Una nuova corsa all’oroI dirigenti delle Big Tech stanno lasciando il lavoro per andare nelle startup di criptovalute

L’universo in espansione di Nft, Bitcoin e altre monete digitali sta attirando manager e ingegneri da Google, Meta, Amazon e altre grandi aziende, scrive il New York Times. Molti hanno deciso di non lasciarsi sfuggire quella che ritengono sia un’opportunità unica in una generazione

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Quello delle criptovalute è un universo in espansione. Non solo per gli aspetti economici, anche nella quotidianità delle persone, nella familiarità acquisita con questi strumenti, nel modo in cui i cittadini di tutto il mondo si rapportano a queste nuove monete digitali. Le criptovalute sono sempre più presenti nelle vite di tutti noi.

Un mercato così florido è inevitabilmente oggetto del desiderio di lavoratori di ogni livello, oltre che degli investitori. Non a caso sempre più spesso dirigenti, manager e ingegneri lasciano i loro posti di lavoro comodi e ben pagati – magari in grande aziende del mondo digitale, come Google, Amazon, Apple e altre – per intraprendere quella che somiglia tanto a una corsa all’oro della nostra epoca, un’opportunità generazionale, un’occasione che capita una volta nella vita.

Un fenomeno raccontato anche dal New York Times in un lungo articolo firmato da Daisuke Wakabayashi e Mike Isaac. «La prossima grande novità, dicono tutti, è la criptovaluta, un termine onnicomprensivo che include valute digitali come Bitcoin e prodotti come token non fungibili (Nft), che si basano sulla blockchain».

L’articolo del quotidiano newyorchese inizia con la storia di Sandy Carter, che ha lasciato il suo lavoro da vicepresidente dell’unità di cloud computing di Amazon proprio in questo mese di dicembre per trasferirsi da Unstoppable Domains, azienda di tecnologia crittografica: è una startup che vende indirizzi di siti web che si trovano sulla blockchain (il registro digitale che garantisce affidabilità e sicurezza delle criptovalute). «È la tempesta perfetta», ha detto Sandy Carter. «L’entusiasmo che c’è in questo settore è semplicemente incredibile».

Rinunciare a un incarico importante in un’azienda come Amazon per passare a una startup sembrerebbe un azzardo, una mossa sconsiderata. Ma Sandy Carter, spiega il New York Times, è una delle tante.

La Silicon Valley è ora piena di storie di persone che cavalcano l’onda delle criptovalute, anche quelle apparentemente ridicole come Dogecoin, che di fatto è una moneta digitale basata su un meme di un cane. Dopotutto, Bitcoin – la criptovaluta più conosciuta e scambiata – ha visto il suo valore crescere del 60% quest’anno; mentre Ether, la criptovaluta legata alla blockchain di Ethereum, ha aumentato il suo valore di oltre cinque volte. Con questi numeri è difficile non voler far parte del gioco.

Ma al di là della mania speculativa, un gruppo sempre più numeroso delle figure più brillanti dell’industria tecnologica vede un momento di trasformazione che arriva una volta ogni pochi decenni, un sistema che premia coloro che individuano il cambiamento che sta per arrivare prima del resto del mondo.

«Qualcuno ci vede dei paralleli storici con il modo in cui il personal computer e Internet, che un tempo erano ridicolizzati e snobbati da tutti, hanno portato a una nuova generazione di miliardari», scrive il New York Times.

Negli ultimi anni molti investitori si sono fiondati in questo mercato. Solo quest’anno hanno versato oltre 28 miliardi di dollari in start-up di criptovalute e blockchain, in tutto il mondo, cioè quattro volte il totale del 2020. E più di 3 miliardi di dollari sono andati nelle sole società Nft.

Il mondo delle criptovalute potrebbe non essere diverso dalle bolle speculative del passato, come i mutui subprime che hanno generato la crisi economica del 2008, o la mania dei tulipani del 17° secolo. Gran parte di questa mania, dicono i più scettici, è guidata solamente dal desiderio di arricchirsi rapidamente.

Tuttavia, in questa nuovissima corsa all’oro virtuale c’è qualcosa di più. Per molti le criptovalute potrebbero cambiare il mondo di internet, rendendo la rete uno spazio più decentralizzato, meno controllato dalle aziende più grandi del settore. È vero che le prime criptovalute – nello specifico i Bitcoin – sono apparse già nel 2009 per la prima volta, quindi non proprio da poco, ma è solo negli ultimi anni che questo universo ha iniziato a espandersi a ritmi tutti nuovi. In particolare, la diffusione di prodotti crittografici come gli Nft sono arrivati nel mercato mainstream solo quest’anno. E questo ha accelerato l’esodo dalle aziende Big Tech verso il mondo delle criptovalute.

In questo dicembre 2021, il direttore finanziario di Lyft – azienda di trasporti privati negli Stati Uniti – ha lasciato la società di corse per entrare a far parte di OpenSea, un’altra startup di criptovalute. Stesso percorso di quello descritto in precedenza con protagonista Sandy Carter. «Ho visto abbastanza cicli e cambi di paradigma da essere consapevole che quando sta emergendo sia qualcosa di grande», ha detto Brian Roberts al New York Times. «Siamo solo all’alba degli Nft e del loro impatto».

Non molto diversa la decisione di Jack Dorsey, che il mese scorso si è dimesso da amministratore delegato di Twitter per dedicare più tempo alle criptovalute e alla sua altra società, Square – appena ribattezzata Block, in omaggio alla blockchain.

Il fascino delle critpovalute è così irresistibile che alcune delle più grandi aziende tecnologiche stanno avendo difficoltà a trattenere i propri dipendenti. Dalle parti di Google, le preoccupazioni sono diventate così pressanti che la questione è diventata una priorità dell’agenda esecutiva discussa ogni lunedì da Sundar Pichai, amministratore delegato della società, e dai suoi principali vice. Addirittura “Big G” ha iniziato a offrire ulteriori bonus, pagati in azioni, ad alcuni suoi dipendenti.

La crescita di questo mercato si alimenta, ormai, anche della paura di perdere una grossa occasione, quella che gli americani definiscono Fear of missing out (abbreviato in Fomo). La differenza rispetto al passato è che mentre prima le criptovalute erano viste solo come un mercato azionario che saliva e scendeva senza troppi parametri da rispettare, adesso molte startup entrano nel mercato per costruire qualcosa di diverso, per aggiungere nuovi pezzi ogni volta.

«Le aziende focalizzate sulle tecnologie blockchain sono proliferate, compresi i siti dove si possono scambiare criptovalute come Bitpanda, Gemini e CoinList; sono cresciute anche le aziende di collezionismo d’arte come OpenSea e Dapper Labs; e poi ci sono le società di infrastrutture come Dfinity e Alchemy», scrive il New York Times.

E ovviamente se c’è un esodo dal mondo delle Big Tech è anche perché l’ambiente di lavoro lì non è necessariamente piacevole come ce lo si può immaginare. «Parte della fuga di cervelli nelle criptovalute – si legge nell’articolo – è stimolata dalle preoccupazioni per il controllo e il dominio delle più grandi aziende tecnologiche da parte dei propri dipendenti. Molti si erano uniti a Google, Facebook e altri per creare qualcosa di nuovo, ma poi si sono imbattuti nella burocrazia e nei limiti del dover lavorare per questi colossi».

Anche per questo chi lascia un buon posto di lavoro da Google, Amazon o Apple spesso lo fa consapevole di dover accettare uno stipendio più basso quando inizia il suo nuovo lavoro in una startup. Di contro sanno che in futuro potrebbero esserci guadagni molto migliori, in caso di successo della startup. In più, alcuni hanno la possibilità di essere pagati – anche – con la criptovaluta della loro azienda.

Nella conclusione del loro articolo sul New York Times, Daisuke Wakabayashi e Mike Isaac riprendono l’intervista a Sandy Carter, che guarda al futuro del mondo cripto con grande ottimismo: «L’esodo dei dipendenti delle Big Tech verso le startup di criptovalute continuerà, assolutamente sì. E questo è il momento perfetto per salire sul carro».

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