L’incontro a Père LachaiseIl sonno di chi si ama è una storia horror

Gli innamorati possono credere di condividere ogni momento della giornata, ma non è così: mentre si dorme si è soli, ognuno ha i suoi sogni e i suoi incubi che non può nemmeno spiegare. Un racconto inedito per Linkiesta di Luca Ricci, autore de “Gli invernali”, appena pubblicato da La Nave di Teseo

AP Photo/Francois Mori

Era una mattina di dicembre, schermata da quel grigio madreperlaceo che fa di Parigi, nei giorni piovosi, una grande conchiglia triste. Ci eravamo intrufolati come due spie dentro il regno dei morti. Era naturale che fosse così, noi ci amavamo e perciò in quel territorio eravamo malvisti. Il contrario della morte infatti non è la vita, bensì l’amore. L’amore è una forma accresciuta di vita, è un concentrato di vita, è una vita al quadrato, e la morte non lo tollera.

Ci siamo dati la mano e ci siamo incamminati per i vialetti sconnessi, ricoperti di foglie marcie, sperando che il cimitero non si accorgesse di noi. Eppure molti di quei mausolei di famiglia erano aperti, avevano le porte socchiuse (spesso rotte, come a segnalare macabre infrazioni), e la sensazione era proprio quella di essere spie a loro volta spiate. Mi dicesti di non guardare troppo a lungo dentro i loculi, ma era difficile distogliere lo sguardo da quei marmi rotti, da quegli spazi in penombra, da quelle urne impolverate, interni definitivi. Quanto a lungo lo sguardo può essere magnetizzato da uno scorcio sulla morte? Può esistere qualcosa di più sconvolgente che pensare a quei domicili permanenti? A immaginarsi a contatto con quelle pietre fredde?

Continuavamo a camminare, adesso con un affanno maggiore, con la voglia di arrivare il prima possibile in fondo al giro. Volevamo uscire, ma ci eravamo persi. Ci sembrava di girare in tondo, e la segnaletica che indicava le tombe dei “famosi” – Rossini, Wilde, Modigliani – invece di aiutarci finiva col confonderci ancora di più. C’eravamo soltanto noi, quel giorno, al Père–Lachaise. Non una comitiva di turisti, non dei passeggiatori occasionali, non un custode. Possibile? Quella solitudine ci spaventò. Non avevamo nient’altro che il nostro amore. Nessuna prosopopea, nessuna rendita di posizione, nessun futuro.

Ti fermasti d’improvviso davanti a una casa funebre imponente, decorata ai lati da due Marie addolorate che si tenevano il volto per mostrare e al tempo stesso celare la loro contrizione. La porta era aperta, e ti vidi sparire dentro, cedere di schianto al richiamo perentorio dell’ignoto. Urlai d’istinto: “No!”. Ma non riuscii a fermarti, e qualche corvo appollaiato sui rami degli alberi gracchiò per schernire il mio inutile tentativo di richiamarti alla vita. Cominciai a battere i denti del freddo, mi sentivo come intorpidito, spossato, ma non mi azzardavo a raggiungerti.

Ti detestai, ti maledissi. Poi mi affacciai all’interno del loculo e vidi che stavi ascoltando rapita le parole di un uomo.

Ti voltasti. – È una guida del cimitero, sa tutto di questo posto!

L’uomo si sporse da dietro il sarcofago di pietra. – Stavo spiegando alla sua compagna che non bisognerebbe avere troppa paura della morte, giacché la sperimentiamo ogni notte.

– Ogni notte? – domandai incredulo. – Ma certo caro signore! Ogni notte moriamo, non se n’era mai accorto?

Mi venne istintivamente di prenderti la mano, e a quel gesto l’uomo ebbe come un fremito.

– La storia più spaventosa che conosca è quella che succede ogni notte agli innamorati che si addormentano, – cominciò a dire.

– Non c’è niente di più terribile e niente di più implacabile. Il sonno è la certificazione della nostra solitudine. Ci si può illudere di condividere con un’altra persona il letto, ma mai il sonno. Non si può davvero dormire con qualcun altro, essere nel sonno insieme, sognare gli stessi sogni.

Nel sesso – magari consumato lungamente e con soddisfazione fino a qualche momento prima – c’è l’obnubilamento dell’eccitazione e la consolazione del piacere, ma poi, improcrastinabile, arriva la stanchezza che ci serra le bocche e ci chiude le palpebre, ci mummifica e ci allontana. Ognuno per agevolare il sonno assume una forma particolare che gioco forza esclude l’altro, non può che non escluderlo. Si tenta fino alla fine di combattere questa oscena privazione, di mantenere un contatto anche infinitesimale con il corpo dell’altro. Ci si tocca i capelli, ci si poggia una mano sulle spalle, ci si lambisce i fianchi, ci si sfrega i piedi, ma è come se assistessimo a una privata deriva dei continenti. In un estremo tentativo, cerchiamo di far aderire i sederi, ma in quel caso vuol dire che ci siamo già girati dall’altra parte, dando la schiena al partner: di fatto gli abbiamo voltato le spalle, e non solo in un senso figurato.

Dov’è finita adesso l’unione che ci aveva promesso l’amore? Che cosa resta di quei baci e carezze e abbracci e coiti con i quali ci eravamo sfiniti al solo scopo di poter dire: “Siamo una cosa sola”? Il sonno scioglie il legame, ci restituisce a noi stessi pur privandoci della coscienza, ci spinge in territori avventurosi in cui però si deve andare da soli. Nel mondo onirico c’è una specie di tornello, bisogna entrare uno alla volta.

Ci si sveglia nel cuore della notte come resuscitando dal mondo dei morti – l’abbiamo già stabilito: il sonno è una grande metafora della morte –, e cercando subito di annullare la distanza che nel frattempo si è creata, e allora di nuovo con una mano si tocca l’altro, un pezzo dell’altro, lo si vorrebbe svegliare perché anche la sua mano facesse lo stesso con noi, stringiamo i nodi allentati, anche se per un attimo, prima che il sonno ci ritrovi e ci riprenda e ci riporti chissà dove. Non è bramosia del possesso – che è sempre infantile – quanto piuttosto la ricerca frustrata di ogni coppia d’innamorati: la volontà di stare sempre insieme, di affrontare tutto insieme, di sporgersi sul bordo dell’abisso insieme (e l’abisso non è nient’altro che la vita coi suoi continui spaventi). In mancanza dell’unione, ci si tiene d’occhio. Invece di vivere in una dimensione utopica ci ritroviamo confinati in uno stato di polizia. Memori della quotidiana sconfitta notturna, dell’umiliazione che il sonno infligge all’amore, durante il giorno gli innamorati si controllano ostinatamente. Controllano il loro livello d’amore, se è alto, medio, basso.

La frase da cioccolatino “L’amore c’è o non c’è” di sicuro è stata scritta da qualcuno che non amava. Senza un reale sodalizio, una penetrazione effettiva, gli innamorati sono rosi da un’unica domanda: mentre ti lavi i denti o leggi un libro o guardi una serie o vai in palestra o dai da mangiare al gatto, quanto mi ami? Quanto mi stai amando? Mi ami di più o di meno rispetto a: un secondo fa, un giorno fa, un anno fa, una vita fa? E ancora ci si cerca fisicamente, è un toccarsi forsennato, un tenersi le mani, un poggiare le teste, un intrecciare le gambe. È una sarabanda disperata, un piagnisteo delle membra. Tutti tentativi impacciati e temporanei.

Le mani sono destinate a lasciarsi, le teste a scivolare via, le gambe a districarsi. Non si può fare altrimenti, e gli amanti sono costretti a farsene una ragione. Fanno sesso per tentare di non pensarci. Il sesso è il tentativo dell’amore di sovvertire la natura solitaria della natura umana. È un inganno che finisce come tutto il resto nel precipizio del sonno. Ecco cosa sono i letti, crepacci nei quali si cade dentro. Hai voglia a tendere una mano, l’altro è già caduto giù, l’abbiamo perduto almeno fino alla prossima alba…

Il discorso fu interrotto bruscamente perché eravamo usciti dalla tomba e sul vialetto ci venne incontro un secondo uomo che mise in fuga il primo, quello che stava parlando.– Vi ha detto di essere una guida del cimitero?

Annuimmo, ancora scossi, con le lacrime agli occhi. – Perché, non è così?

– È solo un ubriacone sozzo che si nasconde nelle tombe, e si diverte a terrorizzare i visitatori.


Gli invernali”, di Luca Ricci, La Nave di Teseo, pagine 240, euro 18