L’altro virusCosì la mafia ha fatto affari durante la pandemia

Nel libro edito da Rubbettino, Paolo Lattanzio spiega come le organizzazioni criminali hanno approfittato dell’emergenza nel 2020 per inserirsi nel traffico illecito di mascherine e altri prodotti sanitari, riciclando gli enormi proventi dei propri traffici attraverso complesse partite di giro di denaro

Valeria Ferraro/LaPresse

La mafia è vicina e incide sulla qualità della vita di ognuno di noi e sulla nostra stessa esistenza. Non si tratta di processi criminali attivati da singoli imprenditori senza scrupoli, va rifiutata in toto una lettura eccessivamente semplicistica. Si tratta di sistemi criminali ben organizzati, che si servono di intermediari e di professionisti, per agire su larga scala approfittando soprattutto delle fasi di vulnerabilità sociale, politica ed economica.

Il traffico illecito di mascherine, come raccontano le tante inchieste portate avanti in questi mesi, è stato un fenomeno che ha caratterizzato l’emergenza Covid-19. Il vincolo personalistico ha determinato un assalto al mercato dell’emergenza e una scarsa capacità di vigilanza negli enti locali ha generato buchi di milioni di euro. Aziende costituite per l’occasione, imprenditori anche condannati in via definitiva, hanno truffato alcuni enti regionali incassando denari senza far pervenire le mascherine ordinate oppure facendole arrivare in minima quantità dalla Cina, senza le certificazioni necessarie. Flussi di soldi pubblici recuperati in minima parte, aziende fantasma che sono scomparse col loro carico di risorse pubbliche mentre il Paese moriva sotto i colpi del Covid-19.

Non da ultimo, come emerso anche in Commissione antimafia, le mafie hanno usato l’emergenza anche per riciclare gli enormi proventi dei propri traffici, attraverso complesse partite di giro di denaro e reti di società dislocate in Paesi extraeuropei.

I prodotti come le mascherine, i camici e i respiratori sono stati pagati a cifre sproporzionatamente alte al fine di far transitare fuori dal Paese i capitali, attivando un meccanismo di riciclaggio che portava a pagare ogni singola mascherina 3-4 volte il prezzo di mercato all’ingrosso. Il beneficio criminale era doppio: capitali ripuliti all’estero e prezzi alti per rivendere quegli stessi prodotti in Europa. Sorte analoga per i camici, i respiratori e altri dispositivi spesso venduti due volte e fatti trasportare via mare in altri Paesi europei.

Questi processi corruttivi, criminali e di riciclaggio non sono nati a causa della pandemia. Essa ha avuto più semplicemente il ruolo di un detonatore che fa esplodere i punti di frattura, i rischi, i pericoli che erano già ben presenti nel nostro Paese. La pandemia da Covid-19 ha fornito, in definitiva, a criminali che erano già operativi, nuove e più ricche opportunità, accelerando processi e fenomeni già esistenti.

Truffa, corruzione e riciclaggio sono stati i mali che lo Stato ha dovuto combattere in modo costante nei mesi più duri dell’emergenza. Una vera e propria emergenza nell’emergenza che ha sottratto risorse, ha determinato una situazione di rischio enorme, ha accresciuto la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni impegnate a far fronte all’emergenza sanitaria, ulteriormente aggravata da quella criminale.

Dalle indagini più recenti il dato che è emerso con maggiore evidenza è legato alla costituzione di nuove società di import ed export che in pochissimi giorni hanno spostato milioni di euro. Sono stati molti i casi di società operanti all’estero che hanno visto ondate di denaro provenienti dall’ Italia entrare nel proprio capitale sociale. Questo lavoro investigativo ha permesso agli inquirenti di ricostruire i passaggi di denaro e di individuare le organizzazioni mafiose dietro questo business.

Se pensiamo alla velocità dei cambiamenti determinati dalla pandemia e la capacità investigativa messa in campo dal nostro Paese non possiamo che applaudire le donne e gli uomini delle forze dell’ordine e della magistratura; tuttavia rimane il rammarico per tutto quello che abbiamo lasciato sul campo sia in termini economici che di rischio per la salute pubblica. Resta anche la consapevolezza dell’assenza di una collaborazione ampia tra tutti i settori economici e bancari che hanno gestito e permesso i passaggi di denaro e la volontà di lavorare su questo versante.

Durante la pandemia, il rischio di infiltrazioni indiscriminate è stato scongiurato dalla creazione di un tavolo interforze che ha avuto come perno la Procura nazionale antimafia ed è riuscito a individuare e perseguire circa 185 soggetti societari pronti a immettersi sul mercato in modo fraudolento. Questo grande sforzo di risorse umane, mezzi, intelligence ha costituito una sorta di allenamento per le nostre forze di sicurezza che negli anni a venire si troveranno a dover controllare e vigilare sul corretto utilizzo dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Unione europea, un piano di investimenti che il nostro Paese non ha mai avuto, neanche dopo il secondo conflitto mondiale.

Questa enorme quantità di denaro europeo, che serve non solo per ripartire ma per colmare i gap strutturali del nostro Paese, cela una sfida centrale per tutti noi: spendere tutto, spendere bene ed evitare infiltrazioni. L’obiettivo politico e civico dell’Italia dovrà essere quello di non far giungere neanche un euro alle mafie, che come dimostrano numerose indagini avevano già messo in piedi una serie di meccanismi economici per partecipare alla partita. E che anzi avevano già intercettato in maniera criminale parte dei fondi dei ristori destinati a imprenditori e attività commerciali duramente colpite dalla pandemia.

da “La pandemia mafiosa. Strategie per un’antimafia di prossimità”, di Paolo Lattanzio, Rubbettino editore, 2021, pagine 262, euro 16

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