Il fallimento del comunismoLa lezione sul valore del capitalismo che Lenin imparò troppo tardi

Cento anni fa il dittatore capì che l’economia pianificata socialista aveva fallito e varò in fretta la Nuova Politica Economica per evitare altri scioperi nel Paese. La libertà di commercio fu addirittura ripristinata per gli artigiani e le piccole imprese industriali. Ma dopo soli tre anni Vladimir Ul'janov morì e Stalin ritorno ai vecchi metodi, riportando carestia e terrore

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È il momento di fare una lezione sul capitalismo e sul socialismo parlando di cose accadute giusto cento anni fa. Nel febbraio e marzo 1921, gli operai posarono gli attrezzi e scioperarono in tutta la Russia – uno dei centri di questa protesta fu Pietrogrado. Unità speciali della Ceka aprirono il fuoco sui lavoratori che manifestavano. Il panico scoppiò tra i bolscevichi quando operai e soldati fraternizzarono. Kronstadt, una base navale e città portuale posta su un’isola al largo di San Pietroburgo, fu il luogo di un ammutinamento dei marinai di due incrociatori corazzati. Il 1° marzo, più di 15.000 persone si riunirono, rappresentando un quarto della popolazione civile e militare della base navale. Gli scioperi e le manifestazioni furono repressi violentemente e il bilancio delle vittime fu di migliaia di persone. 8.000 insorti fuggirono in Finlandia e più tardi tornarono in Russia dopo aver ricevuto la promessa di un’amnistia. Nonostante la promessa di clemenza, furono immediatamente arrestati e trasportati in un campo di concentramento, dove molti morirono. Lo storico Gerd Koenen fornisce la seguente valutazione: «Il trionfo e la dittatura dei bolscevichi poggiavano non da ultimo sul completo annientamento del movimento operaio russo».

Lenin non ebbe altra scelta che riconoscere che continuare una politica economica radicale avrebbe minacciato le basi del potere sovietico. La produzione industriale era già scesa a un decimo del livello raggiunto nel 1913, e la gente in tutta la Russia stava morendo di fame. 

In risposta, Lenin fece un’inversione a U e propose una “Nuova Politica Economica” (NEP), che fu adottata al X Congresso del Partito Comunista Russo nel marzo 1921. Lenin ammise che «abbiamo subito una sconfitta molto grave sul fronte economico». La politica economica dei bolscevichi, diceva eufemisticamente, aveva «ostacolato la crescita delle forze produttive e dimostrato di essere la causa principale della profonda crisi economica e politica che abbiamo vissuto nella primavera del 1921». In termini più chiari: l’economia pianificata socialista aveva fallito non appena fu introdotta. Dopo tutto, Lenin era abbastanza intelligente da capire che l’unica soluzione consisteva nel «ritornare al capitalismo in misura considerevole». Queste erano le stesse parole che Lenin usò per formulare la sua svolta politica.

La NEP legalizzò la produzione orientata al profitto, la proprietà privata nella produzione di beni di consumo e l’accumulo di ricchezza. I comunisti permisero alle imprese statali di dare in gestione le loro fabbriche a privati e di affidare il finanziamento e la logistica delle attività imprenditoriali in mani private. Nel luglio 1921, la libertà di commercio fu addirittura ripristinata per gli artigiani e le piccole imprese industriali.

Le nuove linee guida adottate nell’autunno del 1921 si opposero risolutamente alla «parità di trattamento dei lavoratori con qualifiche diverse». La distribuzione gratuita di cibo, di beni di consumo di massa e di servizi pubblici – appena celebrate come grandi «conquiste» socialiste – furono cancellate. Non si parlava più di abolire il denaro. Lo storico Helmut Altrichter ha scritto: «Lo Stato aveva mantenuto il controllo dei “luoghi di comando dell’economia”: le banche, l’emissione di moneta, il sistema dei trasporti, il commercio estero, la grande e media industria. Al di sotto di questa soglia, tuttavia, si sforzava di ottenere maggiore produttività ed efficienza, più concorrenza, meno dominio dall’alto e più iniziativa dal basso».

Quello che successe dopo fu quello che è sempre successo quando anche una piccola dose di capitalismo viene aggiunta a un’economia gestita dallo Stato: l’economia si riprese. La fame (nel 1921/22, almeno 5 milioni tra i 29 milioni di persone indigenti morirono di fame; alcune stime citano fino a 14 milioni di morti per inedia) diminuì tra il 1923 e il 1928, la produttività aumentò e, dal 1925/26, fu riportata ai livelli prebellici in molte grandi industrie. La Nuova Politica Economica fu l’ammissione da parte dei comunisti che la narrazione ufficiale, che incolpava «sabotatori e agenti stranieri» e altri fattori esterni per i fallimenti dei raccolti, la fame e il calo della produzione, non corrispondeva ai fatti. Le cause principali dei guai della Russia risiedevano nelle stesse politiche economiche socialiste.

Ma per i comunisti, la NEP non rappresentava altro che una «ritirata tattica». Nel dicembre 1926, Stalin dichiarò che «abbiamo introdotto la NEP, permesso il capitale privato, e ci siamo in parte ritirati per raggruppare le nostre forze e passare poi all’offensiva». Le conseguenze della rinnovata «offensiva» sono ben note: carestia e terrore diffuso durante la politica che Stalin chiamò «la liquidazione dei kulaki».

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