L’altro virus Dopo due anni si può dire: senza i populisti la pandemia sarebbe stata combattuta meglio

Ilaria Capua, nel suo ultimo libro (pubblicato da Mondadori), scrive che il negazionismo di una certa cattiva scienza e la miopia di politici interessati al facile consenso hanno contribuito ad aggravare una situazione che avrebbe potuto essere meno dura, se affrontata con gli strumenti e le politiche giuste

AP Photo/Evan Vucci, File

Il vulnus del negazionismo
L’influenza è percepita dalla stragrande maggioranza delle persone come sinonimo di raffreddore. E invece in Europa ogni anno uccide da 15.000 a 70.000 persone, eppure la copertura vaccinale continua a essere bassa, bassissima. Nella stagione 2020-21, complice la pandemia da SARS-Cov-2, il numero di persone che ha deciso di vaccinarsi è sensibilmente aumentato, ma in Italia la copertura vaccinale continua comunque a proteggere una fetta ancora troppo piccola della popolazione: il 23,7 per cento (nel 2019-20 era il 16,8 per cento).

Nel capitolo precedente ho tratteggiato come una pandemia temuta ma non avvenuta (quella da aviaria) e una successiva pandemia lieve, come quella dell’influenza suina, abbiano contribuito a dare a Homo sapiens l’illusione di poter prevenire le pandemie e, nel caso in cui qualcosa gli fosse sfuggito di mano, di essere in grado di porvi rimedio. In fondo, avevamo saputo gestire abbastanza bene tutte le minacce pandemiche che c’erano state tra il 2000 e il 2019.

Il fatto è che illudersi impedisce di vedere che le cose non sono andate bene per magia, ma perché ci abbiamo investito risorse, e ci abbiamo lavorato con impegno. Se non è successo nulla, non è stato perché le minacce pandemiche erano bufale: si è trattato di enormi successi della scienza! Se l’aviaria e la suina non hanno provocato morte e devastazione, è stato un bene, non una fregatura! Che questi patogeni non abbiano provocato danni gravissimi alla salute pubblica era la dimostrazione che dovevamo continuare a investire. E invece sono stati ridotti i fondi di prevenzione per le pandemie, influenzali o meno. Questo è stato certamente uno dei motivi che ha permesso al SARS-CoV-2 di diventare un vero globetrotter, ma è altresì vero che nessun piano pandemico, nessun protocollo istituzionale avrebbe potuto controllare quel velenoso e mortifero approccio, vero motore dell’impotenza, che va sotto il nome di «negazionismo».

Il termine «negazionismo» è nato per indicare l’atteggiamento pseudostorico e pseudoscientifico di quanti, pur di sostenere la propria ideologia, si spingono fino a negare l’esistenza di «alcuni avvenimenti connessi al fascismo e al nazismo (come l’istituzione dei campi di sterminio nella Germania nazista)».

Negare l’esistenza dei fatti è in effetti più semplice del fornirne un’interpretazione.

Che un approccio negazionista nei confronti di una pandemia diventasse una delle principali forze da combattere, anzi la principale, non era stato previsto. Non poteva essere previsto. Nessun piano pandemico inizia con «Articolo 1: tutti i capi di governo del mondo seguiranno le indicazioni dell’OMS». È scontato, visto che l’OMS rappresenta 194 Stati sovrani.

Certo, a causa della mancata esplosione della pandemia da aviaria e della ridotta gravità osservata nella suina, già si erano alimentate teorie complottiste e negazioniste (di cui peraltro esiste un bell’elenco su Wikipedia). Ma mai e poi mai (almeno io) avrei potuto immaginare che i leader di democrazie avanzate potessero mettere in discussione l’allarme lanciato dall’OMS con così tanta determinazione e insistenza. Un muro di negazione sfaccettato da punti di vista contorti e in contraddizione tra loro che ha creato una sorta di dubbio originario. È questo il vulnus ab initio cui dobbiamo lo srotolarsi di un’infinità di conseguenze negative, la maggiore delle quali è il ritardo con cui abbiamo agito.

All’inizio del 2020 l’umanità aveva già avuto ampia esperienza di pandemie: avremmo in teoria avuto tutti gli strumenti per difenderci o, comunque, limitare la circolazione del virus. Se ci fossimo immediatamente chiusi in casa e avessimo cominciato a cucire mascherine, come la pandemia di spagnola del 1918 ci aveva insegnato, avremmo probabilmente pagato un conto meno salato in termini di vite umane e, nel lungo periodo, di crisi economica. Se all’allarme iniziale dell’OMS fosse immediatamente seguito il dispiegamento di un esercito di sanitari, come fu per SARS ed Ebola, magari avremmo potuto soffocare la pandemia all’inizio, o almeno rallentare la sua espansione.

Ma questo non è stato fatto. Non subito, non abbastanza. È inevitabile chiedersi il perché.

Perché le persone sottostimano il rischio di ammalarsi?

Il Vaccine Confidence Project4 si avvale di esperti di differenti discipline (antropologia, epidemiologia, statistica e scienze politiche fra le altre) per rilevare e monitorare i timori o la contrarietà delle persone nei confronti dei vaccini. Dal momento che vaccinarsi è una scelta volontaria, per una società evoluta è essenziale capire perché le persone non si fidino dei vaccini, uno strumento che, come abbiamo visto, ci ha permesso di controllare e, in certi casi, addirittura eradicare malattie terribili e pericolose.

Secondo Heidi Larson, la direttrice del progetto, la mancanza di fiducia nei vaccini è dovuta in buona sostanza alla disinformazione. Che, però, non è tutta uguale.

Larson attribuisce la palma di peggior categoria di disinformazione alla cattiva scienza. Nel grande calderone della scienza, ebbene sì, esiste anche quella cattiva, così come esistono la cattiva letteratura, il cattivo giornalismo, ma anche meccanici capaci o incapaci, parrucchieri abili e altri meno. L’esempio classico è la pubblicazione nel 1998 dello studio dell’ex medico Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di un legame tra l’autismo e il vaccino MPR contro morbillo, parotite e rosolia. Wakefield è stato espulso dall’ordine dei medici, e negli anni ha ritrattato le conclusioni esposte nel suo lavoro, ma nel frattempo il danno era stato fatto, e ha contribuito a causare epidemie di morbillo, rallentando la lotta dell’umanità contro la malattia.

«La calunnia è un venticello» canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia, e io questa faccenda dei vaccini e dell’autismo la vedo un po’ così. Un individuo scientificamente poco serio e poco solido, poi radiato dall’ordine dei medici, ha presentato un lavoro basato su dati inconsistenti, di cui è stata ritirata la pubblicazione, e ancora siamo qua a parlarne? Ebbene sì, il venticello non smette di girare e il sospetto infondato di Wakefield, falso, orrendo e dannoso, continua a perseguitarci e a creare danni.

A mio avviso, i cattivi scienziati sono seguiti a ruota dai politici miopi. Quelli che, invece di cogliere la profondità e la complessità delle situazioni, si limitano a cavalcare l’onda del consenso. Un sentimento che, per sua natura, è volatile.

Purtroppo gli esempi sono numerosi e dimostrano che l’impreparazione si paga.

In una sconcertante intervista rilasciata alla Bbc, Dominic Cummings, ex consigliere capo del primo ministro inglese Boris Johnson, ha raccontato che il premier è rimasto contrario al lockdown fino al momento in cui ha contratto in prima persona il Covid-19. Prima di allora sottovalutava la situazione al punto da ritenere che il Covid-19 avrebbe riguardato solo persone ultraottantenni e rifiutava di credere che il National Health Service (il servizio sanitario inglese) potesse essere sopraffatto. Ne era talmente convinto che avrebbe voluto continuare a incontrare di persona la regina, nonostante al 10 di Downing Street diverse persone fossero già ammalate nel marzo 2020. Un suo incontro incauto avrebbe potuto innescare un focolaio nella famiglia reale.

Imporre restrizioni al Paese gli pareva superfluo, visto che «l’età mediana [secondo i dati sulla mortalità per Covid-19] è 81-82 per gli uomini, 85 per le donne. Questo è superiore all’aspettativa di vita. Quindi prendi il Covid e vivi più a lungo. Quasi nessuno sotto i 60 anni va in ospedale (4 per cento) e di questi praticamente tutti sopravvivono».

Linea analoga è stata seguita dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che a marzo 2020 minimizzava persino i numeri: mentre il contatore dei contagi cominciava a salire, raggiungendo i 60, Trump parlava di 15 ammalati e prometteva che il numero sarebbe diminuito fino ad azzerarsi. Nello stesso momento il suo consigliere economico, Larry Kudlow, assicurava: «Il virus è stato contenuto. Il Paese è al sicuro».

Il 26 febbraio Trump twittava che diversi media «stanno facendo tutto il possibile per far sembrare il Caronavirus [sic] il più cattivo possibile, incluso creare panico sui mercati. Allo stesso modo, i loro incompetenti compagni democratici del Do Nothing fanno solo chiacchiere, nessuna azione. USA in gran forma!».

Mentre si cominciavano a contare anche i morti, oltre che i contagiati, i primi Stati dichiaravano lo stato di emergenza e la Camera organizzava un’apposita task force per la lotta al virus, Trump attaccava l’amministrazione Obama: la vera responsabile, a suo dire, della carenza di kit per il test del SARS-CoV-2 a livello nazionale.

Durante un’intervista andata in onda su Fox News, ha rilasciato dichiarazioni che, a posteriori, risultano sconcertanti. Un esempio: «Sapete, abbiamo migliaia o centinaia di migliaia di persone che migliorano solo stando sedute, e anche andando a lavorare – alcune di loro vanno a lavorare, ma migliorano» ha detto l’ex presidente prima di contestare il tasso di mortalità calcolato dall’OMS: «Penso che il 3,4 per cento sia davvero un numero falso. È solo una mia impressione, ma basata su un sacco di conversazioni con un sacco di persone».

Ricordo lo stupore misto a orrore che provai quando alla conferenza stampa del 23 aprile 2020 disse che riteneva interessante approfondire la possibilità di ripulire i polmoni dal Covid-19 con il disinfettante, iniettandolo o applicandolo in qualche altra maniera, visto l’effetto powerful che esercita sul virus quando presente sulle superfici.

Per ridurre la circolazione del virus occorrono fatti, non pareri. E conoscenza, non l’intuito.

Certo, dare una notizia sgradita come «c’è una pandemia in corso, dovete stare a casa, dovete indossare una mascherina, dovete disinfettarvi le mani, dovete mantenere il distanziamento sociale, proteggere le persone fragili – e dovete farlo adesso», e, più avanti, «dovete vaccinarvi» rischia di essere controproducente sotto il profilo del successo elettorale. Ma era necessario. Perché nei momenti di incertezza le persone guardano ai loro leader.

Se i leader sono i primi a essere veicoli di fake news – o piuttosto, in questo caso, di wrong news – l’effetto domino è garantito.

Peccato che, in questo caso, l’effetto domino abbia causato decessi e ricoveri, che tutto sono fuorché «impressioni». E che, per recuperare, sia stato necessario un costante, continuo, puntuale bombardamento informativo da parte di altri esponenti delle istituzioni, nel tentativo di arginare il contagio emotivo causato dalle parole dei leader. E ciò crea confusione, incertezza, senso di smarrimento. Queste informazioni spaventose e minimizzanti, ondivaghe e sconvolgenti, sono volate velocissime di bocca in bocca, di profilo Facebook in profilo Twitter, come schegge impazzite, creando quel diluvio di manipolazione e disinformazione che abbiamo appreso essere una reale minaccia alla salu te pubblica.

Un filo di speranza

Se è vero che «Every cloud has a silver lining», che ogni nuvola ha una cornice d’argento, allora anche in questa specifica nuvola dobbiamo sforzarci di trovarla.

È vero che i vaccini funzionano, e questo il Covid-19 ce lo ha dimostrato chiaramente.

Riesco a intravedere un arcobaleno se penso a tutta una serie di progetti pilota che indicano come il potere dei social media possa essere sfruttato per il bene, per combattere la disinformazione.

Un esempio splendido è quello di Danimarca e Irlanda, che sono riuscite a risollevare il tasso di immunizzazione nazionale contro il papillomavirus umano (HPV) – crollato dal 90 per cento del 2000 a meno del 20 nel 2005 a causa di alcune testimonianze circolate sui social media di ragazze che avrebbero riportato danni a seguito della vaccinazione – promuovendo storie di persone che a causa del cancro cervicale avevano perso mogli e madri, e creando una pagina Facebook per rispondere alle domande dei genitori.

Agire per il meglio, quindi, non solo si deve: si può.

Anche sfruttando i social media.

© 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano

da “La meraviglia e la trasformazione. Verso una salute circolare”, di Ilaria Capua, Mondadori, 2021, pagine 216, euro 18