Bastian contrarioL’opportunismo dei partiti europei nelle politiche di libero scambio

Uno studio di Epicenter mostra come le formazioni politiche dei paesi mediterranei votino allo stesso modo quando l’Ue fa accordi commerciali con paesi terzi. A prescindere dall'orientamento politico chi è al governo è sempre a favore dei Free Trade Agreement, chi è all'opposizione ha giudizi scettici e sfavorevoli

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«Senza l’assistenza e la cooperazione di molte migliaia di persone l’essere più meschino di un paese civile non potrebbe godere nemmeno del tenore di vita di cui comunemente gode, che noi erroneamente riteniamo semplice e facile». Le argomentazioni in favore del libero scambio sono note agli economisti sin dai tempi in cui Adam Smith scrisse queste parole. Spesso, però, politici ed elettori tendono a ignorarle o a dimenticarle.  

A dispetto dei grandi benefici che un commercio più libero produce per un’economia, la liberalizzazione degli scambi incontra infatti una forte opposizione da parte di partiti e gruppi d’interesse.

Un recente studio di EPICENTER mostra l’atteggiamento dei partiti del Sud Europa, tra cui l’Italia, nei confronti delle politiche commerciali. Le policy riguardanti il  commercio internazionale rappresentano una competenza dell’Unione Europea e la Commissione assume un ruolo-guida nei negoziati in merito agli accordi di libero scambio, i Free Trade Agreement (FTA). 

Il Parlamento europeo si pronuncia poi per ratificare gli FTA una volta che sono stati perfezionati. Alcuni accordi inoltre richiedono la ratifica degli Stati membri, quando previsto dalla loro costituzione.

Come votano dunque i parlamentari italiani in Europa e nel proprio parlamento nazionale? I voti dei partiti presenti nei Parlamenti di Grecia, Italia e Spagna, così come quelli dei loro rappresentanti nel Parlamento europeo, mostrano diverse somiglianze. 

Ad esempio, hanno la tendenza ad appoggiare gli Accordi di libero scambio quando sono al governo e a opporsi quando sono all’opposizione; questo indipendentemente dal loro orientamento politico. In tutti e tre i paesi, esistono partiti che sfruttano i timori di stampo populista in merito al lavoro e all’ambiente e che sono suscettibili di subire le pressioni di interessi costituiti.

È difficile dunque capire quando un partito si schieri a favore o contro gli FTA per ragioni opportunistiche o ideologiche. Sembra infatti che i partiti politici di opposizione vedano gli accordi di libero scambio come una sorta di sconfitta politica, per cui tendono a opporsi, sfidando la maggioranza di governo a fare lo stesso. 

Ma quando hanno la responsabilità di stare al governo, gli stessi partiti, nonostante il disagio che possano avvertire, tendono ad allinearsi con quello che è percepito come un interesse superiore.

Insomma, quando un partito è all’opposizione ogni occasione è buona per contrastare l’operato del governo, a prescindere dall’argomento. Tuttavia, quando il partito d’opposizione salta dall’altra parte della barricata, cambia posizione più prontamente che su quasi qualsiasi altro argomento.

Nello studio di EPICENTER sono state raccolte informazioni relative al comportamento di voto dei maggiori partiti politici italiani sugli accordi di libero scambio ratificati dal Parlamento italiano nel periodo 2009-2019. 

È interessante notare come i partiti di opposizione, in particolare Movimento 5 stelle e Lega, abbiano cambiato il loro atteggiamento nei confronti del commercio internazionale quando sono entrati nel governo.

Se l’atteggiamento dei partiti nei confronti degli accordi di libero scambio è segnato spesso dall’essere o meno al governo, un altro elemento che caratterizza il loro operato riguarda l’essere o meno un partito populista. I partiti tradizionali, non populisti, tendono infatti ad avere un atteggiamento positivo nei confronti delle ratifiche degli FTA. Tuttavia, se il Partito Democratico ha votato la ratifica degli accordi commerciali a livello nazionale, il comportamento di voto dei parlamentari del PD sulla scena europea ha rivelato l’esistenza di divisioni interne.

Ma per quale motivo molti politici tendono a essere critici o scettici sul libero scambio? Come viene scritto nello studio di EPICENTER, «l’opposizione agli FTA può provenire da due fonti: l’ideologia e l’interesse (percepito) di ristretti gruppi di pressione. Possono essere compenetrati l’una nell’altro, ma in ultima analisi hanno driver ed efficacia differenti. 

«I partiti populisti – si legge sempre nel report – hanno una maggiore probabilità di essere avversari ideologici del libero scambio e fanno leva sulla loro ideologia avversa al commercio internazionale per entrare in contatto con interessi costituiti che possono sostenerli con donazioni o altre forme di supporto elettorale». 

«Analogamente, frange di dissenso all’interno di partiti non populisti possono trovarsi nella necessità di mostrare la loro opposizione agli FTA allo scopo di entrare in contatto con gruppi di pressione, che sono stati o possono diventare parte della loro base elettorale e assicurarsene il sostegno».

I gruppi sociali che tendenzialmente si oppongono al libero scambio sono tre: le imprese che hanno una presenza consolidata nel mercato, le categorie di lavoratori più sindacalizzate che potrebbero perdere le proprie rendite a causa della maggiore concorrenza e i gruppi ambientalisti. Se per ragioni di consenso i partiti cercano di intercettare questo malcontento circoscritto a tali categorie, la speranza è che la maggioranza degli elettori non perda mai di vista il fatto che, se negli ultimi due secoli abbiamo visto una generalizzata crescita del benessere, ciò è stato possibile anche grazie al libero scambio.

Proprio alla luce dei vantaggi diffusi del commercio internazionale, spesso come si è visto ignorati (volutamente) dai partiti, in un altro documento pubblicato pochi giorni fa sempre da EPICENTER, vengono inoltre avanzate proposte per far avanzare più speditamente le ratifiche degli accordi di libero scambio attribuendo maggiori poteri alla Commissione, compensati da alcune garanzie: ad esempio, definire all’inizio dei negoziati un set minimo di regole sugli aspetti ambientali; coinvolgere i governi nazionali e locali in modo partecipativo e prevedere forme di dibattito pubblico sui contenuti dei trattati, proprio per far comprendere anche agli elettori l’importanza del tema.