Disuguaglianze canoreAlla Music Week di Milano si parla di gender gap nella musica

Le donne nelle classifiche della musica italiana non arrivano al 15%, con un rapporto di 4 a 1 in favore della controparte maschile. Una tavola rotonda durante la kermesse milanese con Annalisa, Federica Tremolada (Spotify), Dario Giovannini (Pmi) ed Enzo Mazza (Fmi) ha provato a fare luce sul problema

Annalisa (Lapresse)

Buona musica e buone idee. La Music Week di Milano si conferma non solo rassegna di cultura artistica, ma anche occasione per fare il punto su questioni sociali aperte, come il gender gap.

Un panel che vede  intervenire Federica Tremolada, Managing Director Southern & Eastern Europe di Spotify; Enzo Mazza, Ceo della Federazione musicale italiana; Dario Giovannini, vicepresidente di Pmi (Produttori indipendenti) e Annalisa, artista tra le più apprezzate nel panorama musicale nazionale, è diventata occasione per svelare dati inediti e affrontare uno scenario altrettanto poco considerato.

Si comincia col dire che 14,1% è la percentuale di donne presenti nelle classifiche della musica in Italia. Si tratta di un dato rimasto invariato negli ultimi anni (triennio 2018-2021). In proporzione il rapporto tra artisti uomini e donne è di 4,1 a 1. Un gap, questo, che per fortuna va riducendosi nel mondo degli artisti più giovani, gli under 30, dove la proporzione uomo/donna diventa di 3,4 a 1.

I dati provengono da Spotify (fonte e analisi dati: GfK) che li considera un parametro al quale porre rimedio con impegno. «Per noi l’inclusività è uno dei valori fondamentali. Abbiamo giù partecipato a studi internazionali, ci siamo resi conto che c’è tanto da fare» – dichiara Federica Tremolada – «e la piattaforma Spotify sviluppa appositamente progetti che coinvolgano maggiormente le artiste femminili».

Il quadro generale penalizza fortemente la figura dell’artista donna, ma è dalla generazione Z che vengono le spinte di cambiamento dello scenario musicale.

«Le nuove generazioni» – afferma Enzo Mazza – «stanno superando gli schemi tradizionali, che vorrebbero definire alcuni generi a caratterizzazione maschile o femminile, ritenendo importante solo il contenuto e l’autenticità dell’artista rispetto alla propria dimensione. Nelle nuove generazioni vi è sempre meno dipendenza dal repertorio o dal genere musicale: il fan passa da un genere a un altro con effetti trasparenti sull’artista, non individuato o caratterizzato per il sesso, ma per la vicinanza a iniziative sulle quali la Gen-Z è molto attenta».

Per Dario Giovannini, che porta la voce dei produttori musicali indipendenti, «nella musica e nell’arte in generale il punto di vista femminile è meno sdoganato, meno popolare, e non ha avuto le stesse opportunità di essere ascoltato rispetto a quello maschile. La narrazione maschile ha sempre prevalso in una società patriarcale come la nostra, seppur in cambiamento. L’immaginario femminile deve rappresentare qualcosa di già conosciuto e incasellarsi dentro una narrazione predefinita (da uomini)».

Più si parla di queste tematiche e più si fanno passi avanti per il futuro, e lo streaming ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione di questo scenario. Durante la pandemia con lo streaming si è un po’ colmato il gap, si sono ascoltate artiste femminili; con le piattaforme il consumatore sceglie senza il filtro del dj o del giornalista musicale, che solitamente sono uomini.

Con l’avvento dello streaming, è arrivata la forza dal basso. E la conseguenza è un abbattimento degli stereotipi.

Annalisa, artista che ha attraversato tutte le situazioni che mettono a confronto le varie «comunità artistiche», dalla gavetta dei live nei locali, al talent show, testimonia che «si sta andando nella direzione giusta, le nuove generazioni stanno dimostrando che le differenze di genere nella musica si stanno ridimensionando. Ma c’è ancora tanta strada da fare. Il lavoro di un’artista donna nella musica rimane più difficile: viene considerata cantautrice a fatica e continua a impiegare più tempo per essere considerata artista credibile».