Il rogo perfettoPerché cambiamento climatico e disboscamento hanno reso gli incendi una calamità

A ogni latitudine del mondo si segnalano foreste e boschi in fiamme, con una frequenza e superfici interessate mai visti prima: dalla California fino al Vecchio continente, per cambiare rotta dobbiamo anzitutto capire qual è il problema

Le notizie di incendi che arrivano da tutto il mondo sono ormai all’ordine del giorno, diventando sempre meno scandalose e suscitando perfino una certa indifferenza. Molti paesi, ultimamente, hanno sofferto per il divampare di roghi: il Brasile, la Russia, l’Italia, la Grecia, la Turchia, l’Australia, oltre che l’Oregon e la California negli Stati Uniti.

In queste ore, in California si sta consumando uno degli incendi più grandi e distruttivi della storia del paese. A dimostrazione che il problema si sta aggravando in maniera molto seria e in tempi brevi, ricordiamoci che 9 dei 20 incendi più violenti della storia si sono sviluppati nel 2020.

L’incendio che sta attanagliando la California e che sta bruciando un milione di acri è stato ribattezzato Dixie Fire. Interessa un’area pari a quella dell’intero stato del Rhode Island. Quindici anni fa i corpi forestali combattevano incendi che, all’epoca, erano circoscritti ad aree di 100mila acri, ma oggi sono 10 volte più grandi. Il corpo forestale sta impiegando risorse economiche e aiuti da parte di volontari mai visti in precedenza. Solo negli ultimi mesi è stato speso ben oltre 1 miliardo di dollari per far fronte all’emergenza.

Quello che sta succedendo in California può essere paragonato a una vera e propria guerra: migliaia di persone sono sul campo per combattere le fiamme, bulldozer vengono impiegati per tagliare le aree infuocate e circoscrivere i danni. Tutto ciò che riguarda questi incendi ha a che fare con numeri record: i budget monetari, il numero di persone coinvolte, il numero di mezzi utilizzati, i galloni di acqua spruzzati, i danni provocati. 

Nuovi altissimi budget sono stati approvati per la gestione degli incendi e per la salvaguardia delle aree verdi. A settembre Il presidente americano Joe Biden ha dichiarato che gli incendi sono un pericolo grave per la nazione e ha promesso di dedicare più aiuti finanziari e militari al problema: verranno aggiunti al budget forestale 8 miliardi di dollari. In generale, I costi legati alla questione del cambiamento climatico a ogni latitudine hanno raggiunto cifre altissime: solo negli Stati Uniti si parla di 99 miliardi di dollari nel 2020.

Che cosa avrebbe pensato Prometeo, titano della mitologia greca che rubò il fuoco a Zeus per darlo agli uomini, vedendo che il pianeta blu sta andando a fuoco? E ha ragione Greta Thunberg, profetessa del clima, nel dire che il nostro pianeta, la nostra casa sta andando a fuoco?

Proviamo ad analizzare il fenomeno: che cosa è un incendio, perché ne capitano così tanti, come mai se ne sente parlare più del solito e perché esso ha a che vedere col cambiamento, o meglio, l’emergenza climatica? 

Innanzitutto c’è da affermare che gli incendi sono fenomeni naturali piuttosto comuni e frequenti, fanno parte del ciclo ecologico, e sono, in realtà e di per sé, un sintomo “sano” del sistema forestale perché hanno la capacità di ripulirlo. Scaturendo generalmente da fulmini o, più raramente, da autocombustione, gli incendi possono essere considerati “pulitori” perché provvedono, insieme ad altri agenti come i funghi, all’eliminazione di detriti organici prodotti dalle foreste. 

La differenza fra gli incendi “sani” e quelli di cui siamo spaventati e impotenti testimoni oggi è la loro scala: l’estensione delle aree riarse è diventata nettamente superiore rispetto al passato.

Secondo gli studi sugli incendi condotti negli Stati Uniti da Paul Hessburg, ricercatore forestale, è cambiata la morfologia della foresta. Guardando fotografie scattate negli anni Trenta, i panorami forestali dell’Oregon e delle aree adiacenti non mostrano affatto una folta foresta compatta e sovrappopolata di alberi, anzi quello che emerge chiaramente è una distribuzione a macchia del territorio in cui si riconoscono aree aperte di prateria, alternate a fitte chiazze di foresta. Questo panorama si è sviluppato, naturalmente, nel corso di migliaia di anni, con un intervento artificiale assai limitato. La conclusione che ne traiamo è che le popolazioni native hanno saputo usare il fuoco a loro vantaggio per centinaia di anni, senza alterare gli equilibri ecologici.

Nel 1910, In seguito a un importante incendio, il cosiddetto Big Burn che ha distrutto tre milioni di acri toccando ben tre Stati diversi, la guardia forestale americana ha applicato un meccanismo molto efficiente di monitoraggio e di estinzione degli incendi naturali. La tecnica ha funzionato talmente bene che il 95-98% degli incendi veniva intercettato ed estinto sul nascere, impedendo così agli incendi “sani” di bruciare il prodotto di scarto della foresta. Dopo la seconda guerra mondiale è iniziata una aggressiva politica di abbattimento di alberi da legna, per ovvi motivi economici. Sono stati abbattuti molti alberi antichi, quelli che oggi sono definiti da Suzanne Simard «Mother Trees», presenti nella regione da centinaia di anni e quindi abituati a sopravvivere all’aggressione naturale del fuoco. Tutto ciò ha portato le foreste a presentare profondi mutamenti morfologici.

In questo nuovo scenario ci troviamo di fronte una foresta più fitta, perché composta da alberi giovani cresciuti rapidamente dopo l’abbattimento degli alberi più antichi e dotati di scarsa resistenza al fuoco. Le aree aperte che avrebbero potuto aiutare a circoscrivere le aree riarse sono scomparse. In più, data la mancanza dei periodici incendi pulitori, il sottobosco è oggi troppo ricco di legname e materiale organico, pronto a prendere fuoco rapidamente. 

Il cambiamento climatico ha portato a periodi prolungati di siccità: l’aumento delle temperature ha aggravato la situazione essiccando più velocemente materiale biologico che, di conseguenza, diventa facilmente materia combustibile.

La somma di questi fenomeni ha trasformato gli incendi in eventi molto più violenti e distruttori, capaci di bruciare aree molto estese di un dato territorio.

Anche il fuoco, come ogni elemento della natura, obbedisce a leggi ecologiche che, se disattese, lasciano il posto a caos e distruzione. Gli incendi, oltre a bruciare e distruggere ecosistemi, liberano nell’atmosfera l’anidride carbonica che per secoli le foreste avevano assorbito e trasformato: non solo, infatti, gli incendi fanno mancare la  vegetazione, elemento essenziale per l’assorbimento dell’anidride carbonica, ma liberano essi stessi anidride carbonica mediante la combustione. Il danno innescato è doppiamente pericoloso.

Nei notiziari mi ha colpito come i corpi forestali si non mossi a proteggere gli antichi alberi di l’iconico parco nazionale delle sequoie giganti con coperte di alluminio per ritardare l’effetto delle fiamme. Sono immagini forti che parlano di un mondo che sta cambiando in tempi record.  Osservando il nostro pianeta in una scala percettiva diversa, viene naturale associarlo a un organismo vivente malato, e la causa della sua malattia siamo proprio noi cosiddetti, gli Homo sapiens.

La temperatura che sale è l’organismo Terra che ha la febbre, i fuochi sono le sue infiammazioni, I virus sono i suoi anticorpi. Nell’immensità dell’universo, la Terra non è altro che una piccola cellula piena di vita: sta a noi decidere come voler continuare il nostro percorso sulla sua superficie.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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