Confessioni di una schizofrenica Il mio cardiologo illetterato e lo stile paranoide del dibattito pubblico

A che cosa serve la letteratura? A sapere settant’anni prima come andrà settant’anni dopo. Basta leggere Operatori e Cose (Adelphi). È del 1958, ma sembra descrivere il nostro presente. Forse perché la storia si ripete sempre, la prima volta come tragedia e la seconda come catalogo Adelphi

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A che cosa serve la letteratura? Me lo chiedevo tre giorni fa, mentre un cardiologo m’ingiungeva di comprarmi una macchinetta con cui misurarmi tutti i giorni la pressione (una volta queste cose accadevano nella vita di mio nonno, adesso accadono nella mia), e io gli chiedevo garanzia d’altri tre anni di vita: «Sa, ho ancora un paio di libri da scrivere».

Vi vedo che pensate «La solita mitomane, pensa di guadagnarsi l’immortalità scrivendo», ma è persino peggio di così. È che sono diciott’anni che guardo Grey’s Anatomy, dal quale ho imparato che persino i medici di lì – assai più zelanti di quelli reali – s’impegnano a salvarti solo se hai figli e, poverini, mica li si può lasciare orfani. L’unico caso di paziente su cui impegnarsi non al grido di «è una madre, puntesclamativo» che abbia visto in diciott’anni era un professore universitario le cui lezioni avevano cambiato la vita di non so chi; quindi ho pensato che la mia prosa avrebbe fatto quel che le mie tube di Falloppio avevano evitato: fornire ai medici una ragione per tenermi in vita.

Senonché il cardiologo mi ha guardata con l’interesse ch’io proverei per un neonato e ha detto: ah, lei ha scritto libri? Poiché non basta così poco a scoraggiare la mia autostima ho detto certo, «La prossima volta magari gliene porto qualcuno». Poiché non si fa carriera in cardiologia leggendo gente che scrive trattati non scientifici, lui mi ha risposto «Beh, “qualcuno”: magari uno».

A che cosa serve la letteratura? Me lo chiedevo mentre, umiliata e offesa, riferivo quest’aneddoto a una scrittrice, che in risposta sospirava «Beata te». Beata te che hai il medico illetterato, diceva. Il suo ginecologo, proseguiva, aveva improvvisamente deciso d’essere critico culturale. «Io sto lì a gambe aperte, e lui vuole discutere di Franzen. Gli dico che si è dimenticato di farmi il pap test, e mi parla della poetica di Starnone» (dev’essere uno studio ginecologico convenzionato con Einaudi).

A che cosa serve la letteratura? Me lo sono chiesto ieri, mentre aprivo senza saperne niente Operatori e Cose – Confessioni di una schizofrenica (Adelphi). Non so mica quanti anni fossero che non aprivo un libro senza saperne niente, senza attese, anticipazioni, recensioni, aspettative. Senza che fosse una cosa nuova di cui attendevo l’arrivo o una cosa vecchia che non vedevo l’ora ristampassero. Di Barbara O’Brien, mi avvertivano subito le note sul risvolto di copertina, non si sa niente: neanche quale fosse il suo vero nome.

M’è tornata in mente una cosa che ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica, a proposito di Elena Ferrante. Una cosa che riassumerò bruscamente in: chi se ne frega di chi è, importa solo che abbia fatto all’infanzia quel che era stato capace di farle Dickens. A che cosa serve la letteratura? A far disinteressare i lettori ai pettegolezzi sulla tua identità, dovrebbe servire. La letteratura come fallimento, quindi.

A che cosa serve la letteratura? Me lo domandavo mentre Barbara O’Brien – qualunque sia il suo vero nome: probabilmente Elena Ferrante – raccontava la propria schizofrenia, scomparsa così com’era apparsa, senza cure, senza elettroshock, e anche senza amnesie, lasciandole intatti i ricordi del film che c’era stato nel suo cervello per sei mesi. La letteratura come fortuna sfacciata: sei mesi d’inferno, ma poi hai un libro per concepire il quale ad altri sarebbe servita un’intera vita da sani. («Ero un caso assolutamente insolito, un mostro», secondo un analista nella California degli anni Cinquanta, uno che in confronto il mio cardiologo è tanto affettuoso).

A che cosa serve la letteratura? A sapere settant’anni prima come andrà settant’anni dopo. Operatori e Cose fu pubblicato per la prima volta nel 1958, eppure ti sembra che parli di Twitter («Quest’Uomo di Potere che non lo apprezza, conclude finalmente la vittima, è solo un cretino»); ti sembra che parli della paranoia che caratterizza tutto il dibattito pubblico attuale («Lo schizofrenico non è solo la nuovissima minoranza americana, ma è diventato cittadino del mondo»); ti (mi, ci) sembra che parli di adesso. D’altra parte un altro Adelphi usato di recente da tutti (me compresa) per spiegare il presente, Lo stile paranoide nella politica americana, è degli anni Sessanta. La storia si ripete sempre, la prima volta come tragedia e la seconda come catalogo Adelphi.

A che cosa serve la letteratura? A metterci al riparo dalla reattività agli articoli di cronaca. Se il paragone tra Giovanna d’Arco e il tizio che ammazza la suocera, plausibilmente entrambi gravemente schizofrenici eppure una reclutata nell’album di famiglia dei buoni e l’altro orrido criminale, se quella comunanza patologica lì l’avesse ipotizzata uno scrittore d’adesso e non una di cui neanche sappiamo il nome e che comunque è al sicuro del suo essere novecentesca, allora ci sarebbe toccato del noiosissimo sdegno. E invece.

A che cosa serve la letteratura? A un sacco di cose, tra le quali purtroppo non a ottenere uno sconto sulla parcella del cardiologo; ma di certo serve a metterci al sicuro dall’ennesimo scandale du jour. Se vi pare poco.