Serotonina e ossitocinaLa gentilezza è la chiave per combattere l’alienazione che ci ha lasciato la pandemia

La solitudine sperimentata da ciascuno di noi in questo nostro tempo ha evidenziato quanto abbiamo bisogno l'uno dell'altro per non esaurire i nostri mezzi vitali. Diversi studi scientifici mostrano come la a cura di sé da sola non potrà soddisfare i bisogni psicologici delle persone dopo questa emergenza sanitaria. Abbiamo bisogno di creare connessioni per sentirci bene

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Nel mio ultimo libro Gratitudine – La rivoluzione necessaria, dato alle stampe pochissimi mesi prima dell’inizio della pandemia, scrivevo: «agire per-il-Bene migliora il nostro umore, calma le nostre ansie, guarisce le nostre ferite. La scienza lo conferma: essere gentili, aiutare chi ci sta accanto, agire in modo altruistico stimola la produzione di serotonina, lo stesso ormone grazie al quale funzionano molti antidepressivi medici: lenisce le sofferenze, calma e rende felici. Un gesto di gentilezza incrementa la serotonina in chi lo compie, in chi lo riceve e in chi vi assiste. E la serotonina è solo l’inizio: si producono anche più endorfine, che sono antidolorifici naturali più efficaci della morfina; viene stimolata l’ossitocina, l’ormone delle coccole che aiuta nelle relazioni sociali, ha un immediato effetto calmante, aumenta la fiducia e la generosità e rafforza il sistema immunitario e la virilità. E le persone compassionevoli hanno il 23% in meno di cortisolo, il famigerato ormone dello stress».

Dopo venti mesi, vissuti in un clima generale di guerra dove il linguaggio bellico adottato per comunicare la pandemia si è sovrapposto perfettamente alla sua gestione, c’è ancora margine per invertire la rotta cambiando prospettiva verso l’adozione di un approccio gentile?

Secondo l’opinione di Jamil Zaki, professore di psicologia alla Stanford University e direttore dello Stanford Social Neuroscience Laboratory oltre che autore di The War For Kindness: Building Empathy in a Fractured World, i risultati di molti studi scientifici lasciano veramente ben sperare. In un recentissimo articolo pubblicato sulla rivista statunitense The Atlantic, ha documentato alcune considerazioni legate al sentimento di esaurimento che molti di noi avvertono in questo periodo. In pratica ci sentiamo come se stessimo correndo una gara alla quale non solo non ci siamo iscritti ma che per di più va allungandosi a ogni chilometro percorso.

Dunque se da un lato queste circostanze hanno dato adito a una rinnovata attenzione per la salute mentale degli individui riscontrabile in qualsiasi contesto, da quello sociale a quello lavorativo dove di conseguenza sono stati fatti investimenti in risorse psicologiche e in servizi per il benessere, dall’altro hanno alimentato un dibattito mondiale intorno alla “cura di sé” che ne ha fatto emergere il limiti confermando che la cura di sé da sola non potrà soddisfare i bisogni psicologici delle persone durante la fase di recupero post pandemia. Secondo quanto ci rivela Zaki, dopo molti mesi di relativo isolamento ci ritroviamo nella condizione di dovere recuperare connessione e significato. 

Questa necessità tuttavia non deriva solo dal prenderci cura di noi stessi, ma anche dal prenderci cura gli uni degli altri. Prova ne sono i molti studi condotti in questo periodo. Secondo il neuroscienziato infatti, tra le persone alle quali in modo casuale era stato chiesto di spendere soldi per sé stesse o per qualcun altro, alla fine quelle che li hanno spesi per gli altri hanno riferito di aver sentito un significato, un’autostima e una connessione maggiori. 

Ma vi è un’ulteriore evidenza molto interessante emersa dal set di domande proposte dai ricercatori che hanno condotto questi studi, quando alla fine di ogni giornata hanno chiesto ai partecipanti se avessero aiutato qualcun altro quel giorno e come avessero vissuto il loro atto di gentilezza, hanno potuto riscontrare che una maggiore soddisfatte nei giorni di dedizione agli altri emergeva quando si manifestava un sentimento di connessione al motivo per cui stavano compiendo quell’azione e alla persona che stavano aiutando. 

In definitiva il dato sostanziale risiede nella consapevolezza acquisita che la linea tra la cura di sé e la cura degli altri è più sottile di quanto potremmo immaginare: siamo psicologicamente interconnessi, in modo tale che nell’insieme aiutare gli altri è una gentilezza verso noi stessi e allo stesso tempo curare noi stessi aiuta gli altri. Un principio da ricordare ogni giorno e non solo domani, 13 novembre, nella giornata internazionale dedicata alla gentilezza.

La solitudine sperimentata da ciascuno di noi in questo nostro tempo ha evidenziato quanto abbiamo bisogno l’uno dell’altro per non esaurire i nostri mezzi vitali. Come andranno le cose dipenderà da noi più di quanto non immaginiamo. Sta a noi partecipare all’affermazione di queste potenti tendenze che ci spingono verso l’estremismo dell’intolleranza, della divisione, della frammentazione schierata dietro la tattica del “noi” contro “loro” oppure contribuire alla rivoluzione culturale che attraverso la gratitudine annulla gli effetti dell’isolamento, dell’alienazione e dell’ansia su cui gli estremismi si basano.