Curb your enthusiasmElogio dell’anti-presidenzialismo all’italiana, supremo vaccino contro il narcisismo

È un sistema di regole scritte e non scritte che a nessuno è consentito violare impunemente, come si è visto anche dai commenti alla conferenza stampa prenatalizia di Mario Draghi

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Forse bisognerebbe prendere almeno in considerazione l’ipotesi che in questa strana liturgia che caratterizza l’elezione del nostro presidente della Repubblica non ci sia proprio nulla di sbagliato. Anzi. 

Chi voglia candidarsi al vertice delle istituzioni democratiche deve dare prova di umiltà, davanti al parlamento che dovrà eleggerlo e davanti al paese intero. Deve ripetere mille volte di non avere nessuna aspirazione. Di più, deve manifestare pubblicamente l’intima consapevolezza della propria indegnità. O più semplicemente scomparire, non farsi più vedere, non dire più una parola. 

Nel rito con cui ogni possibile candidato viene inseguito da torme di giornalisti fermamente intenzionati a ripetergli ossessivamente sempre la stessa domanda, fino allo sfinimento, c’è qualcosa di catartico e di rivelatore. Avere l’audacia di dire semplicemente che sì, è vero, essere eletto capo dello stato non ti farebbe proprio schifo è una manifestazione di arroganza sufficiente a squalificarti immediatamente dalla corsa: un leader capace di tanto, cosa potrebbe mai fare una volta posto per sette anni al vertice della Repubblica, arbitro incontrastato del gioco politico?

A pensarci bene, c’è una perfetta corrispondenza tra il rituale che precede l’elezione e il suo svolgimento. Un unico sistema di pesi e contrappesi regola entrambi i momenti, mettendo anche il più forte dei leader alla mercé dell’ultimo dei peones, scorticando preventivamente l’orgoglio di chiunque osi coltivare quella smisurata ambizione, attraverso il «supplizio cinese», come lo definì Giovanni Leone, delle votazioni mandate ripetutamente a vuoto da avversari interni ed esterni, visibili e invisibili.

I giornalisti inglesi e americani, che non hanno conosciuto la dittatura e considerano l’ambizione come una virtù anziché come una minaccia, non lo hanno mai capito («Hanno scelto l’uomo migliore nel modo peggiore», titolò il Times a proposito dell’elezione di Giuseppe Saragat al ventunesimo scrutinio). Ma il paese che ha conosciuto il mussolinismo, qualcosa che viene prima e forse anche dopo il fascismo, non ha posto per caso tanti inciampi e tante umiliazioni sulla strada che porta alla prima carica dello stato.

È un sistema di regole scritte e non scritte che a nessuno è consentito violare impunemente, come si è visto anche dai commenti alla conferenza stampa prenatalizia di Mario Draghi. I giornali di ieri devono essere stati per lui un’amara, ma forse istruttiva, sorpresa. D’altronde non si dovrebbe mai dimenticare che nella sua sublime ipocrisia, quello stesso sistema che impedisce al candidato di dichiarare la sua aspirazione gli concede fino all’ultimo, proprio per questo, la possibilità di dirsi o lasciarsi dire frainteso, salvando le forme e la faccia. E non è l’ultima delle ragioni per considerarlo un sistema quasi perfetto.