Usa, consuma, riciclaCome passare dall’economia del cowboy a quella dell’astronauta

Uscire dalla mentalità del prodotto per entrare in quella del servizio è la sfida dei prossimi anni. Il mondo dovrà adottare un approccio circolare, spiega Roberto Siagri nel suo ultimo libro (Guerini) basandosi sull’impiego del digitale con piattaforme neutre

di Daniele Levis Pelusi, da Unsplash

A febbraio del 2021, il Parlamento europeo ha votato il nuovo piano d’azione per l’economia circolare, chiedendo misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di gas serra, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera da sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050. L’economia circolare viene definita dal massimo organo istituzionale europeo come un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti, il più a lungo possibile.

I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico industriale lineare, che prevede la disponibilità di grandi quantità di materie prime ed energia facilmente reperibili e a basso costo. Le diverse caratteristiche dei due modelli sono state molto ben delineate da Masiero. In sostanza si dovrà passare da un modello lineare che impone il principio del «vai, prendi, realizza, consuma, elimina» a un modello circolare che promuove il principio dello «stai, adatta, usa, consuma, ricicla».

Il primo a introdurre il concetto di economia circolare nel lontano 1966 fu l’economista Kenneth Boulding in un suo articolo in cui delinea due diverse economie e per spiegarle fa ricorso a una curiosa ma efficace metafora, quella del cowboy e dell’astronauta:

• economia aperta «del cowboy» basata sulla produzione, sul consumo e sull’utilizzo massivo delle materie prime, economia che però produce molti rifiuti e inquina l’ambiente;

• economia chiusa «dell’astronauta» in cui la capacità produttiva si inserisce in un contesto di minimizzazione del consumo e dell’impiego delle risorse e si confronta continuamente con il concetto di un limite da rispettare.

Possiamo dire che l’economia aperta del cowboy ci riporta al modello industriale classico mentre l’economia dell’astronauta si presenta come l’economia del futuro, la culla di un modello di sviluppo davvero sostenibile, l’habitat nel quale si diffonderà l’economia circolare come una naturale conseguenza della digitalizzazione.

Il passaggio dal modello economico lineare a quello circolare si può rappresentare con un’analogia: i dati esercitano un «peso» sul modello lineare facendolo diventare circolare, senza che sia necessario fare altro. In sostanza è la digitalizzazione che, tramite il «peso» dei dati che produce, agisce su questa catena lineare piegandola fino a farla chiudere su se stessa. Ciò consente anche di superare la principale criticità del modello industriale classico, che consiste, con la vendita del prodotto, nel passaggio di «responsabilità» dal produttore al consumatore. Stahel ritiene che sia proprio il passaggio di proprietà l’elemento che incide maggiormente sulla sostenibilità.

Nel momento in cui scompare il passaggio di proprietà del bene dal produttore al consumatore, emergono le nuove necessità, che non sono più di mero consumo e di nuovo acquisto ma di uso, riutilizzo e risparmio. In questo modo, in primo luogo le risorse non sono più sacrificate e ciò ha conseguenze importanti.

Secondo Stahel, i beni di oggi saranno le risorse di domani, ai prezzi delle risorse di ieri. Il modello di business per raggiungere questo obiettivo è la vendita di beni come servizi. C’è quindi bisogno di passare al modello di business dei servizi che favorirà anche il disaccoppiamento dell’uso delle risorse dall’attività produttiva e dal benessere.

La modalità del presente è ancora quella accoppiata, e per questo motivo stiamo ancora generando tanta pressione ambientale perché sempre più bisognosi di risorse. A tale proposito, è interessante guardare all’andamento del Pil degli Stati Uniti confrontandolo con la quantità di materia richiesta per produrlo.

Il Pil Usa tra il 1990 e il 2010 ha richiesto sempre meno consumo di materia nazionale, dando l’impressione di un disaccoppiamento tra Pil e materia necessaria per produrlo. Il disaccoppiamento è però solo apparente, perché non appena andiamo a considerare anche la materia importata al lordo degli scarti, vediamo che un reale disaccoppiamento è ancora lontano.

Nonostante la produzione industriale negli Usa sia ancora accoppiata al consumo di materia e dunque la trasformazione digitale non sia ancora avvenuta, la società americana può dirsi già dentro il mondo dei servizi. In realtà dati simili si ritrovano anche in Europa e per certi aspetti possiamo dire che un po’ in tutto il mondo si nota questo tipo di trend, anche se è più marcato negli Usa.

da “La servitizzazione. Dal prodotto al servizio per un futuro sostenibile senza limiti alla crescita”, di Roberto Siagri, Guerini editore, pagine 184, euro 19,50