La retromarcia ingleseIl caso Johnson conferma la crisi dei populisti ai tempi del Covid

Il problema è anzitutto il tempo: ne passa davvero troppo poco, tra decisioni e conseguenze, per cavarsela con i soliti trucchi adoperati in casi simili per sviare l’attenzione, per far dimenticare le proprie scelte e scaricare la colpa sugli immigrati, la sinistra, l’Europa

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Nel club dei leader politici saliti al potere sull’onda della sollevazione populista partita nel 2016, Boris Johnson era uno dei pochi a non essere stato ancora travolto dalle conseguenze della propria gestione irresponsabile e demagogica della pandemia. A quanto pare sta succedendo ora, e con una dinamica talmente simile a quella che ha già riguardato tanti suoi omologhi nel resto dell’occidente, Italia compresa, da rendere difficile non pensare, come minimo, a una tendenza generale.

Il fatto che le misure del cosiddetto piano B possano apparire persino blande, almeno se confrontate alle nostre, rende ancora più significativo quello che sta accadendo: una rivolta di una parte rilevante dei parlamentari conservatori che non vogliono accettare nemmeno quelle minime restrizioni, nonostante la spaventosa avanzata dei contagi, specialmente a causa della variante Omicron. E nonostante Danimarca e Norvegia, per lo stesso motivo, abbiano deciso di adottare misure ben più stringenti (in Danimarca hanno già chiuso le scuole, per esempio).

Proprio come nel 2020, Johnson cerca tardivamente di correre ai ripari, dopo essersi rifiutato fino all’ultimo di prendere le decisioni necessarie, perché impopolari. Solo che stavolta deve vedersela anche con un pezzo consistente dei suoi sostenitori. Lo spettacolo, corredato dallo scandalo dei festini a Downing Street nell’inverno dell’anno scorso, quando il resto del paese era chiuso in casa e le terapie intensive traboccavano, non potrebbe essere più istruttivo.

Ancora una volta, i leader populisti si dimostrano vittime di se stessi, della propria retorica, della propria propaganda irrazionale e irresponsabile. La tremenda caratteristica del Covid è infatti di porre i governi e l’intera popolazione di fronte alle conseguenze delle proprie scelte con una rapidità e una drammaticità che raramente si riscontrano in tempo di pace.

Il problema, dal punto di vista dei populisti, è anzitutto il tempo: ne passa davvero troppo poco, tra decisioni e conseguenze, per cavarsela con i soliti trucchi adoperati in casi simili per sviare l’attenzione, per far dimenticare le proprie scelte e le proprie dichiarazioni, per scaricare la colpa sugli immigrati, la sinistra, l’Europa o la finanza internazionale.

Naturalmente non si può escludere che l’aggravarsi della situazione, alla lunga, possa cambiare ancora una volta le carte in tavola, in tutto il mondo. Se neanche le misure più stringenti dovessero rivelarsi sufficienti, è difficile prevedere quali potrebbero essere le reazioni della popolazione, ma certo è da mettere in conto un pesante contraccolpo. Qualcosa di cui, in Italia, potremmo aver visto i primi segnali nella delirante miscela nazi-libertaria delle manifestazioni no vax e dell’assalto alla Cgil.

Per il momento, però, la più clamorosa conferma della regola secondo cui farli governare in tempi di pandemia è il modo più sicuro per liberarsi dei populisti viene proprio dal caso Johnson: appena due anni fa trionfatore delle elezioni, dopo avere resuscitato il suo partito e averlo riplasmato a sua immagine e somiglianza (ricorda nessuno?), e due anni dopo già alle corde, incapace di districarsi tra le mille contraddizioni della sua stessa propaganda.

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