Slow motionNel regno del tartufo umbro e della lana Sopravvissana

Arroccato tra i dolci rilievi appennini e il monte Serano, c’è Pettino, un paese di poche anime dove il tempo sembra essersi fermato. Tra pecore al pascolo e tesori della terra, viaggio nell’Italia dei borghi sconosciuti

A circa un’ora di macchina da Perugia e a una trentina di chilometri da Spoleto, arroccato tra i dolci rilievi appennini e il monte Serano, c’è Pettino, piccolo borgo di mille ettari fondato nel 1486 dalla famiglia che acquistò la proprietà per rivendicarne l’indipendenza da Trevi e oggi frazione più alta del comune di Campello sul Clitunno. A guidare la comunità, composta da qualche decina di residenti più alcuni abitanti che soggiornano alcuni mesi l’anno, circa 250 pecore di razza Sopravissana, diversi cani pastore e da tartufo e qualche animale da cortile, c’è una delle discendenti della famiglia fondatrice, Francesca Chiacchiarini, prima donna in seicento anni a ricoprire il ruolo di presidente eletta e anima di Wild Foods Italy, la fattoria attorno alla quale ruota tutto il villaggio.
Uno statuto che ha radici nel passato e ancora contribuisce a regolare i rapporti nella comunità, dove Chiacchiarini è l’imprenditrice – una volta si sarebbe detto il capofamiglia! – a cui sono affidate le decisioni economiche e organizzative. Pettino rispetta al massimo eredità e tradizione ma lo fa nel modo più contemporaneo possibile, senza isolarsi dal resto del mondo, anzi comunicando al meglio quello che ha da offrire. Ad esempio, i tartufi neri che nascono ai piedi di querce, carpini, cerri, faggi, lecci, che vengono scovati da Luca Altana e dagli altri cavatori grazie al fiuto infallibile di Vespa e Picchio, che corrono a recuperarli in cambio di qualche biscotto.

«Grazie ai prodotti della nostra terra possiamo sopravvivere in maniera indipendente, una sussistenza davvero a km zero, dall’orto all’acqua di fonte, fino ai prodotti animali», racconta Chiacchiarini, mentre mostra i cuccioli di pastore maremmano che la mamma ha nascosto sotto a un trattore e che una volta cresciuti diventeranno i principali alleati del villaggio contro i lupi. Non che questi minaccino l’uomo, quanto, piuttosto, il gregge di pecore Sopravissane (da Visso, comune marchigiano da cui si sono diffuse in passato) che pascola sulle verdi colline che circondano il villaggio. Discendenti della razza merino spagnola e francese, importata nel Centro e Sud Italia, in particolare nelle Marche, all’epoca della dominazione e incrociata con le razze locali, costituiscono insieme alla pecora Gentile di Puglia la varietà con la lana di tipo merinos e più fine che possiamo trovare in Italia.

Gli allevatori nei decenni scorsi non hanno quasi mai puntato su questa particolare razza, più adatta a produrre lana e ottima carne che grandi quantitativi di latte, la materia prima che permetteva di produrre formaggio da consumare e da rivendere, orientando le scelte di allevamento di generazioni di pastori. Chiacchiarini e il marito Nathan McMillan Ryde, per tutti Mac, di origini neozelandesi, come la lana merinos che da molti lanifici viene importata in Italia per la sua qualità, hanno deciso di investire su un continuo miglioramento della resa del manto di questi animali autoctoni e a rischio estinzione. Su questo si impegnano da quasi 15 anni, con tecniche di allevamento a cui contribuiscono in maniera importantissima anche le caratteristiche del territorio, la cura e l’impegno degli abitanti del villaggio.

Un investimento in termini di impegno e qualità che è stato riconosciuto di recente da Lanificio F.lli Cerruti 1881, oggi partner esclusivo di Wild Foods Italy per trasformare questa rara qualità di lana in tessuti 100% italiani, tracciabili lungo il filo che corre da Pettino a Biella, sede del lanificio fondato 140 anni fa, e rispettosi della tradizione e dell’ambiente. Anche le tinte dei tessuti sono organiche, e i metri ottenuti da questa materia prima vengono poi impiegati dal sarto Ciro Pistarino, di stanza a Milano, per il progetto Vocative, la prima sartoria italiana 100% ecosostenibile e tracciabile. Le pecore pascolano libere, brucando l’erba delle vallate puntinate dal loro manto bianco, che a giugno, prima della tosatura, fa invidia alle nuvole.

A Pettino si può pernottare in una delle due suite che una volta costituivano le stalle, cimentarsi nella cerca del tartufo e godere del cibo locale, dalla pasta fatta in casa con ragù di cinghiale e tartufo, condito con l’ottimo olio della zona, all’agnello e al tacchino cotti nel vino rosso, fino agli sformatini di verdura di stagione a dolci da accompagnare a un passito dell’Azienda Agricola Paoli Bea di Montefalco, o una Vernaccia di Cannara dell’azienda Di Filippo. Questa è la terra del Sagrantino, da sperimentare nella sua versione più classica o bio, ma anche le uve di Trebbiano spoletino danno gran soddisfazione a chi preferisce il bianco.

Il cellulare lassù non prende benissimo, ma a disposizione per chi non può prendere una pausa dal lavoro c’è il wi-fi. Certo, vuoi mettere con la possibilità di staccare davvero?