La cultura del sospettoIl complottismo no vax è la malattia senile del comunismo italiano

Le strampalate e le accuse infondate contro un non meglio identificato monopolio internazionale che avrebbe orchestrato Covid e campagna vaccinale in America nascono a destra. Ma da noi sono il prodotto di decenni di propaganda anticapitalista e giustizialista del Pci e dei suoi eredi

Gian Mattia D'Alberto / lapresse

Allibiti davanti ai più di 8 milioni di italiani di più di 12 anni che non si vogliono vaccinare, un intero e grande popolo no vax pari quasi a quello dell’intera Svizzera, non dobbiamo cadere in un errore. La matrice complottista che spesso motiva questa scelta non è parte di una cultura di destra o del populismo. In Italia il complottismo, l’attribuzione a forze oscure del deep state, come a Big Pharma, e alle multinazionali di trame e complotti, è storicamente ed essenzialmente retaggio della sinistra. L’esatto contrario di quanto avviene negli Stati Uniti, nei quali fenomeni come QAnon sono parte del populismo di destra, a cui Donald Trump ha dato un potente contributo, sino all’occupazione violenta del Campidoglio, con la balla del voto rubato.

In Italia, invece, è stata la sinistra, quella comunista e poi quella ex comunista e giudiziaria, a installare questo veleno diffuso nella cultura del paese. Su due percorsi paralleli, oltre alla denuncia delle trame dei monopoli internazionali e soprattutto americani. In un primo tempo la denuncia di trame americane per avvelenare e distorcere il retto cammino della democrazia. In un secondo tempo, dagli anni Ottanta a oggi, una deviazione radicale della magistratura militante, col pieno appoggio della sinistra ex comunista, che ha usato l’accusa di complicità con la mafia e con “poteri oscuri” per eliminare i suoi nemici politici.

Il complottismo del Partito comunista italiano iniziò negli anni cinquanta con l’entrata dell’Italia nella Nato. La ratio era semplice: la cessione di sovranità all’Alleanza Atlantica che comportò quella saggissima scelta democratica della schiacciante maggioranza delle forze parlamentari danneggiava gli interessi dell’Unione Sovietica staliniana. Ecco allora che quel galantuomo dì Giuseppe Saragat, quando scelse la scissione socialista di Palazzo Barberini, venne dipinto come «pagato e servo degli americani». 

Su su nei decenni fino alla criminalizzazione di Bettino Craxi, accusato di applicare il “piano di Licio Gelli e della P2”, altro bau bau nei confronti di un deep state che altro non era che un club di intrallazzoni. Passando per la bufala del “Piano Solo” e dell’inesistente progetto golpista del 1964 del generale De Lorenzo, complice addirittura il presidente della Repubblica Antonio Segni. Senza dimenticare il caso Gladio, che portò Achille Occhetto a portare «le masse popolari» a manifestare in piazza chiedendo le dimissioni del presidente Francesco Cossiga «complice di trame oscure».

Caso Gladio, gonfiato da una mega inchiesta – finita nel nulla – del pm Felice Casson, che non a caso fu poi eletto senatore nelle liste degli ex comunisti. Caso interessante perché la struttura di Gladio altro non era che la saggia decisione della Nato di arruolare qualche centinaio di ex partigiani “bianchi”, di celare anche depositi di armi e radiotrasmittenti a loro disposizione, in modo da poter funzionare da quinta colonna in caso di invasione sovietica dell’Italia. Benemeriti, quindi, trasformati dagli ex comunisti poco meno che in golpisti al servizio «delle forze eversive».

Ma a quel punto, siamo agli anni Novanta del secolo scorso, il complottismo di sinistra  i riversa tutto sul filone dell’antimafia. Non certo quello di Giovanni Falcone, la cui nomina a Procuratore Nazionale antimafia fu impedita da Magistratura Democratica e dai magistrati vicini al PDS (ma non, va detto, da Giancarlo Caselli, Gerardo D’Ambrosio, e tantomeno da Luciano Violante e Gerardo Chiaromonte).

Il complottismo si fa Stato con le parole genialmente icastiche del gesuita padre Pintacuda, ideologo della Rete di Leoluca Orlando: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Da parte sua, Piercamillo Davigo dimostra pari genialità icastica con lo slogan che caratterizza Mani Pulite, l’apoteosi del complottismo all’italiana: «Non esistono politici innocenti, ma colpevoli su cui non sono state raccolte le prove». In quella sciagurata stagione germina l’ossessione per la “Casta” che sfocerà nello straordinario risultato di riempire il Parlamento di un terzo di eletti grillini che hanno dato la fantastica prova che sta sotto gli occhi di tutti.

Ma non finisce qui. Il culmine parossistico del complottismo di sinistra concepisce il suo capolavoro: accusa tutti coloro che hanno effettivamente dato un colpo mortale alla Mafia, dal generale Mario Mori, al colonnello Mauro Obino e gli ufficiali dei carabinieri Giuseppe de Donno, Antonio Subranni e persino Calogero Mannino vuoi di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra (tutti assolti), vuoi di minaccia contro il Corpo dello Stato. 

È il paradossale processo in cui solo gli imputati che hanno arrestato i più pericolosi mafiosi sono accusati di avere indebitamente e occultamente avviato una trattativa con la Mafia. Di nuovo, tutti assolti. Ma soltanto dopo avere subito un decennio di fango e di gogna mediatica. Sempre da parte della sinistra.

Quella stessa sinistra che sdogana il giustizialismo di destra di Marco Travaglio, offrendogli per quasi un decennio prima la legittimazione della firma su la Repubblica e poi addirittura su L’Unitá. Scelta masochista tra le tante degli ex Pci perché Travaglio si porterà gran parte dei lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel suo eccellente il Fatto.

Si dirà, ma tutto questo c’entra poco col complottismo anti scientifico implicito nei no Vax. Può darsi. Ma quel che è certo è che in Italia è essenzialmente sparso dalla sinistra comunista ed ex comunista l’ideologia contro le multinazionali e il “capitale monopolistico” che costituisce l’essenza, il brodo di cultura della diffidenza nei confronti del Big Pharma che ha prodotto i vaccini.

Indimenticabili le parole con del comunista Giuseppe Berti, relatore della mozione che chiedeva di non ratificare nel 1957 il Trattato di Roma, che istituiva il MEC, Mercato Europeo Comune, primo passo verso l’Europa Unita: «Non ha senso dire che il MEC è una cosa e il capitale monopolistico un’altra: il MEC è la forma sovrannazionale che assume nell’Europa occidentale il capitale monopolistico».