Ecce DibbaDi Battista non sa bene cosa fare nella vita, così pensa di tornare in politica

La metamorfosi dei Cinquestelle ha tagliato fuori il descamisado. Ma lui non molla e non esclude la nascita di un altro movimento

Mauro Scrobogna /LaPresse

Dibba come Er Califfo. Ricordate la canzone di Franco Califano? «Questo è il motivo per cui ti ho chiamato, è l’istinto/Per dirti non sono stanco è stato un errore pensarlo/Ma ora lo ammetto, anche se sono lontano/Non escludo il ritorno/Non escludo il ritorno», cantava, voce roca e occhialoni neri, queste parole perfette per una specie di Califfo politico, romanaccio anch’egli, giramondo, tombeur de femmes: forse avete capito, signori, qui si sta parlando di “Ale” Di Battista che così parlò con il magazine Tpi: «Non escludo la nascita di un altro movimento».

Un movimento ovviamente alternativo al suo caro vecchio Movimento 5 stelle che nel frattempo ha cambiato pelle sotto il segno del “CamaleConte”, come venne soprannominato l’avvocato del populismo quando passò armi e bagagli e senza battere ciglio da Salvini a Zingaretti.

Una metamorfosi che tagliò fuori definitivamente il descamisado Dibba che riprese a girare per i quattro continenti senza peraltro che in Italia se ne sentisse troppo la mancanza mentre “Giuseppi” annegava la politica in una palude di potere senza idee prima di essere sbalzato via da Ciampolillo.

Evidentemente ora Dibba non sa più bene cosa fare nella vita – viaggiare stanca – e probabilmente si sente chiamato dalla Storia a combattere Conte per riprendersi tutto chillo che è nuosto, magari pure il vecchio Grillo è d’accordo.

È come un fuocherello che lo stuzzica a riprendere un posto di combattimento, e poi tra poco più di un anno si vota, no? E allora perché non provare a tornare nell’arena, con tutta la malmostosità che alligna in ogni condominio italiano si può provare a fare un partitino di opposizione-a-tutto, tentar non nuoce, d’altronde adesso o mai più, la vita è breve.

Il suo tour è partito da Siena, la nuova Bibbiano col marchio Mps, ci informa Repubblica che in sala c’erano 150 persone, non male ma nemmeno un trionfo, bisognerà vedere come va, se il brand Dibba scalda ancora qualche cuore.

Però che bello quel «non escludo»! Cioè: non affermo ma neppure nego e mi trincero dietro un doroteissimo «non escludo», una pausa nella ricerca di un’Itaca mai dimenticata, anche se forse è Itaca che ha dimenticato lui, ma ecco, quel «non escludo» è un sensuale farsi desiderare e al tempo stesso un metter mano alla spada pur senza sguainarla, così, tanto per incutere qualcosa di terribile che potrebbe ancora sgorgare dall’eroe dei due mondi grillino che fu.

Quel «non escludo» è una frase aperta ed enigmatica degna dell’immortale stream of consciusness di Nanni Moretti al telefono, «che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: «Michele vieni in là con noi dai…» e io: «Andate, andate, vi raggiungo dopo…». Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no».

Ecce Dibba, si potrebbe dire se non fosse ormai un uomo fatto e non più il ragazzone di Roma Nord che avevamo tanto odiato quando insultava tutto il mondo, più a sinistra che a destra, diciamo, e la buttava nella caciara più populista degli ultimi 50 anni.

Adesso, questa operazione spettacolar-politica (il tour si intitola “Su la testa”, come Grillo anche lui dà un nome teatrale ad una iniziativa politica) è chiaramente un ammiccare a quei vecchi stereotipi estremisti-isterici che trovarono un amalgama ben riuscito nel Movimento 5 Stelle e quindi lui punta a “rifare la banda” come i Blues Brothers, ignorando che in politica le cose non si ripetono mai due volte: la seconda rischia di essere una pantomima, un remake, un cameo, un abracadabra da chiromante dilettante.

E dunque dietro quel «non escludo» c’è anche un pizzico di malinconia, soprattutto un mettere le mani avanti per poter domani dire, davanti al fallimento: beh io c’ho provato.