Gli intoccabiliLa magistratura è l’unica istituzione che non controlla la qualità dei suoi funzionari

Le disfunzioni della giustizia italiana non vengono mai ricondotte alla scarsa efficienza di chi dovrebbe farla funzionare. Le riforme sono rapide quando si tratta di comprimere i diritti di chi subisce il processo, ma s’incagliano quand’è il caso di intervenire sulla disinvoltura di chi lo dirige

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Vogliamo ipotizzare che a causa delle disfunzioni della giustizia si ponga, oltre che la voglia dei criminali di farla franca, oltre che il lavorìo dei loro complici, cioè quei farabutti degli avvocati, oltre che la vasta cospirazione della politica corrotta, oltre che il garantismo peloso, oltre che il neoliberismo e il cambiamento climatico e il malocchio, anche un pizzico di responsabilità di chi opera in quell’amministrazione, e cioè i magistrati?

No, perché se c’è un’ipotesi esclusa risolutamente da tutta la chiacchiera che si fa in argomento è questa: e cioè che il costume della magistratura, il normale disbrigo del servizio giudiziario, il livello di efficienza personale degli addetti alla giustizia possano essere anche solo vagamente da mettere sul conto delle cose che non vanno in quel settore.

Non c’è inefficienza amministrativa di cui si discuta senza dare un’occhiata almeno distratta al curriculum e al profitto di quelli che la gestiscono: salvo appunto il caso della magistratura, un ambito di potere impassibile non si dice al controllo di qualità, ma persino all’idea che i difetti per cui si segnala il sistema possano dipendere anche solo in misura pulviscolare dal contributo negativo del funzionariato in toga.

È per effetto di questa indipendenza e autonomia della magistratura da qualsiasi regola, da qualsiasi criterio di controllo ed efficienza, da qualsiasi obbligazione giuridica, sociale, civile di rendere conto del proprio operato, che le riforme in materia di giustizia prendono e mantengono un corso forzato e veloce quando si tratta di comprimere i diritti di chi subisce il processo e invece s’incagliano quand’è il caso di intervenire sull’abitudine alla disinvoltura di chi lo dirige, e cioè il magistrato-untouchable.

In un ribaltamento radicale di prospettiva si procede, così nel civile come nel penale, allo scrutinio delle soluzioni migliori secondo che esse soddisfino o disturbino il meno possibile l’interesse di quella categoria, puntualmente gabellato per interesse comune poiché, notoriamente, la giurisdizione non costituisce un servizio pubblico ordinario, ma la missione di un esercito apostolare che spazza via i corrotti, rimette in sesto l’economia marcia, tiene pulite le liste elettorali esposte all’insidia mafiosa e – perché no? – sorveglia qua e là, tra un rastrellamento e l’altro, che le multinazionali in mano agli ebrei non somministrino troppa acqua di fogna spacciandola per vaccino.

È tutta roba che sta comoda ora, senza le riforme di cui si vagheggia la portata epocale, e che si accomoderà identicamente a riforme approvate. Buone per altro, magari (mica tutte e mica sempre), ma comunque orientate a lasciare intonso il libro del privilegio giudiziario.

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