Contro isterie e paurePerché è giusto vaccinare anche i bambini contro il Covid

Il dosaggio del farmaco è controllatissimo, il preparato è sicuro ed efficace. Proteggere i più piccoli serve ad aiutarli (anche se i casi sono pochi) e a prevenire la diffusione dei contagi, soprattutto nelle scuole. Ma è importante cogliere l’occasione anche per ragionare sulla condizione, iperprotetta, dell’infanzia di oggi

Jacob Ford/Odessa American via AP

Pochi argomenti generano controversie e toni emotivi o di rifiuto dei rischi come quando ci sono di mezzo i bambini. Nessuno giustamente si sogna di entrare nelle case private per sindacare le decisioni dei genitori che li riguardano, a meno che vi sia evidenza di un maltrattamento.

I genitori tendono, comprensibilmente, a reagire in modo molto acceso quando per i loro piccoli vengono proposti determinati trattamenti: questo indipendentemente dal numero o dalla forza di prove a sostegno del trattamento in questione. Il bisogno di proteggere i figli è stato molto importante, sotto il profilo evolutivo, ma prima dell’arrivo delle nostre società progredite si trattava di una protezione tutta strumentale. Il fatto che ai bambini vengano riconosciuti bisogni, gusti, diritti autonomi è una grande conquista degli ultimi due secoli: da quando, cioè, il nostro benessere ha ridotto drasticamente la mortalità infantile.

Quel tratto istintivo di protezione dei cuccioli oggi viene esaltato da circostanze, come le attuali, nelle quali le persone nel mondo sviluppato tendono a fare pochi figli e a investire molte risorse, economiche ed emotive, su quelli che hanno – e che, per la prima volta nella storia, possono scommettere ragionevolmente che li vedranno arrivare all’età adulta.

Ecco perché si capisce bene come mai la questione della vaccinazione anti-Covid offerta ai bambini da 5 a 11 anni stia suscitando tante controversie. Come per altre misure, ma nel caso in specie l’effetto della cacofonia può avere un impatto sociale maggiore, i media sono stati invasi di opinioni di esperti che dicono tutto e il suo contrario: che vanno resi obbligatori per i bambini, che vanno fatti perché sono nell’interesse dei bambini, che vanno fatti perché servono a interrompere la trasmissione del virus, che non vanno fatti perché si deve aspettare di avere più dati, che non vanno fatti perché non è nel loro interesse dato che il rischio potenzialmente legato ai vaccini sarebbe superiore al rischio di ammalarsi, che i vaccini per l’infanzia devono essere volontari, etc.

Se si fosse cercato un modo di confondere i poveri genitori (non solo le mamme!) e generare ansia, non se ne poteva trovare uno migliore.

Cosa sappiamo di vero e più verosimile? I documenti disponibili della Food and Drug Administration (FDA) e l’articolo che riporta i dati sulla sperimentazione pubblicati dal New England Journal of Medicine mostrano che si tratta di una vaccinazione adeguatamente studiata per il dosaggio, gli effetti collaterali e la protezione, e che il preparato è sicuro ed efficace (la protezione dalla malattia è circa il 90%). Non servono altri dati, ma le somministrazioni saranno monitorate, che equivalgono per qualità a quelli che hanno portato all’autorizzazione per i ragazzi da 12 a 17 anni. Solo il vaccino Pfizer-BioNTech è approvato per vaccinare da 5 a 17 anni. Per le evidenze a disposizione, sembra associato a meno effetti indesiderati di alcuni vaccini pediatrici obbligatori. Non si capisce poi quale differenza vi sia tra vaccinare i 5-11 e i 12-17: per caso i 12-17 meritano una protezione minore?

La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale chiede che i bambini siano vaccinati e ha fornito dati e argomenti che scaturiscono dai contatti diretti con la popolazione pediatrica che si ammala, non dalle fantasie di chi vuol contraddire per andare in televisione. I bambini possono contrarre un’infezione da Covid-19 e una percentuale di chi si ammala va incontro a forme che possono causare danni permanenti alle funzioni organiche. È, indubbiamente, una percentuale molto, molto bassa ma non inesistente: parliamo del 2% di bambini che si infettano e vanno in ospedale, di cui lo 0,03 muore. Negli Stati Uniti, per dire, sono morti oltre 400 tra i bambini e ragazzi, e in Italia circa 40.

Nessuno sa prevedere l’evoluzione del virus, che potrebbe produrre per caso una variante pronta a planare sulla popolazione infantile. Non è una garanzia assoluta, ma meno opportunità si forniscono al virus di infettare soggetti con un sistema immunitario più immaturo meno dovrebbero essere le occasioni per il patogeno di evolvere.

Certo è che una maggiore immunizzazione dei più giovani potrebbe aiutare a non mandare in didattica a distanza classi e scuole: cosa che è sicuramente nell’interesse di lungo periodo dei bambini. Per quanto riguarda l’interesse di breve, è coerente con esso evitare di fare ammalare genitori o parenti più anziani, dato che si tratta di un rischio concreto di perdere affetti e supporto economico, ma quanto questo sia probabile dipende dalle circostanze di ciascuno (c’è chi vive con la mamma trentenne e chi invece nella stessa casa dei nonni).

In generale, la protezione degli adulti dovrebbe essere offerta dall’alta percentuale di vaccinati che oggi possiamo già osservare nel nostro Paese ma, innanzi all’apertura/chiusura a singhiozzo delle scuole, è difficile non pensare che un obbligo di vaccinazione limitato ad alcune categorie (per esempio, i docenti) sarebbe stato percepito come meno iniquo e avrebbe avuto un obiettivo chiaro, a differenza della strategia scelta con il green pass.

Il sistema immunitario dei bambini è predisposto a fare esperienze che creano false ma utili memorie (vaccini), per imparare cioè a neutralizzare i potenziali patogeni, e facciamo un favore a loro e alla società vaccinandoli. Nei media circola un’idea del nostro sistema immunitario molto meccanicistica e un po’ esoterica. Si tratta di un sistema evolutosi per apprendere, e porci l’obiettivo di insegnargli precocemente il più possibile con i vaccini è coerente con la sua natura e con l’organizzazione dei processi cellulari che sono alla base dei suoi processi di apprendimento.

Preoccuparsi di stimolare troppo o in modo inopportuno il sistema immunitario con vaccini che peraltro veicolano istruzioni genetiche molto controllate, è come pensare di sottrarre stimoli sicuri e non previsti a un cervello infantile perché si crede non siano nell’interesse di un bambino imparare i fatti che avvengono nell’ambiente in cui vive. Il paragone tra cervello e sistema immunitario non è una metafora forzata e si dovrebbero usare maggiormente quando si comunica sui vaccini, perché fa capire cosa sono in ultima istanza le vaccinazioni.

Non stupisce che i bambini siano considerati un caso particolare ma forse questa potrebbe essere la volta buona per ragionare un poco e smettere di trattarli come fossero bambole di porcellana. Il paradosso che abbiamo davanti è che mai nella storia i cuccioli di essere umano hanno avuto tante possibilità, e nello stesso tempo mai sono stati tanto “protetti” da quello che è per loro, a conti fatti, l’ambiente meno ostile di sempre.

Con i nostri atteggiamenti iperprotettivi non stiamo facendo il miglior interesse dei bambini, ovvero per il loro futuro. La storia dei bambini nelle società umane è stata un calvario terribile, fino a quando non hanno smesso di morire per malattie infettive, malnutrizione e abusi o violenze. È merito della crescita economica, della scienza, dei vaccini, dell’istruzione di massa e degli antibiotici se i nostri cuccioli hanno acquisito sempre più, dal secondo dopoguerra, valore affettivo e l’investimento economico sul loro futuro è diventato razionale.

I progressi hanno consentito la pianificazione familiare per cui le famiglie potevano fare pochi figli, scoprendo i piaceri e gli effetti straordinari di dedicare loro anche molto più tempo per trasmettere conoscenze e dare supporto psicologico. Lo psicologo James Flynn ritiene sia stata l’interazione familiare di tipo moderno uno dei fattori che hanno causato l’incremento delle capacità e qualità cognitive e morali nel mondo sviluppato.

Oggi le cause mediche del miglioramento dell’esistenza infantile sono paradossalmente viste come minacce, ad esempio i vaccini, ma in generale l’uso dei farmaci, dai quali i bambini andrebbero in qualche modo tenuti lontani, preservati come da agenti invasivi. Di fatto, sia la renitenza dei genitori e dei comitati etici sia regole molto più stringenti disincentivano l’industria a cercare l’innovazione per i farmaci pediatrici, che di per sé sono anche commercialmente meno interessanti.

La protezione etica e regolatoria è conseguenza del fatto che fino a metà anni 60 i bambini erano ancora usati dai medici come cavie. Ma non oggi. Benché i nostri bambini subiscano danni per il fatto che quasi metà dei trattamenti farmacologici in ambito pediatrico non sono stati controllati per la loro condizione, ovvero si tratta di farmaci approvati per adulti e usati al di fuori dell’indicazione.