Sedotti e abbandonatiLa protesta dei navigator delusi è l’amara prova dell’incompetenza grillina

Luigi di Maio li aveva definiti i nuovi alfieri delle politiche attive. Dopo due anni e mezzo e 180 milioni di euro spesi tra stipendi e formazione il loro impatto sull’occupazione è stato nullo. «Il ministro non si era mai occupato di politiche del lavoro, ma era convinto che la competenza non servisse, che per eliminare la povertà bastassero le escogitazioni dell’ultimo momento»

LaPresse

«Voi avete studiato più di me, non avete un ruolo da scrivania ma un lavoro dinamico. Con voi inizia una rivoluzione». Così nell’estate del 2019 Luigi Di Maio parlava ai navigator appena assunti. Li aveva definiti «gli alfieri di un nuovo modo di portare avanti le politiche attive in Italia». Talmente nuovo che dopo due anni rischia di sparire. Il contratto di 2500 navigator è in scadenza il 31 dicembre e la legge di Bilancio non ne ha previsto il rinnovo. «Al loro posto ci saranno Agenzie private del lavoro», ha dichiarato il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta.

I Cinquestelle sognavano di abolire la povertà con un decreto. Ma oggi a estinguersi potrebbero essere i professionisti che avevano il compito di trovare un lavoro a centinaia di migliaia di beneficiari del reddito di cittadinanza. Accolti da aspettative messianiche e dileggi, i navigator sono costati 180 milioni di euro tra stipendi e formazione. «Quella del navigator una figura nata male. Anzi, malissimo». Ne è convinto Pietro Ichino, giuslavorista, ordinario alla Statale di Milano ed ex senatore del Partito Democratico, che a Linkiesta spiega: «Il ruolo del Job advisor, nei servizi per l’impiego dei Paesi del Centro e Nord-Europa, si caratterizza per una formazione specialistica ottenuta con corsi di due o tre anni dopo la laurea. I nostri navigator sono bravissime persone, ma il ruolo che è stato loro assegnato non lo si può improvvisare».

In questi mesi i navigator si sono mossi tra centri per l’impiego sguarniti, banche dati regionali che funzionano a singhiozzo e sistemi che non comunicano. Solo 420mila beneficiari del sussidio sono stati presi in carico, il 37,9 per cento di tutti quelli che hanno firmato il patto per il lavoro. Secondo la Corte dei Conti, al 10 febbraio 2021 erano 152.673 le persone che avevano instaurato un rapporto di lavoro successivo alla data di presentazione della domanda: il 14,5 per cento del totale. Nelle ultime settimane il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, citando dati Istat, ha rincarato la dose: «Tramite il sistema di politiche attive dei navigator sono state assunte 423 persone». 

Secondo Ichino la prima colpa della politica nei confronti dei navigator «è stata nel buttarli allo sbaraglio senza preoccuparsi minimamente del management che avrebbe dovuto organizzarne il lavoro, e neppure di definire con precisione il compito che si assegnava loro. Così, nel migliore dei casi, si è finito coll’affiancarli ai dipendenti di ruolo dei Centri per l’Impiego, perché li aiutassero nei loro compiti burocratici. Poi, la pandemia ha fatto il resto».

La manovra economica del governo Draghi prevede una riforma del reddito di cittadinanza, con più controlli contro i furbetti e le solite polemiche. «Siamo il capro espiatorio di una battaglia politica, siamo stati strumentalizzati anche da chi avrebbe dovuto difenderci», racconta a Linkiesta Antonio Lenzi. Quarantadue anni, una laurea in scienze politiche e un dottorato in storia dei partiti politici, Lenzi è il portavoce dell’associazione nazionale navigator A.N.NA. «Ce ne hanno dette di tutti i colori, che non abbiamo mai lavorato e siamo incapaci. Ma senza di noi i centri per l’impiego collassano e il meccanismo si inceppa. Chi gestirà la platea dei beneficiari del reddito?».

I professionisti, tutti laureati e assunti dopo una selezione pubblica a cui si erano presentati in 80mila, non ci stanno a passare per miracolati. «I dati – precisa Lenzi – non riescono a mostrare completamente il lungo lavoro per preparare le persone a un’occupazione. E comunque in questi anni abbiamo contattato 580mila aziende. Facciamo tutto quello che serve per reinserire i nostri utenti sul mercato, valutando competenze e condizioni familiari. Li indirizziamo a corsi di formazione, li prepariamo per i colloqui. Stiamo parlando di una platea particolare. Il 72 per cento dei percettori del reddito ha la licenzia media, è assente dal mondo del lavoro da più di cinque anni, non ha un mezzo proprio, ha un’alfabetizzazione digitale quasi nulla».

Il padre dei navigator , l’ex capo dell’Anpal (Associazione nazionale politiche attive del lavoro) Mimmo Parisi rimosso a maggio dal governo Draghi, aveva annunciato un software che avrebbe aiutato a incrociare la domanda con l’offerta di lavoro. Un programma chiamato “Mississippi Works”, inventato da Parisi e utilizzato dallo stato del Mississippi. La versione italiana però non è mai arrivata. Con buona pace del professore che, dopo essersi fatto rimborsare i viaggi aerei in business class, è tornato negli Stati Uniti.

Il morale delle truppe volute da Parisi è ai minimi. In Liguria il 60 per cento dei navigator si è licenziato perché insoddisfatto o perché ha trovato un altro lavoro. «D’altronde siamo precari, non abbiamo ferie, maternità né tredicesima», raccontano. La paga è di 27mila euro lordi annui più 300 euro mensili di rimborsi forfettari. Chi trova di meglio, e magari ha una famiglia da mantenere, va altrove. 

Intanto giovedì a Roma i navigator sono scesi in piazza insieme a Cgil, Cisl e Uil per protestare contro il mancato rinnovo contrattuale. E c’è chi scommette: «Non spariremo, al massimo sparirà il nome navigator ». Dal Movimento 5 Stelle fanno sapere che cercheranno di trovare «una soluzione “in zona Cesarini” per garantire continuità occupazionale a questi professionisti». Magari coinvolgendoli nell’attuazione della riforma delle politiche attive prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Anche il ministro Brunetta si è detto «disponibile a trattare il dossier».

La questione è politica. Come la propaganda e i trionfalismi del governo gialloverde, che ormai sono un ricordo beffardo. Pietro Ichino non ha dubbi: «Questa è stata la prima colpa di Luigi Di Maio nella veste di ministro del Lavoro. Si è toccato con mano che cosa significa l’espressione “improvvisazione al Governo”. Il ministro non si era mai occupato in precedenza di politiche del lavoro, ma era convinto che la competenza non servisse, che per eliminare la povertà e per dare lavoro a tutti bastassero le escogitazioni dell’ultimo momento. Per fortuna è una persona intelligente, che da allora ha saputo fare molta strada. Oggi – ne sono certo – si vergogna della figuraccia che ha fatto in veste di ministro del Lavoro. E non solo con i navigator : l’esperienza del prof. Parisi a capo dell’Anpal è stata anche peggio».

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