«Non te la prendere, dai»Quelli che festeggiano con una pacca sul culo lo sbaffo rosso sul viso dei calciatori

Già c’era la sensazione che sensibilizzare sulla violenza contro le donne con un segno di rossetto sulle guance dei giocatori e una dichiarazioncina per dovere a fine partita fosse un po’ una presa in giro. Poi un tifoso l’ha chiarito, molestando una giornalista mentre un collega (maschio) di quest’ultima minimizzava

Marco Bucco/LaPresse

Forse sarebbe stato il caso di far leggere un messaggio diverso ai vari allenatori dopo le partite di serie A. Per esempio “Basta alla violenza degli uomini sulle donne. Basta”.

E meglio se fosse stato letto non come una pratica da sbrigare rapidamente alla fine dell’intervista di rito, un dovere da esplicare come un obbligo, senza partecipazione emotiva né convinzione. Proprio mentre in tutta Italia, una marea di donne di ogni generazione e provenienza ribadivano concetti contro la violenza che dovrebbero avere le stimmate dell’ovvietà e che sono invece tragicamente presenti e attuali.

E meglio sarebbe stato se quel segno rosso in viso l’avessero avuto tutti oltre ai calciatori, intendo anche gli allenatori, i vice e tutta la combriccola in diretta. Anche i giornalisti e i commentatori. Invece, evidentemente pareva poco professionale, come se lo sbaffo rosso fosse un tatuaggio in più, rimovibile dal sudore, bell’e scomparso dopo i 90 minuti. Una pacchianata che escludeva chi lavora in tv, perché grande è la reputazione del giornalista sportivo. Tutt’al più qualcuno aveva un adesivo a patacca incomprensibile sulla giacca.

La necessità di una presa di posizione vera, seria nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per almeno uno schifoso giorno, poteva avere una eco meno volatile e più intensa.

Ci chiediamo anche a cosa serva alla fin fine, come possa un po’ di rossetto su una guancia scalfire un problema di portata gigantesca che riguarda più di mezza parte di mondo, in ogni latitudine, anche nelle più progressiste. Uno sterminio del femminile che non ha tregua, un abuso di potere perpetrato sistematicamente in casa, nei luoghi di lavoro, ovunque sia possibile e concesso a larghe mani. Inarginabile anche da leggi inasprite contro gli assassini, obblighi e divieti per i violenti.

Per mettere fine alla mattanza fisica e psicologica servirebbe la dissoluzione di un sistema che vede nel maschile l’apice perennemente privilegiato, potente e prevaricatore. Che si permette tutto, si arroga ancora il diritto di comandare e il diritto di punire chi si ribella. Il calcio sarebbe un palcoscenico esaltante per veicolare un concetto diverso di parità. Peccato che, almeno fino all’exploit della Nazionale femminile ai Mondiali, un pallone e una donna insieme fossero una cosa poco credibile per non dire una pantomima esilarante per gli spettatori maschi. E solo da qualche anno le giornaliste sportive si sono ritagliate un qualche spazio, ancora connotato dalla richiesta di essere carine, un po’ ammiccanti e in déshabillé, brave a introdurre la parola degli esperti, tutti maschi.

La prova provata del fatto che lo sbaffo rosso in viso per una giornata di campionato dia la vaga idea di una presa in giro trova precisa conferma in ciò che è successo nel post-partita di Empoli-Fiorentina alla giornalista di Toscana TV Greta Beccaglia. La scena è fuori dallo stadio tra i tifosi che sciamano alla rinfusa nel buio della sera. La prode Greta è stata inviata nel postpartita per sentire l’umore dei tifosi della Viola, gli empolesi sono alle stelle per il derby vinto, ma i fiorentini sono incavolati per l’amaro finale, fiele della sconfitta. Il clima non è esagitato anzi abbastanza tranquillo.

Quando, illuminata dal faro a favore delle telecamere, Beccaglia introduce il suo compito, un tifoso le sgancia una bella pacca sul sedere con la massima disinvoltura, il che fa capire quanto gli sia naturale mettere le mani addosso a una donna. Greta reagisce con una compostezza e educazione fin troppo encomiabili. «Non si può fare», protesta civilmente. Il suo corrispondente in studio con cui è in collegamento, invece di sottolineare la becerata e darle solidarietà, fa la cosa peggiore della serata e le dice: «Non te la prendere, dai, non te la prendere». La disinvoltura è la stessa della mano sul deretano: «Che vuoi che sia», è il sottotesto. Altri due tifosi sopraggiungono e dicono altre facezie, finche non giunge un ragazzino che fa gestacci e dice parolacce pesanti.

Morale, deve intervenire il superman di turno, il cameraman, obbligato a proteggerla. In questa scena si svolge la rappresentazione più bieca della mancanza di rispetto verso una donna. Quel gesto che presuppone tutti gli altri, peggiori, che ne scaturiscono. Se le metto una mano sul sedere è perché lei non è una persona che tra l’altro sta facendo onestamente il suo lavoro ma un corpo senza testa da accaparrarsi come e quando si vuole. E la stessa cosa pensa il conduttore in studio, che sarà mai un buffetto, porta pazienza, dai. Sì, siamo fatti così, va bè, niente di eccessivo.

È così che si comincia, valicando Il limite tra essere umani, bonariamente, certo. Lì, in nuce al contrario, sta tutto ciò che viene dopo, un bello schiaffone, le mani sul collo, i calci in pancia, le coltellate.

L’Ordine dei giornalisti ha espresso vicinanza e condanna per l’ignobile gesto, ma che Greta Beccaglia fosse lì per documentare un avvenimento nella sua funzione di giornalista, aggiunge solo una piccola parte al significato profondo di quella mano allungata a toccare. Certi tifosi sono ignobili in tutte le loro manifestazioni, un popolo truce e violento, deserto di spirito, vuoto di senso. E allora, direte voi, perché mandare una ragazza con il microfono in mano in mezzo alla feccia? Anche la risposta a questa domanda ha millenni di significati che hanno a che fare con lo sterminio mirato del femminile.

Siamo alle solite, non è limitando la libertà delle donne che queste si possono salvare, la pazienza è finita. Sono gli uomini che devono comprendere pienamente ciò che sta nella loro testa, loro a dover porre rimedio a una povera consapevolezza. Loro a dover diventare persone migliori, possono se vogliono. E vale anche per quel deficiente con lo zuccotto che dopo aver alzato le mani altezza natiche sulla giornalista, si è pure velocemente dileguato.