Il lockdown dei non vaccinatiCome i paesi europei si stanno preparando alla quarta ondata

In tutto il continente gli Stati provano a reagire all’aumento dei contagi. Il green pass è uno degli strumenti più usati, utile soprattutto per imporre restrizioni solo a chi a maggiori probabilità di contrarre e di diffondere il virus. Le limitazioni generalizzate sono più rare, adottate solo dai governi che hanno più difficoltà a contenere la pandemia

LaPresse

L’Europa è l’epicentro della quarta ondata di contagi. I numeri crescono da oltre un mese: con 192 casi ogni 100mila persone, è il continente con il tasso di contagi più alto al mondo.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme: le stime rivelano che con questo ritmo potrebbe esserci mezzo milione di morti in tutto il continente da novembre a febbraio.

È per questo che i governi di tutti gli Stati stanno correndo ai ripari: si ripristinano le misure restrittive e gli obblighi per contenere l’escalation di nuovi casi, ma allo stesso tempo si prova a evitare lockdown troppo severi e generalizzati per non frenare la ripresa economica.

L’appello generale dell’Oms riguarda i richiami dei vaccini. La maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea ha iniziato a somministrare le terze dosi alle categorie più a rischio. Ma il problema è che chi ancora non si è reso disponibile per il vaccino non può o non vuole farlo.

Il ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, ha detto che stiamo vivendo una pandemia dei non vaccinati. In Germania i contagi sono in aumento costante, giovedì i morti sono stati 155, una media di 118 al giorno nell’ultima settimana. Velocizzare la somministrazione delle terze dosi potrebbe non bastare. Per questo in settimana la cancelliera Angela Merkel ha annunciato la possibilità di stabilire nuove restrizioni esclusivamente per i non vaccinati: si potrebbe prevedere l’attuazione del sistema 2G, che limita l’ingresso nei luoghi pubblici a chi non ha fatto il vaccino. «Se la situazione della pandemia negli ospedali peggiora allora sono possibili ulteriori restrizioni per le persone non vaccinate», ha fatto sapere Steffen Seibert, portavoce di Merkel.

Misure simili sono state adottate anche in Austria – con Vienna che ha stabilito delle soglie di ricoveri oltre i quali chi non ha il green pass è sottoposto a restrizioni via via più severe – o in Ucraina, dove il governo ha deciso di sospendere lo stipendio ai dipendenti statali, insegnanti compresi, se rifiutano di vaccinarsi entro l’8 novembre.

Il green pass è lo strumento usato dalla maggior parte dei Paesi per correre ai ripari, nonostante le proteste di una parte della popolazione.

Vale anche per i Balcani, regione che negli ultimi giorni ha registrato una ripresa verticale dei contagi ed è diventata il focolaio d’Europa. Di recente Serbia e Bulgaria – quest’ultima conta il più alto numero al mondo di decessi Covid in relazione alla popolazione – hanno annunciato l’obbligo di green pass per accedere a università, ristoranti, negozi, hotel, cinema, teatri e palestre.

Le eccezioni sono poche. Ad esempio i Paesi Bassi, che hanno mantenuto misure restrittive relativamente blande negli ultimi due anni, scegliendo di non imporre la vaccinazione obbligatoria per gli operatori sanitari o il green pass per accedere ai luoghi pubblici.

Ma anche qui il recente aumento dei contagi ha comunque costretto il governo provvisorio a prendere delle contromisure nonostante le proteste della popolazione: «Hanno reso obbligatorio l’uso della mascherina negli spazi pubblici come i negozi, e il green pass sarà richiesto per entrare nei musei e in altri luoghi chiusi», scrive il Financial Times.

In alcuni Paesi le restrizioni guardano soprattutto al mondo del lavoro. L’Italia è stata per settimane uno dei Paesi con le misure restrittive più severe – con il green pass obbligatorio per i lavoratori pubblici e privati. Ma adesso molti governi si stanno mettendo in scia.

In Grecia «tutti i lavoratori non vaccinati, ad eccezione di quelli che lavorano esclusivamente da casa, devono sottoporsi a due test a settimana», scrive il New York Times, spiegando che le autorità intensificheranno anche le ispezioni e aumenteranno le sanzioni contro le imprese che violano i regolamenti. Anche il Belgio ha adottato misure simili: il ministro della Sanità belga Frank Vandenbroucke ha esortato le persone a «prepararsi a lavorare da casa», spiegando che se il tasso di contagi non dovesse diminuire è possibile tornare a un lockdown più ampio.

In alcuni Paesi dell’Europa orientale i numeri della pandemia sono tali da imporre misure più rigide, quindi, appunto, lockdown e limitazioni alle libertà personali.

La Lettonia ha deciso di introdurre nuove restrizioni dal 21 ottobre al 15 novembre, diventando il primo Paese in Europa a imporre nuovamente limitazioni generalizzate. «Il nostro sistema sanitario è in pericolo. L’unico modo per uscire da questa crisi è farsi vaccinare», ha detto il primo ministro Krisjanis Karins.

Scelte simili anche in Romania, che ha registrato i numeri più alti in termini di contagi e ospedalizzazioni dall’inizio della pandemia: secondo il ministero della Sanità rumeno, non ci sono più letti disponibili nei reparti di terapia intensiva, in un Paese in cui solo il 37% della popolazione ha completato il ciclo vaccinale.

Bucarest era stata tra le prime a revocare le restrizioni, poi però ha reso obbligatorio il Green pass per alcune attività come andare in palestra, al cinema o al centro commerciale. E dallo scorso 25 ottobre, fino al 24 novembre, su tutto il territorio è in vigore il coprifuoco dalle 22 alle 5 per le persone non vaccinate.

Una sorta di lockdown generalizzato era stato deciso anche in Russia, dove solo il 30% della popolazione ha ricevuto due dosi di vaccino. Il 20 ottobre scorso il presidente Vladimir Putin aveva dichiarato «non lavorativi» 9 giorni, dal 30 ottobre al 7 novembre, con il mantenimento della retribuzione. Sono ancora chiuse scuole e negozi (esclusi quelli che vendono beni di prima necessità) ma da domenica bar, ristoranti, saloni di bellezza, cinema e palestre dovrebbero riaprire.

Dal Regno Unito arrivano le notizie più incoraggianti. Il Paese europeo che lo scorso inverno correva più veloce di tutti nella campagna di vaccinazione è anche il primo al mondo ad approvare la pillola anti Covid.

Il molnupiravir, sviluppato dalle aziende americane Merck, Sharp and Dohme, e Ridgeback Biotherapeutics è un farmaco antivirale: è ancora al vaglio degli enti regolatori negli Usa e nell’Unione europea, nei test clinici ha dimezzato il rischio di ricovero in ospedale o di decesso per le persone colpite dal Covid in forma lieve o moderata.