Unfit to leadLa lenta agonia di Johnson e il sorpasso dei laburisti

Il premier inglese è stato sorpassato nei sondaggi dal leader dell’opposizione Keir Starmer, scaricato dalla stampa filo-conservatrice e teme una lettera di sfiducia di alcuni parlamentari vicini a Theresa May che potrebbe minare la sua leadership. Siamo al punto di non ritorno?

LaPresse

Nel Regno Unito, i laburisti hanno sorpassato i conservatori nei sondaggi. Più dei meriti della sinistra, contano i demeriti dei Tories, logorati dagli scandali: l’ultimo per la festa di Natale in pieno lockdown, il 18 dicembre dell’anno scorso, negata dall’esecutivo finché non sono uscite le foto. La crisi di consenso del primo ministro Boris Johnson è reale. Il suo indice di apprezzamento ha toccato i minimi storici, è crollato di 11 punti rispetto a metà novembre, anche tra gli elettori del suo partito. Il 15 dicembre a Westminster si vota sul passaporto vaccinale, la versione britannica del green pass, e ci si attende una spaccatura che non si vedeva dai tempi di Theresa May, con ribelli tra le file della maggioranza e persino ministri pronti alle dimissioni. Siamo al punto di non ritorno.

Nelle ultime rilevazioni di YouGov sulle intenzioni di voto, i conservatori sono calati al 32%, il dato più basso dalle elezioni stravinte nel dicembre 2019. Per converso, in una sola settimana i laburisti non si sono limitati a raggiungere gli avversari, li hanno staccati. Sono cresciuti fino al 40%. Un divario simile, con un vantaggio dei progressisti (+8%), non si vedeva dal luglio 2017. Lo svuotamento dei Tories è parzialmente compensato, sempre nel campo conservatore, dalla risalita di Reform UK, l’ultima creatura sovranista di Nigel Farage, che era passata dal 30% delle europee 2019 al 2% nelle politiche dello stesso anno. Oggi si attesta al 7%, lo stesso dato dei verdi, solo un punto sotto un partito storico come i libdem. 

La seconda vita di Farage è da conduttore televisivo di Gb News, una versione controversa di Fox News all’inglese. L’uscita dalla politica potrebbe essere momentanea. Da quando fa l’anchor, si è invertita l’emorragia di ascolti del nuovo canale. In prospettiva, non sarebbe forse azzardato fare un paragone con il ruolo rivestito da C-News nell’ascesa di Éric Zemmour nell’alt-droite francese. In questa veste, Farage è stato tra i pochissimi a intervistare l’ex presidente americano Donald Trump, che lo ha sempre preferito a Boris Johnson, con cui pure c’era una certa sintonia. 

Il primo ministro dovrà tornare sotto lo scrutinio di un’indagine parlamentare per i lavori (onerosi) nel suo appartamento a Downing Street. Una ristrutturazione attribuita dalla stampa alla first lady Carrie, che ha da poco dato alla luce il secondo figlio della coppia, il settimo di Johnson. Sulle spese per la casa, secondo le ricostruzioni, il premier avrebbe mentito ai colleghi di partito. Lo ha rifatto – con il dettaglio, non secondario, che stavolta a essere presa in giro era la nazione – sul caso del party natalizio. 

La patina da «uomo del popolo» su cui Boris ha costruito una carriera s’è screpolata tra i brindisi di un governo che chiedeva al paese nuovi, sofferti sacrifici. Gli elettori lo perdoneranno anche questa volta? Oggi a scaricarlo è anche la stampa filo-conservatrice che Johnson ha a lungo frequentato. «La crisi a Downing Street non è un imbarazzo passeggero, è un punto di svolta che ha spogliato il primo ministro di qualsiasi credibilità residua», ha scritto Janet Delay sul Telegraph, giornale del quale Johnson è stato editorialista, nonché corrispondente da Bruxelles prima della politica. 

Il quotidiano si spinge a ipotizzare che le restrizioni contro il coronavirus, da poco reintrodotte, siano una mossa per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali. È un’idea condivisa, non solo nel circuito mediatico, ma anche tra la popolazione. Era chiaro fin dall’inizio che Johnson non fosse adatto al ruolo («not fit for the job»), è l’opinione di Alex Massie sullo Spectator, settimanale di cui il premier è stato direttore. 

«Pensate – scrive Massie – a tutti coloro che hanno fatto il loro dovere per aiutare la nazione durante l’emergenza. Pensate a tutti quei funerali deserti. Pensate agli addii che non sono stati pronunciati. Pensateci, e traete le vostre conclusioni. L’affaire della festa di Natale è quasi secondario. Ma abbiamo avuto conferma di qualcosa di peggiore delle menzogne del governo: un’incompetenza così completa da macchiarsi di indifferenza».

Sui social, per contrasto, ai memes sulla festa illegale viene contrapposto il cordoglio solitario e dignitoso della Regina Elisabetta ai funerali del marito Filippo, in piedi da sola nell’abbazia di Westminster, per rispettare quelle stesse norme di distanziamento sociale che lo stato maggiore dell’esecutivo ha trasgredito. «Non saranno i party natalizi a uccidere questo governo, ma l’incompetenza», ha sentenziato James Frayne, sempre sul Telegraph

I ministri hanno disertato le ospitate in tv alla fine di una «settimana difficile». Il 68% degli intervistati nel sondaggio di YouGov pensa che Johnson abbia mentito alla nazione sulla festa, due terzi che non abbia rispettato le regole, il 44% si sente tradito. In questo clima, martedì il governo rischia di dover dipendere dai voti dei laburisti, favorevoli al piano, per far passare in aula le misure di contenimento della pandemia e l’introduzione del passaporto vaccinale per accedere agli eventi. 

Sono 58 i parlamentari conservatori che si sono già detti contrari: nel pallottoliere, stima il Times, i ribelli potrebbero arrivare fino a cento. Sarebbe un record, già a dicembre i malpancisti in alcune votazioni erano stati 54. Tra di loro, secondo i retroscena, ci potrebbero essere anche membri del governo, pronti a dimettersi alla vigilia della giornata campale. Pochi giorni dopo, il 16 dicembre, le elezioni suppletive del collegio di North Shropshire diventeranno un referendum sulla leadership di Johnson. 

È un feudo dei Tories, ma potrebbe passare a sorpresa nelle mani dei libdem, indietro di un solo punto nei sondaggi (39 a 40). Queste «by-election» sono spesso test importanti per mappare lo stato di salute di maggioranza e opposizione. Per esempio, a maggio, la conquista dei conservatori della roccaforte laburista di Hartlepool, rossa da sempre, era stata letta come un segnale della crisi senza fine del Labour e del successo del «one nation Conservativism» di Johnson. Nel 1990, la caduta del seggio di Eastbourne, strappato proprio dai liberaldemocratici, ha contribuito a disarcionare Margaret Thatcher dalla guida del partito e, quindi, da Downing Street. 

In caso di sconfitta a North Shropshire, alcuni parlamentari vicini all’ex premier Theresa May, ormai riferimento dell’opposizione interna, sarebbero pronti a formalizzare una lettera di sfiducia a Johnson. Ne servono 54 per arrivare alla conta. Sarebbe già iniziata la corsa alla successione: si vocifera dei titolari di Finanze ed Esteri, Rishi Sunak e Liz Truss, o la ministra degli Interni rigorista Priti Patel; Michael Gove assicura che non si candiderà, come ha già fatto prima di farlo in passato. Ci starebbe pensando persino Matt Hancock, l’ex ministro della Sanità protagonista di uno dei primi scandali da lockdown, le effusioni con l’amante negli uffici del governo. 

È il momento decisivo per i laburisti. Tramontata la stagione radicale di Jeremy Corbyn, Keir Starmer rappresenta una voce credibile e rassicurante, soprattutto per la classe media che potrebbe essere cruciale per riprendersi dal tracollo del 2019. Starmer gioca pulito. Nel suo profilo Twitter i suoi migliori auguri a Johnson per la nascita della secondogenita sono affiancati, in un altro tweet, dalla richiesta delle dimissioni. È tecnico e misurato, col rischio di passare per «freddo» e poco empatico, ma batte da mesi la nazione. Ora lo aspetta la battaglia della vita, quella che farebbe dimenticare i fallimenti dell’era Corbyn. 

«Boris Johnson è il peggior leader possibile nel peggior momento possibile», ha detto Starmer in televisione. In aula, ha invitato i deputati conservatori a sfiduciarlo, ma erano manovre già in corso. È il duello più importante della sua leadership. La testa nei sondaggi, ricorda iNews, non si mantiene limitandosi ad aspettare che Boris cada da solo. Anche se, a rileggere i fatti di questo autunno, forse è proprio ciò che sta accadendo. 

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