La vita caraL’inflazione fa paura perché i salari sono rimasti bassi

Nonostante sia in percentuali di solito considerate contenute l’aumento dei prezzi spaventa, provoca disagi e suscita incertezza. Il nostro paese sta pagando la scarsa dinamicità economica degli ultimi anni

di Sean Robertson, da Unsplash

È tornato lo spettro dell’inflazione, che fa più paura proprio perché era assente da molti anni dall’orizzonte di economisti, commercianti, consumatori e lavoratori. Nei Paesi mediterranei come l’Italia, che hanno subito le crisi peggiori dal 2008 in poi, è stata piuttosto la deflazione a impensierire gli addetti ai lavori.

Ora la Confcommercio lancia l’allarme: prospetta, in caso di un carovita al 3% nell’ultimo quadrimestre del 2021, una riduzione dei consumi di 2,7 miliardi, ovvero del’1%, rispetto alle previsioni. Che diverrebbero 5,3 miliardi e l’1,9% in meno, se l’inflazione raggiungesse il 4%. Il tutto in occasione di un Natale che dopo le zone rosse e le restrizioni dello stesso periodo dell’anno scorso avrebbe dovuto segnare la ripresa.

Meno pessimisti, invece, Banca d’Italia e Bce. La fiammata dei prezzi rientrerà nei prossimi mesi, sostengono, anche se il loro livello rimarrà in tutta Europa, e anche in Italia, a valori superiori a quelli cui ci eravamo abituati (molto bassi).

Il punto però è negli ultimi tempi il costo di beni e servizi è cresciuto pochissimo, è vero. Ma questo non significa che il potere d’acquisto degli italiani ne abbia beneficiato. Per questo anche un’inflazione che una volta avremmo definito modesta, cioè contenuta tra il 2% e il 3%, provoca disagi e, cosa peggiore in economia, provoca incertezza.

Confrontando l’andamento dei prezzi e dei salari negli ultimi 10 anni in Italia si vede che solo una parte dei prodotti è cresciuta in maniera netta meno degli stipendi. Ad esempio gli strumenti di comunicazione, il cui costo è crollato del 26% tra il 2010 e il 2019, alla vigilia della pandemia, grazie alla rivoluzione di internet. Poi la cultura e il divertimento, dove i prezzi sono saliti solo del 3% (anche questi dipendono in parte dagli avanzamenti della tecnologia).

Cresciuti meno dei salari, che hanno segnato un +11,3% nello stesso periodo, sono anche abbigliamento e calzature, arredamento ed elettrodomestici.

Al contrario sono aumentati tabacchi e alcolici, energia, e poi le spese per la casa e le utenze domestiche. Ma anche i prezzi dei consumi più importanti per i poveri, quelli per cibo e bevande, hanno avuto un andamento di un paio di punti percentuali superiore, del 13,3%.

Si nota bene la differenza con quello che è il nostro principale benchmark in Europa, la Germania. I salari dei consumatori tedeschi sono riusciti ad andare più veloci dei prezzi di tutti i beni e servizi, tranne che di quelli meno indispensabili, ovvero gli alcolici e i tabacchi.


Dati Eurostat

Dati Eurostat

A Nord delle Alpi gli stipendi sono cresciuti del 25,1% mentre l’energia solo del 9,7%, l’abbigliamento e le calzature dell’8,7%, cibo e bevande del 20,3%.

Come è facile immaginare, a fare la differenza sono soprattutto le remunerazioni. Quelle dei lavoratori del nostro Paese hanno avuto un andamento molto più lento, sia nei confronti di quelle tedesche, che di quelle europee in generale e americane. L’aumento di più del 20% in questi due ultimi casi contrasta con il +11,3% italiano.

Risulta allora chiaro che sebbene i prodotti alimentari abbiano sofferto un po’ meno il carovita che nel resto del Vecchio Continente (ma in Usa sono il loro prezzo è aumentato ancora meno), questo non è bastato a compensare i mancati progressi salariali.

Dati Eurostat

Lo stesso discorso si può fare per il costo di altri beni e servizi. Ad esempio la ristorazione. Mangiare fuori in Italia è diventato, nel tempo, meno caro che altrove. Però, se messo in proporzione ai salari si vede che per il lavoratore italiano medio uscire a cena è diventato sempre più costoso che per uno americano o tedesco.

Dati Eurostat

E poi vi sono quei casi in cui i prezzi italiani sono aumentati anche più che altrove, perfino dei Paesi che hanno un maggior potere d’acquisto. È il caso dei trasporti: negli ultimi 10 anni il costo degli spostamenti è cresciuto qui del 18,4%, mentre soltanto del 2,8% negli Stati Uniti e del 12,5% in Germania.

Dati Eurostat

Naturalmente questo andamento dipende molto dai prezzi dell’energia, non a caso saliti, tra 2010 e 2019, del 20% in Italia. In Germania, invece, di meno del 10% e in America dell’1,8%.

Per fortuna, dobbiamo dirlo, in Italia a soffrire maggiormente la stagnazione dei salari non sono stati i più poveri, ma coloro che guadagnavano più della media. Nel loro caso gli stipendi hanno visto un aumento di poco più del 7% nello stesso periodo. Chi guadagnava meno – cioè la metà della media – ha invece visto un incremento vicino al 19%. Probabilmente questo fatto, unito al moderato aumento dell’occupazione, ha evitato una crisi sociale.

Allo stesso tempo, tuttavia, le classi medie e alte non hanno sviluppato quella sensazione di benessere che si crea quando si nota che il proprio potere d’acquisto cresce.

Che smartphone, musica, film in streaming costino sempre meno è stato dato per scontato, avviene ovunque. Ma se la spesa al supermercato, il pieno di benzina, la bolletta dell’elettricità, il canone d’affitto risultano sempre più cari (anche e soprattutto per chi guadagna bene), allora è l’ulteriore segno che l’economia si è fermata, nella migliore delle ipotesi, ed è stagnante, mentre altrove prospera.

La pandemia e l’inaspettata inflazione che sta provocando naturalmente peggiorano tale impressione. Abbiamo poco margine di manovra per modificare l’andamento dei prezzi in Italia.

Certo, una maggiore concorrenza può solo fare bene, ma molto dipende da fattori esterni, e del resto non vi sono stati rincari più importanti che altrove nel nostro Paese.

Quello che può fare la differenza è l’andamento dei salari. La speranza che la ripresa del Pil e una maggiore crescita nei prossimi anni si trasformino in una produttività più alta, e quindi in stipendi veramente di livello europeo. A quel punto, come già avviene in Germania od oltreoceano, un po’ di inflazione in più non farà più paura.