Un problema politicoRitratto del complottista, militante confuso e infelice della pseudoverità

Frustrato e impotente di fronte a una società complessa, preferisce ritagliarsi una realtà alternativa, mai comunque verificabile. Erede caricaturale dell’illuminismo, non si rassegna alla mancanza di senso delle cose. Anzi, trova spiegazioni logiche (i complotti, appunto) anche quando non ci sono. Come spiega Donatella Di Cesare nel suo ultimo libro (Einaudi), il cospirazionista si compiace della sua presunta perspicacia e cura così il suo narcisismo ferito

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Il desiderio di trasparenza permea dal fondo la democrazia, la sorregge e insieme la inquieta. Chiarire, far luce, svelare, smascherare, sbrogliare, decifrare, risolvere – arrivare finalmente alla verità. Mai più misteri, menzogne, manipolazioni. L’apparenza sarà perfettamente conforme alla realtà. E ogni sospetto sarà superfluo.

I complottisti sono convinti militanti della trasparenza. Al contrario di quel che si potrebbe supporre, non fuggono nella superstizione, non evadono nell’irrazionalità, ma sono invece iperrazionali e si rivelano, a ben guardare, gli eredi più oltranzisti degli ideali illuministici. Tutto ciò che è nascosto deve essere messo allo scoperto. L’occulto, l’arcano, il recondito non hanno più ragione d’essere. Di più: il mistero deve essere abolito. Per dirla a chiare lettere (e con il consueto manicheismo): il Bene è il principio normativo della trasparenza e il Male quel che lo ostacola.

Sono le élite corrotte, le forze occulte, i media mistificatori. D’altronde il potere risiede nel segreto.

È stato Georg Simmel a sottolineare, in un suo importante saggio del 1908, gli effetti ambivalenti che nella vita sociale può esercitare il segreto. A questo proposito non si può fare a meno di ricordare che il latino secretum viene da secernere, ossia mettere da parte, separare, escludere; ciò che è segreto è separato, appartato, riposto e, in tal senso, viene tenuto nascosto. Simmel insiste su quella che chiama la «attrattiva del segreto», che conferisce sempre un che di esclusivo, accorda una posizione eccezionale. Il prestigio del segreto, il credito di cui gode, la suggestione che esercita, non dipendono perciò dal suo contenuto, che potrebbe infatti essere anche vuoto.

Il passo ulteriore – aggiunge Simmel – è un tipico errore, un rovesciamento sistematico, per cui agli occhi dei più ogni personalità superiore deve avere un segreto. Si suppone che chi ha potere abbia un sapere ulteriore e occulto. Ecco allora che il segreto viene esecrato, demonizzato. Eppure, non è il segreto a essere connesso con il male, bensì il male con il segreto. Il malvagio, l’immorale, il disonesto tenta di nascondersi; non vale, però, il contrario.

Si intuisce perché il segreto da un canto rappresenti una barriera, dall’altro sia un perenne stimolo a infrangerla. La tentazione di trasgredire, profanare, divulgare, fa già parte dell’attrattiva del segreto.

Ma lo stimolo al rischiaramento aumenta in modo iperbolico nella società democratica. La trasparenza, assurta a valore e norma, non può tollerare più nessun margine di oscurità, né alcun resto di opacità. Qui attecchisce il complottismo, che promette di cancellare con un colpo di spugna ogni mistero, di sciogliere immediatamente ogni enigma. Basta penetrare nel cuore del segreto per farlo sparire. Il che è possibile grazie allo schema collaudato del complotto, che garantisce chiarezza assoluta. Questa desacralizzazione risponde in tutto e per tutto allo spirito della modernità, all’obbligo più o meno esplicito di non nascondere nulla, all’imperativo incondizionato della «pubblicità».

Ma il tentativo di portare tutto alla luce finisce per sortire l’effetto opposto. Dietro ogni complotto svelato si presume un complotto più recondito. Mentre il mistero riaffiora, seguita a proiettarsi l’ombra dell’invisibile. Non più, però, nell’oltre divino, bensì nello spazio umano, che si popola di spettri, figure minacciose, nemici malvagi. Tutta l’invisibilità si condensa nel potere, per definizione occulto.

Così la società dell’informazione alimenta l’immaginario della società segreta. Ogni rivelazione mette allo scoperto un arcano ancora da rivelare. L’informazione diventa una macchina che produce un’oscurità più profonda. Perché è inesauribile la richiesta di rivelazione in un mondo che non è ancora riuscito a congedarsi dall’assoluto. Solo la certezza del complotto può dissipare ogni dubbio e interrompere la spirale. La trasparenza normativa è, dunque, l’altra faccia del complottismo.

L’illusione di aver trovato il bandolo della matassa, di essere giunti finalmente a capo dell’enigma, lascia presto il posto al disinganno amaro e alla frustrazione. Anziché essere un universo ordinato e leggibile, il mondo sembra precipitare di nuovo nel caos. Assurdità e non senso prevalgono, mentre ovunque riemergono non detti, zone d’ombra, domande senza risposta. È in questo scarto tra il sogno della trasparenza e il risveglio nel corso oscuro degli eventi, tra il miraggio dell’immediatezza e l’urto nell’opacità, che il complottismo fiorisce e prospera.

Il cittadino smarrito e disorientato, che non riesce a districarsi nella complessità crescente, che non sa vagliare e interpretare l’enorme flusso di informazioni da cui è investito, finisce per essere un potenziale complottista. Troppi dati, troppe notizie, e un vortice di versioni differenti, non di rado opposte. A chi credere? Certo non alla «versione ufficiale», quella dei media conniventi con i «poteri forti», complici di quelle «forze occulte», causa di ogni male, che hanno semmai tutto l’interesse a insabbiare ogni indagine e dissimulare le proprie responsabilità. Per scoprire la verità che c’è dietro occorre, anzi, oltrepassare la «disinformazione ufficiale». Chi si ferma lì è un ingenuo. «Si sa che ci ingannano», «si sa che ci dicono solo una parte», «si sa che ci nascondono le cose più importanti».

L’onesto cittadino guardingo si vota all’informazione alternativa, si destina all’inesausta decifrazione dell’attualità. Mette i panni dell’investigatore incorruttibile, del controesperto integerrimo, dell’eroico cercatore di verità. Così questo novello Sherlock Holmes, in grado di resistere a ogni lusinga, refrattario a ogni manipolazione, si avventura nei bui sotterranei del potere politico e mediatico. Abbraccia pienamente una visione poliziesca del mondo, tende le orecchie, affina lo sguardo per non lasciarsi sfuggire nessun indizio. S’improvvisa non solo detective, ma anche economista, virologo, climatologo, dietologo, storico, specialista di geopolitica, conoscitore di affari internazionali. Alla fin fine «la competenza non è che un’invenzione delle élite per mettere il bavaglio alla gente comune». E lui non cade, certo, nella trappola. È più perspicace, coraggioso e lucido di altri – pronto a denunciare senza riguardi, e a voce alta, il «sistema», i «poteri forti», il «Nuovo Ordine Mondiale».

Un po’ immodestamente confessa persino a se stesso quell’esaltante sensazione di appartenere a un’aristocrazia illuminata. La vertigine narcisistica del dissenso lo infervora: si sente investito da una missione sacra. Cerca la Verità contro tutto e tutti, notte e giorno. E aspetta di squarciare il velo.

Tra sogni e deliri di onniscienza e onnivigilanza, non perde mai un programma d’inchiesta, ama noir e gialli, fiction in controtendenza, ricostruzioni alternative della storia. Si guarda bene dal leggere i giornali del mainstream, per non essere manipolato, e approda presto sul web per aprire un blog e avere un proprio spazio dove pubblicare, senza tabù, documenti che si vorrebbe restassero segreti, prove schiaccianti di quel che si sospettava. Tutto torna. I follower aumentano.

da “Il complotto al potere”, di Donatella Di Cesare, Einaudi, pagine 120, euro 12