Dreamin’ ProdiLetta allestisce il Fronte popolare, ma i numeri non bastano

La corsa al Colle è cominciata, e il Partito democratico sta provando a capire se ci sono gli spazi per lanciare un suo candidato. L’ipotesi dell’ex presidente del Consiglio è molto gradita al Nazareno, che però potrebbe arrendersi ai rapporti di forza, non favorevoli

Michele Nucci/LaPresse

«Ma puoi sondare tuo nipote per capire che vuole fare?», chiese qualche tempo fa Silvio Berlusconi a Gianni Letta sperando che persino dal Partito democratico potesse sgocciolare qualche voto per lui. «Silvio, Enrico pensa a Prodi», lo gelò lo zio del segretario dem.

L’aneddoto svela il Grande Sogno di Enrico: riuscire dove non riuscì l’amico Bersani, sanare una ferita personale e storica di uno dei suoi fari politici, quel professore protagonista del più clamoroso capitombolo sulla strada che porta al Colle, la tragedia dei 101 (o più) che il 19 aprile 2013 piazzarono la mina antiuomo – Prodi, appunto – facendo saltare per aria, come affetto collaterale, l’allora leader del Partito democratico Bersani. Ecco allora che il film “Prodi2 – la vendetta” con la regia di Enrico Letta è stato a lungo nei sogni di quest’ultimo, pur consapevole che – anche se i dalemiani si sono estinti – tuttora albergano in Parlamento centinaia di persone che il Professore lo detestano

. A destra, è ovvio, perché da questa parte il Pd oggi è più militarizzato di allora e seguirà il segretario e su Prodi gli uomini di Giuseppe Conte ci starebbero, e in più la cosa metterebbe in imbarazzo Matteo Renzi, l’uomo che otto anni fa, radunò da Eataly i parlamentari a lui vicini – era sindaco di Firenze – per dirgli «Ragazzi, si vota Prodi». 

Soprattutto adesso che Sergio Mattarella ha fatto per l’ennesima volta capire che non intende essere rieletto, è molto difficile credere alla possibilità di un presidente eletto alla Ciampi, cioè unitariamente, o alla Cossiga, eletto addirittura alla prima votazione grazie al patto De Mita-Natta. Continuando almeno a parole a preferire Mario Draghi ancora a palazzo Chigi, Letta prende fortemente in considerazione l’ipotesi di un duello tra il candidato del centrosinistra largo contro quello della destra, secondo lo schema politico generale cui è affezionato.

Insomma, un “bipolarismo quirinalizio” come presa d’atto dell’impossibilità di individuare una soluzione concordata è tendenzialmente unanime. Se Berlusconi fosse costretto a rinunciare per mancanza di voti, perché, dinanzi allo stallo, non potrebbe scendere nell’arena l’ex leader dell’Ulivo, magari con un discretissimo avallo di Mario Draghi e di pezzi di “responsabili” fino ai parlamentari del centrodestra più moderati? 

Ma certo Letta non è uno sprovveduto. Sa benissimo che Prodi, adesso, si irrita moltissimo quando si sente tirato in mezzo, ha sempre negato di essere in corsa, anche allontanando l’ipotesi con un certo esibito fastidio, ma è un fatto che la sua presenza televisiva, per esempio, non è mai stata così costante come in questo periodo. E poi se ci prova Berlusconi perché non può provarci lui? Non stiamo qui dicendo che Romano Prodi sia la carta (vincente, poi…) del Pd, ma sostenendo che il Grande Sogno del segretario del partito non è del tutto svanito. A meno che lo zio Gianni non avesse capito niente, il che sarebbe davvero strano.

Ma dopo il sogno c’è il risveglio e la realtà. I numeri per Prodi non ci sono. Non bastano quelli del Fronte popolare che il segretario del Pd sta costruendo, l’alleanza quasi prodromo del partito unico Pd-LeU-M5s, un lavoro che sta andando avanti con i grillini in Europa e che ha segnato ieri un altro passettino con l’adesione di Roberto Speranza alle Agorà lettiane che – ormai si è capito – sono il laboratorio per mescolare il Pd con le varie cose, cosette e cosettine che sono alla sua sinistra. Ci vuole allora un altro nome del mondo democratico che sappia penetrare nell’altro campo. Che assicuri la continuità del governo Draghi e insieme al premier traghetti il Paese oltre l’emergenza anche con il relativo consenso di una parte del centrodestra. Giuliano Amato, insomma.