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Re-Start GenerationCompetenze, formazione, politiche attive: così il Pnrr potrà funzionare

Il white paper di The Adecco Group sulle prospettive occupazionali del Recovery Plan individua le azioni necessarie per implementare investimenti e riforme. «Per ogni missione del piano, dobbiamo costruire il contenuto concreto attraverso le risorse umane che andranno ad applicarlo», afferma Andrea Malacrida

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Ci sono 191,5 miliardi. Più altri 30,6 di risorse aggiuntive. Questi sono i numeri del Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr. Ma per farlo funzionare e realizzare la transizione digitale ed ecologica, oltre agli investimenti e alle riforme previste nell’agenda di governo, servirà il giusto capitale umano. E, soprattutto, occorrerà creare nuove competenze e nuovi profili professionali, che ad oggi, in Italia, scarseggiano.

Da qui parte il white paper realizzato da The Adecco Group, titolato “Re-Start Generation: le prospettive occupazionali per donne e giovani alla luce del Pnrr e le nuove competenze, tra sfide green e rivoluzione digitale”, presentato nella sede di Phyd in un incontro moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca. Con la partecipazione di Tiziano Treu, presidente del Cnel; Andrea Malacrida, amministratore delegato di The Adecco Group; Claudio Soldà, Csr & Public Affairs Director del Gruppo; Raffaella Sadun, economista, Charles E. Wilson Professor of Business Administration all’Harvard Business School; e Mauro Magatti, professore di sociologia all’Università Cattolica di Milano.

Lo studio

L’obiettivo dello studio, ha spiegato Claudio Soldà, è «avviare una call to action per chiedere a tutti i soggetti interessati alla transizione ecologica e digitale di partecipare da protagonisti alla realizzazione del piano». Le principali domande che la ricerca si pone sono tre: quale sarà l’impatto del Pnrr sul mondo del lavoro; quali saranno le implicazioni su giovani e donne; come rispondere alle richieste del mercato del lavoro che serviranno per realizzare il Pnrr.

Le stime dicono che il piano genererà un incremento del Pil del 3,6%, pari a una crescita dell’occupazione del 3,2%. La previsione è che dovrebbero essere creati 740mila nuovi posti di lavoro. Di cui, secondo le stime di The Adecco Group, 380mila tra le donne e 81mila tra i giovani.

«Le prime due missioni del piano, digitalizzazione e green, supportate dalla quarta e dalla quinta – istruzione e inclusione e coesione – sono quelle che incideranno maggiormente sui numeri», spiega Soldà. Numeri che prenderanno corpo in profili professionali, «che non sono esclusivamente nuovi», dice. «Ma diventano più specifici». L’economista, ad esempio, si trasforma in economista ambientale. Mentre le nuove professioni emergenti «implicano un alto tasso di nuove competenze, sia specifiche sia trasversali».

Ecco perché, per far funzionare il Pnrr, «c’è bisogno di un sistema capace di orientare, costruire ed erogare percorsi di formazione ad hoc», dice il manager. Cosa che si può fare partendo da una «analisi del fabbisogno del mercato non solo da parte delle istituzioni ma anche delle imprese», e «con un coinvolgimento di tutti gli attori in gioco, cittadini compresi».

Come spiega Andrea Malacrida, «delle sei missioni del piano il comune denominatore è proprio il lavoro. Per ogni missione, dobbiamo costruire il contenuto concreto attraverso le risorse umane che andranno ad applicarlo».

«La questione del lavoro non viene dopo, ma è il modo in cui si può stare dentro alla sostenibilità e alla digitalizzazione», commenta Mauro Magatti. «Ma serve un patto, come ha fatto presente anche Draghi, tra istituzioni, persone, mediatori. Nella logica del patto, il piano è una straordinaria occasione. Ma è necessaria la partecipazione di tutti gli attori coinvolti».

Oltre i numeri del piano
In primis, «c’è bisogno di fare conoscere il piano», afferma il presidente del Cnel Tiziano Treu, autore di una delle più importanti riforme sul lavoro in Italia. «Con i Cnel europei abbiamo cominciato a fare un’opera di diffusione e stiamo mettendo in piedi dei gruppi per seguire le fasi di implementazione». Ma «siamo preoccupati perché le previsioni di impatto occupazionale non sono all’altezza del grande sforzo finanziario. Quel +3,2% è insufficiente». Il rischio è che «nei prossimi anni ci sia una crescita abbastanza buona, ma senza occupazione».

Secondo il professore, «il lavoro arriverà da green job e white job, cioè i lavori di cura». Senza dimenticare «cultura e turismo», ma a patto che si proceda a una modernizzazione del comparto. «I posti di lavoro più a rischio sono invece quelli a bassa qualificazione».

Non si tratta solo di numeri, secondo Treu. «Ci sono specifici punti di criticità su giovani, donne e Mezzogiorno», spiega. In particolare, il professore mette l’accento sulla clausola sociale presente nel Pnrr che richiede che tutti gli investimenti fatti con le risorse europee dedichino il 30% delle nuove assunzioni a giovani e donne. «Una delle norme più dure del piano», la definisce Treu. «Ma gli ostacoli per applicarla sono evidenti», dalla bassa scolarizzazione al mismatch delle competenze fino ai problemi di conciliazione per la componente femminile. «Non bastano gli incentivi se vogliamo andare in questa direzione», dice Treu.

Anche perché non bisogna dimenticare l’altro tallone di Achille italiano. «In Italia ci sono 2 milioni di Neet», sottolinea Mauro Magatti. «C’è il problema delle competenze, ma anche di motivazione al lavoro. Dobbiamo fare uno sforzo per rimettere il lavoro al centro dell’idea di sviluppo. È un’azione da fare insieme».

E il punto di partenza è la transizione dalla scuola-università al lavoro. «Il mercato del lavoro per una persona comune è spesso un mistero», dice Magatti. «È pazzesco come non siamo ancora riusciti a infrastrutturare il momento di passaggio tra formazione e lavoro. È un buco nero in cui ognuno cerca di arrangiarsi come può. Dobbiamo lavorare insieme per coprire quel buco nero lì».

Le politiche attive necessarie

«Servono posti a più alta intensità di conoscenza e competenza», ribadisce Treu. E per crearli «occorrono politiche attive diverse. Non c’è bisogno solo di inserire disoccupati, ma di gestire le transizioni occupazionali: settori interi dovranno ricollocarsi, parliamo di centinaia di migliaia di persone. E qui c’è il buco nero della nostra politica: abbiamo alle spalle decenni di tentativi di riscrivere le riforme degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive. Ma qui il problema non è riscrivere le norme, se ogni regione continua a fare per conto proprio e mancano le infrastrutture, comprese quelle per la formazione».

Sulla stessa linea è anche Raffaella Sadun, che ha preso parte alla task force guidata dall’attuale ministro dell’Innovazione Vittorio Colao che durante il precedente governo Conte 2 elaborò un piano di rilancio del Paese dopo il Covid. «Abbiamo un problema di riallocazione», dice. «L’economia deve fare una transizione enorme verso specifiche occupazioni e industrie».

Alcune delle nuove competenze richieste dal mercato non sono certo nate con la pandemia. «Sono skill richieste da molti anni», afferma l’economista. «La pandemia ha accelerato le transizioni». E «l’Italia non ha avuto una crescita significativa per molti anni proprio perché non è stata pronta a cogliere questi cambiamenti». Lo stesso concetto di «riallocazione è qualcosa di estraneo alla cultura del lavoro italiano». Ma se questi «erano problemi importanti prima, ora diventano problemi che è necessario affrontare».

Quello che fa il Pnrr è «creare domanda per nuove occupazioni», dice Sadun. Ma «il sistema in questo momento non è in grado né di facilitare la riallocazione né di formare le nuove professioni. È bene che ci siano i finanziamenti, ma i finanziamenti e le leggi non bastano». Secondo Sadun, «ci sono problemi di implementazione». Ma anche «ostacoli psicologici, perché le professioni tecniche, spesso, non vengono percepite come professioni di qualità».

La nota dolente, anche secondo l’economista, sono le politiche attive. «Se ne continua a parlare, ma il rischio è che questa grande mole di finanziamenti venga dispersa perché le regioni agiscono per conto proprio, senza monitoraggio e valutazione». Serve, dice, un coordinamento a livello centrale che delinei «le strategie di riallocazione», definendo «modelli organizzativi che possono essere implementati nei vari centri per l’impiego, standardizzati e poi monitorati».

Le azioni da compiere

Secondo Raffaella Sadun, un modo per implementare le politiche attive, potrebbe essere partire dalle buone pratiche di regioni virtuose come Toscana ed Emilia Romagna. E poi procedere con una «commistione di competenze tra i servizi pubblici e quelli privati, sperimentando nuovi modelli organizzativi».

Lo dice anche Andrea Malacrida: «È necessaria la collaborazione tra agenzie private e centri per l’impiego. The Adecco Group, come principale operatore del mercato del lavoro in Italia, è a disposizione. La nostra missione è proprio colmare il mismatch di competenze». E Phyd, lo spazio fisico e digitale creato dal Gruppo, «prova a realizzare quello che non esiste in Italia, misurando l’indice di occupabilità di ciascuno per costruire, orientare, individuare conoscenze e competenze necessarie per essere competitivi sul mercato».

Negli anni, continua il manager, «abbiamo provato diverse volte a studiare i modelli degli altri Paesi. Ma, in realtà, nel nostro Paese abbiamo già tutti i referenti per poter costruire un progetto reale di implementazione: basta avere la capacità di orchestrarli e decidere. Così anche l’Italia potrà certamente creare pratiche virtuose».

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