con un timbro in basso. Il mio fascicolo.

Ogni volta il braccio di ferro ricomincia da quel gesto: Ablajan apre il plico di fogli sotto i miei occhi, lo sfoglia noncurante schiarendosi di tanto in tanto la voce nel silenzio della sala, come se storcesse il naso su una foto o un documento. Sembra un giocatore che esamina le proprie carte e ne soppesa punti forti e punti deboli.

In mezzo alle foto c’è quella di Gulhumar che sventola la bandiera azzurra del Turkestan orientale durante la manifestazione parigina. Gli occhi ridenti e il sorriso smagliante, infilati tra una busta paga e un contratto d’affitto. È la spina dorsale del plico di fogli, l’unico motivo per cui mi tengono prigioniera. Nel corso degli interrogatori, Ablajan la tira fuori a più riprese e la mette in mostra in un angolo del tavolo. Va avanti per ore a rimarcare le domande con la stessa frase senza appello: «Tua figlia è una terrorista». Per ore, io ribatto con fermezza la stessa risposta: «No, mia figlia non è una terrorista. Non so perché fosse a quella manifestazione».

Allora, per fiaccare il mio spirito già provato, mi tende delle trappole. La conversazione si sofferma su alcuni dettagli della nostra vita da rifugiati in Francia: «È bella la vita in Francia? Che lavoro fai?». All’improvviso mi sbatte sotto il naso l’immagine di un uiguro esiliato all’estero.

«E lui, lo conosci?» «Mai visto.» «E lei? Lui?» «Ti ho detto che non li conosco.» È falso. A volte nel rosario di fotografie scattate durante le manifestazioni nelle capitali europee compare un volto noto o amico. Ma nego sempre. Se lascio che Ablajan si insinui in quella breccia, sono finita: riferirebbe ai suoi superiori che frequento «terroristi». Finirei dritta in prigione. O peggio, giustiziata.

Allora continuo e stringo i denti, paro i colpi. Non mi lascio più cogliere di sorpresa dagli stratagemmi. Conosco tutti i trucchi. Le foto si accumulano alla rinfusa davanti a me. La sua collezione di volti mi lascia sbigottita: donne della mia età, uomini dell’età di Kerim, ma anche facce giovani, di adolescenti. Che cosa abbiamo fatto di male? La Cina perseguita gli adolescenti uiguri in tutto il mondo. Che minaccia rappresenta un adolescente esiliato? Il Partito comunista ci dà la caccia come fossimo topi.

Più riesco a reggere il confronto, più mi rendo conto che il voluminoso fascicolo pieno di capi d’accusa non è altro che un’esca per intimidirmi. Spesso la conversazione si sposta su una marea di dettagli amministrativi che risalgono al 2006, all’epoca in cui abbiamo lasciato lo Xinjiang.

Ablajan si perde nel pozzo senza fondo delle procedure che precedono ogni partenza per l’estero: mettere in affitto il nostro appartamento, far interrompere la scuola alle ragazze, il congedo non retribuito dalla compagnia. La sua aria sospettosa e le sue domande idiote mi irritano. Sono in prigione per «disordini di gruppo contro l’ordine pubblico» e questo funzionario mi parla di scartoffie?

«Perché la Francia ti ha dato un permesso di soggiorno di dieci anni?»
«Non lo so, è la procedura standard quando si è stranieri.» «Il tuo passaporto valeva solo cinque anni.» «L’ho fatto rinnovare all’ambasciata.» «La Francia protegge i terroristi come te?»
«Non lo so, devi chiederlo a loro!»

È chiaro che non hanno molto su di me. Prova ne è che le minacce e le intimidazioni diventano presto la trama di queste giornate trascorse davanti alla cartelletta rossa. In quei momenti, quando sento che la stanchezza sta per avere la meglio, penso al coraggio di Rebiya Kadeer. Il volto degli uiguri esiliati all’estero, tenuta prigioniera a Urumqi dal 1999 al 2005 per «rivelazione di segreti di Stato» dopo aver trasmesso documenti «sensibili» al marito, rifugiato politico negli Stati Uniti. Per noi prigioniere della cella 202 è un simbolo di coraggio. Dei sei anni di prigione, ne ha trascorsi due in isolamento in una cella di quattro metri quadrati sempre al buio. Pensare alla sua forza ne trasmette anche a me.

«In Francia abbiamo delle spie. Se menti, loro ci diranno la verità. Dovresti avere paura di noi.»
«Possono dirvi che sono innocente! Non ho paura perché non ho fatto niente!»
«Se continui a negare non tornerai mai in Francia, hai capito? Non rivedrai mai più tuo marito e le tue figlie.»
«Eh va bene, non è un problema, non è affatto un problema: se loro sono felici, lo sono anche io».

Quella volta penso di averlo innervosito. Le catene mi fanno male. Da quando sono incatenata al letto le caviglie si gonfiano. Nella cella 202 si avverte un’aria di primavera, anche se non ci sono finestre per constatarlo. La porta della nostra cella si affaccia su un cortiletto aperto su un quadrato di cielo. Di tanto in tanto le guardie ci autorizzano ad andarci a sgranchire le gambe.

Da un po’ di tempo, al freddo glaciale che sgretolava i muri è subentrata una brezza leggera, carica della polvere del deserto che ci secca le palpebre. Per una manciata di minuti calchiamo la terra battuta al ritmo degli ordini dell’altoparlante. Così imprigionata, mi manca persino quell’esercizio umiliante.

Sono come una delle pareti della stanza. Muta, contemplo il quadrato di spazio in cui camminano le ragazze. A volte le guardie si addolciscono, come se il clima meno rigido placasse il loro rigore. Prima della zuppa delle cinque, la sera, capita che una di noi abbia l’audacia di ballare. Qui la musica uigura è vietata. Nessuno osa chiederla. Allora qualcuna immagina le note dei canti che ci sono cari. Non le canticchiamo, ma a un tratto le sentiamo quasi risuonare nella stanza mentre le ragazze accennano qualche timido passo. Una di loro invita la vicina con un cenno della mano, e così via. La danza uigura si riprende i suoi diritti sui corpi, che si inarcano e volteggiano come per far ondeggiare le balze delle gonne. In occasione di queste brevi schiarite, i volti segnati dall’attesa si distendono.

Con un po’ di immaginazione riesco a distinguere le paillettes che scintillano sui gilet, la seta spiegazzata tra le gambe delle ballerine che saltellano da un piede all’altro, il ticchettio dei braccialetti che avvolgono i polsi. Sì, con un po’ di immaginazione rivivo il matrimonio di Gulhumar.

Mi piace guardare le mie compagne di cella, anche se a me non è mai piaciuto ballare. È bizzarro per un’uigura. Nello Xinjiang, tra il silenzio del deserto e il chiacchiericcio dei motorini, c’è sempre la musica, con i suoi naghras (tamburi), i sunays (oboi) e i dotârs (liuti). Si insinua negli angoli delle strade, nelle feste religiose e nei ricevimenti. Le voci gemono o esultano cullate dalle note. Non capisco perché ci lascino ballare qui, incastrate tra le piastrelle polverose e l’instancabile neon. Dopo averci rubato persino la dignità e il nome, perché dovrebbero lasciarci quest’ultimo piacere? Forse per togliercelo meglio qualche minuto più tardi. Forse anche per lasciarci credere che la volontà della Cina di far sparire la cultura uigura non è altro che un’illusione. Che ci saremmo inventati tutto.

Eppure noi, colpevoli di niente ma comunque colpevoli, siamo in prigione. È l’arte della repressione del Partito comunista cinese: bandire autorizzando. Correggere onorando. Imprigionare educando. Tra i nostri amici di Karamay, neanche uno poteva affermare con convinzione di essere discriminato sin dalla nascita. «Sono diventati cattivi, è vero», sussurrava a gennaio un nostro amico durante una cena, mentre io gli raccontavo seccata i miei problemi col passaporto. «Sì, è diventato sempre più difficile trovare lavoro, Kerim aveva ragione», mi diceva un altro. Ma come sempre le discriminazioni si perdevano nell’illusione di libertà. Il folklore della musica e della danza celebrato nelle cerimonie ufficiali dalle autorità della provincia o i complimenti degli han che lodano la bellezza delle donne uigure.

Quando la musica immaginaria si interrompe per il passo delle guardie o il gracidio del microfono che annuncia l’ora della zuppa, le donne rimangono ansanti per qualche secondo, con il collo teso. I corpi interrotti, sorpresi nell’intimità della danza, oscillano, ancora abitati dalle note che evaporano dalla 202. I respiri si fanno di nuovo regolari, la polvere riprende l’aspetto di una sottile pellicola che ricopre il suolo. Le menti tornano alla vita sbiadita e monotona della cella. Le donne si siedono alla turca, a volte in cerchio. Arriva la sera. Si levano bisbigli intrisi di ricordi di matrimoni e di feste. Il flusso dei sussurri è interrotto da qualche risata.

Spesso capita di parlare del dopo. Abitiamo uno spazio-tempo intermedio che finirà domani o tra cento giorni, chi lo sa. Accasciate le une contro le altre, con gli occhi lucidi, qualcuna parla della prigione. Hanno fratelli, zii, che sono già stati mandati laggiù. Le voci si strozzano nell’elenco di dettagli sordidi e sgradevoli: la tortura, il freddo, i topi, la fame, il buio. Ogni volta il mio cuore si fa pesante come pietra, il mio stomaco si stringe per l’angoscia. Non voglio andare in prigione. Se mi ci mandano, sprofonderò. Ci morirò.

Per fortuna le ragazze parlano anche di “scuole”: una sorta di uscita privilegiata dalla prigione. Dopo aver trascorso dieci anni in Francia, sono una novellina in materia di repressione. I parametri del bunker in cui si è trasformato lo Xinjiang mi sfiorano per la prima volta. Non avevo mai sentito parlare di questi misteriosi centri di formazione. Il governo li ha creati per “correggere” gli uiguri, dicono. E a quanto pare, anche per aiutarli a trovare lavoro.

Ma io non ho bisogno di un lavoro, vivo in Francia! E se anche vivessi ancora a Karamay, un lavoro ce l’avrei già! Sono ingegnera nel settore petrolifero. Nella cella 202 le donne raccontano anche che in questi centri si seguono lezioni tenute da professori han, come in una scuola normale. Dopo che la formazione è stata completata (può durare diversi mesi), le allieve sono libere di tornare a casa.

Immagino aule piene di studentesse dal viso rugoso e dagli occhi stanchi, i capelli neri disseminati di ciuffi bianchi, con indosso le divise nere e gialle, come quelle che, da piccole, Gulhumar e Gulnigar infilavano al mattino prima di andare alla scuola del quartiere a Karamay. Ho un brutto presentimento, ma da un po’ la fatica e l’angoscia hanno avuto la meglio sulla mia lucidità.

Cosa potrebbe essere peggio della 202? Le descrizioni delle mie compagne di cella mi affamano: i pasti, caldi e diversificati, sono serviti in un’ampia mensa che le allieve lasciano per raggiungere il dormitorio a inizio pomeriggio per un breve sonnellino, poi la sera per la notte. Nei bagni (da quant’è che non sento questa parola?), schiere di specchi accolgono i riflessi delle donne, autorizzate a pettinarsi e a truccarsi. E, soprattutto, le allieve possono telefonare alla loro famiglia. Se mi mandano in una di queste scuole potrò chiamare Kerim o mia sorella Madina. Potrei raccontare loro questo incubo da cui non riesco a svegliarmi.

Si avvicina l’ora di cena. Non ci sono orologi a confermarmelo, ma il mio stomaco vuoto si torce, come uno straccio bagnato che viene strizzato. Mentre le ragazze discutono delle diverse versioni delle scuole, altre si sono rimesse a gorgheggiare a voce bassa: «Fuori mi aspettano i miei genitori, devo vederli», canticchiano alcune, raggomitolate sul ciglio del letto. È una poesia uigura. La intonano a testa bassa, perché l’occhio instancabile della telecamera non veda muoversi le loro labbra. Altrimenti saranno accusate di aver pregato. Saranno trasferite in un’altra cella, incatenate alle sbarre del letto come me adesso. Altre piangono, silenziose e prostrate. All’interno del piccolo gruppo, una voce sentenzia, forte e lapidaria: «Se nel fascicolo c’è qualcosa che non va, ti puniscono. È la prigione. Se va bene, ti mandano a scuola».

Voglio andare a scuola. Dio mio, fa’ che mi mandino a scuola.

da “Sopravvissuta a un gulag cinese”, di Gulbahar Haitiwaji, Add editore, 2021, pagine 235, euro 18