Uno vale l’altroI miei 26 anni, quelli di Saviano e la scoperta che no, non siamo tutti uguali

In quest’epoca abituata ad appiattire ogni differenza e a punire chi non si adegua, allinearsi diventa necessario, a volte consigliato. Non aiuta se si vuole passare alla storia, ma importa poco se lo Zeitgeist è che tutto è uguale, più o meno

di Neonbrand, da Unsplash

A ventisei anni piangevo tutti i giorni. Per niente di rilevante: lavoravo per uno che mi trattava malissimo. Trattava malissimo tutti, ma gli altri piccoli indiani vivevano chi coi genitori, chi con un marito: alla fine restammo in due, i due che dovevano fatturare per pagare l’affitto, e ormai per quel palinsesto lì non avevamo alternative.

Oggi che la gerarchia dei traumi è così appiattita che quello che ti fischia per strada e quello che ti accoltella pari sono, i miei ventisei anni sono tali e quali a quelli di Roberto Saviano. E invece non è tutto uguale, come ha ricordato proprio Saviano ieri sul Corriere, ricordandoci che è da quando aveva ventisei anni che fa quella vita di merda di cui ci dimentichiamo quando alziamo gli occhi al cielo sul savianismo, sulla sua vanità, sui suoi anelli, sulla sua prosa.

Se a 26 anni non fosse diventato uno che non poteva più andare al bar senza scorta, magari a 42 scriverebbe comunque come il doppiaggio d’un poliziesco (nell’articolo di ieri ci sono tre «bastardi», due «dannati», un «dannazione», due «maledetti», un «maledizione»: inspiegabilmente, nessun «fottuto»); se allora avesse avuto una giovinezza normale, adesso magari avrebbe comunque un’adultità giovanile (ce l’hanno tutti i suoi coetanei, mica pretenderemo che sia un quarantenne cresciuto solo lui); ma, se allora avesse avuto i problemi piccoli dei piccoli ventisei anni di tutti noi, adesso se ne potrebbe parlare – di lui, della sua scrittura, del suo ego – senza pensare innanzitutto: sì, ma se io avessi avuto una vita così di merda mi sarei buttata dalla finestra dopo una settimana.

Per concentrarti sul lessico devi sapere che quello che lo utilizza ha una vita tranquilla, quindi ieri mi sono concentrata su Virginia Raggi che chiede a Nicola Porro di parlare per ultima nel suo programma, e una volta certa che non ci siano repliche dopo il suo intervento insolentisce Carlo Calenda, e Porro che lo racconta in un video, e Calenda che lo rituitta indignato. Ma non mi sono concentrata sulla questione centrale – la tredicennitudine di tutti e tre – quanto su Porro che, in un minuto e mezzo di video, dice tre volte «fair», giacché il suo pubblico (ma pure l’elettorato di Raggi e Calenda) è di Bristol, o forse del Tufello: è uguale.

Non è tutto uguale, il capufficio stronzo e la vita sotto scorta, ed è impossibile non notare quanto lo sguardo sulle cose cambi le cose stesse (non è mia: c’è un tizio che parecchio tempo fa ci ha vinto un Nobel per la Fisica – anche se io a uno che elabora ’sto concetto gli darei innanzitutto il Nobel per la Letteratura).

Chi è garantista con Mimmo Lucano non lo è con Luca Morisi, per dire; anche se chi è garantista solo con gli amici suoi dirà sempre – proprio come chi è femminista solo con le amiche sue – che non è quello il punto, certo che le responsabilità penali dovranno essere accertate, ma quelle morali, signora mia. Certo che ha diritto a un processo, ma la cattiveria on line è tutta colpa sua, se pubblicava la foto di una che faceva un gestaccio a Salvini poi era responsabile di tutti i fessi che andavano a insultarla.

Non come noi, che siamo i buoni, e pur di far sembrare più cattivi i cattivi siamo disposti a sospendere il senso del ridicolo a tempo indeterminato. Chi, su Repubblica, intervista la marchetta cui si sarebbe accompagnato Morisi, per fare un esempio di ieri, ci spiega che il tizio è «escort per necessità». Perché mica è tutto uguale: c’è chi fa marchette perché è la vita che sognava da bambino.

Roberto Bolaño forse l’avrebbe chiamato «il discorso vuoto della sinistra», quello che lo annoiava davvero («il discorso vuoto della destra lo do per scontato»); Francesco Vezzoli ieri evocava l’allinearsi. Il desiderio di essere uguali. Mentre no, non siamo tutti uguali.

Non sono tutti uguali neanche i carabinieri: quelli evocati da Saviano come professionisti che si sacrificano per proteggerlo, e quelli che la marchetta di Morisi avrebbe chiamato perché strafatto: «Ero alterato per la roba e volevo andarmene. Non so, mi è sembrato naturale chiamare i carabinieri». (Una volta chiamai mio padre nel cuore della notte perché, a trecento chilometri di distanza, ero a letto con uno che si stava sentendo male per una crisi d’astinenza. Avevo vent’anni, l’età che Repubblica attribuisce al romeno che, strafatto, chiama non papà ma i carabinieri. «A vent’anni si è stupidi davvero», cantava il saggio, e io non avevo neanche la scusa d’essere straniera e non conoscere le canzonette emiliane).

Non sono uguali tutte le prose discutibili. Marchetta romena ventenne che dice «ammetto di non ricordare bene», e «il Ghb, la droga dello stupro», e «davanti al cascinale c’è un viale alberato», e «siccome avevo realizzato», e «ho i referti che lo provano» è un livello di orecchio per la verosimiglianza del dialogo che sta tra il brigadiere che stende il verbale e lo sceneggiatore d’una serie di Rai 1: ridatemi il doppiaggese di Saviano.

Non può essere tutto uguale, gli scrittori che (non) ci piacciono e le morali che (non) siamo disposti a condannare.

Allinearsi è necessario per limitare i danni d’immagine sul breve periodo, se non si vuole venire espulsi dalla società civile in un’epoca in cui Robert Mapplethorpe verrebbe accusato di oggettificare e sessualizzare i corpi neri. In cui, come ha notato l’altro giorno la sua vedova, Kurt Cobain non potrebbe mai scrivere “Polly”, una canzone su uno stupro che assume il punto di vista dello stupratore.

Dice Vezzoli che «gli allineati passano alla cronaca, non alla storia»; dico io che è sempre meglio passare alla cassa che alla storia, ma anche che nessuno ha mai fatto qualcosa di culturalmente rilevante assecondando lo spirito del tempo. Vale anche se lo spirito del tempo è l’in fondo riposante attitudine a considerare che uno valga uno.