Le idee e i dirittiLa storia formidabile del Partito radicale, raccontata da un protagonista

Gianfranco Spadaccia, tra i fondatori del partito insieme con Marco Pannella, è morto domenica 25 settembre a 87 anni. Nel suo volume pubblicato da Sellerio nel 2021 ha ricostruito le vicende e le battaglie che hanno cambiato la società italiana

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Durante tutta la campagna del referendum abrogativo della legge Fortuna, sia la Lega Italiana per il Divorzio sia il Partito Radicale furono praticamente tagliati fuori da ogni manifestazione pubblica e da ogni confronto e dibattito televisivo riservato ai partiti e alle forze politiche favorevoli alla conferma della legge.

Uniche eccezioni: due trasmissioni iniziali molto prima che la campagna entrasse nel vivo, una manifestazione di apertura al teatro Adriano, un grande concerto al Palazzo dello Sport dell’EUR con la partecipazione di Guccini, degli Area, della Premiata Forneria Marconi, di altri gruppi e rockstar, e la realizzazione di un enorme NO, che calammo dal Pincio proprio davanti al comizio conclusivo di Amintore Fanfani a piazza del Popolo e che il giorno dopo fu ripreso da tutti i giornali in prima pagina.

La nostra esclusione dalla campagna elettorale era stata voluta dal PCI e personalmente da Enrico Berlinguer nella convinzione che, se si fosse lasciato troppo spazio a divorzisti e radicali, con i loro referendum (tra cui quello abrogativo del Concordato) da contrapporre al referendum clericale sul divorzio, si sarebbe corso sicuramente il rischio di perdere un confronto referendario che, secondo Berlinguer, aveva un esito assai incerto: era convinto che si sarebbe perso o vinto per uno o due punti o addirittura per qualche decimale. Noi invece eravamo sicuri che lo avremmo vinto con ampio margine di vantaggio, confortati in questo dai sondaggi.

A piazza Navona per la vittoria del NO
Ci comportammo, come direbbero i francesi, con «disciplina repubblicana» facendo buon viso perfino all’esclusione da una campagna di cui ci reputavamo, insieme a Loris Fortuna e a pochi altri, gli iniziatori e i protagonisti.

Ci premunimmo però di farci trovare pronti il giorno della vittoria, innalzando un grande palco della LID in piazza Navona e passando, in particolare Enzo Zeno e io, i due giorni precedenti a impaginare un numero unico di Liberazione, dal titolo «IL NO HA VINTO», da distribuire il pomeriggio del 13 maggio in tutta Roma.

Quel giorno, per festeggiare la definitiva vittoria del divorzio, oltre mezzo milione di romani venne a piazza Navona dove trovò sul palco Marco Pannella, già al venticinquesimo giorno di digiuno, che dava la parola equanimemente senza alcuna discriminazione ai dirigenti e parlamentari dei partiti divorzisti, oltre che agli esponenti della LID. E anche i comunisti dovettero partecipare a quella festosa manifestazione, perfino Maurizio Ferrara e Paolo Bufalini, come riferisce il primo in una sfottente e acida poesia scritta in romanesco in cui fa dire a «sor Paolo» (Bufalini), mentre ascolta Marco Pannella, «… ce tocca vince pure pe’ ’sti stronzi».

La lunga manifestazione si concluse a notte inoltrata – quando ormai da tempo era stato reso noto il risultato definitivo che assegnava al divorzio una maggioranza del 60% – con un lungo corteo che passò sotto la sede della direzione del PCI in via delle Botteghe Oscure, per proseguire lungo piazza Venezia, via del Corso e del Tritone fin sotto la sede de Il Messaggero, che il suo direttore Sandro Perrone con il consenso dell’intera redazione aveva fin dal primo giorno schierato a favore del divorzio e di cui si sapeva che, proprio per questo, aveva i giorni contati. Il resto della famiglia Perrone aveva infatti deciso di vendere la testata alla Montedison di Eugenio Cefis.

Mentre per i partiti dello schieramento divorzista rappresentati in Parlamento la vittoria del referendum rappresentava il momento conclusivo e vittorioso di un duro e non desiderato scontro politico, per i radicali invece era l’inizio di una prova difficile rivolta a evitare la definitiva cancellazione non solo del ruolo che avevamo avuto nell’imporre quel tema all’intero sistema politico ma della stessa possibilità di esistenza e di incidenza radicale sulla politica futura. Avevamo vissuto con frustrazione l’emarginazione e la cancellazione subita durante tutta la campagna referendaria.

L’unico strumento che avevamo avuto in quel mese era una pagina del settimanale Il Mondo, allora diretto dallo scrittore Renato Ghiotto, che l’aveva messa a disposizione di Pannella. Alcuni dei componenti della segreteria collegiale, di cui era primo segretario Giulio Ercolessi, si erano dimessi (Massimo Teodori, Giuseppe Ramadori).

Il digiuno di Marco, iniziato nel pieno dello scontro referendario, non aveva un valore simbolico e dimostrativo, non era un digiuno di protesta per una ingiusta esclusione, era invece un digiuno di lotta destinato a proseguire fino a quando non fossimo riusciti a interrompere la cortina di silenzio a cui sembravamo condannati e che già rendeva praticamente impossibile la raccolta delle firme per la promozione degli otto referendum radicali.

In Marco e in molti di noi c’era infatti la consapevolezza che con la vittoria del referendum si apriva una stagione di riforme possibili nel campo dei diritti civili, di cui sapevamo di essere, insieme a Loris Fortuna e a una parte dei socialisti, i naturali interpreti e protagonisti.

da “Il Partito Radicale. Sessanta anni di lotte tra memoria e storia”, di Gianfranco Spadaccia, Sellerio, 2021, pagine 764, euro 24