Serve&volleyI due colpi con cui Draghi ha fatto capire che il suo posto è a Palazzo Chigi

Le decisioni del Consiglio dei ministri sulla lotta alla pandemia e l’articolo pubblicato a quattro mani con Macron sul Financial Times spiegano meglio di ogni altra cosa che è meglio che resti dov’è

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Nel day after della sfida ai partiti per costruire qualcosa di sensato e ordinato (non sembra in questo aver avuto successo), Mario Draghi è sceso a rete e rifilato un paio di notevoli colpi, una sulla lotta alla pandemia con le decisioni del Consiglio dei ministri, e l’altra sulla politica europea con un articolo a quattro mani con Emmanuel Macron. Due cosette che basterebbero a riempire l’agenda mensile di un premier.

La tempistica sarà casuale ma evoca l’impressione che il presidente del Consiglio abbia voluto rispondere con i fatti alle letture spesso interessate e di parte che lo hanno dipinto come bramoso di scalare il Colle e quasi infastidito dalla prospettiva di dover continuare a governare l’Italia (che non è esattamente Andorra ma, come dimostra l’articolo Draghi-Macron, il Paese-chiave per il futuro dell’Europa).

Un serve&volley di livello, si direbbe a tennis. Invece sugli altri campi da gioco, la destra è andata a pranzo nella magione di Silvio Berlusconi per un vertice inconcludente e il centrosinistra non è proprio sceso in campo.

Nessuno sa cosa fare. Anche per questa afasia della politica viene spontaneo farsi una domanda: un altro presidente del Consiglio sarebbe in grado di costruire assieme al presidente francese di girare la pagina dei famosi vincoli di Maastricht disegnando un meccanismo utile per una stabile ripresa europea?

Senza voler mancare di rispetto ai potenziali successori di Draghi a palazzo Chigi è un po’ arduo immaginare personalità pur di prim’ordine al fianco di Macron (e di Olaf Scholz) tra le colonne della nuova Europa. Perché questo propongono Draghi e Macron: una svolta.

«Non c’è dubbio che dobbiamo abbassare i nostri livelli di indebitamento – scrivono i due statisti sulle colonne del Financial Times – ma non possiamo aspettarci di farlo attraverso tasse più alte o tagli insostenibili alla spesa sociale, né possiamo soffocare la crescita attraverso aggiustamenti fiscali non praticabili».

La mitica Europa sociale di cui si è tanto chiacchierato per anni diventa la piattaforma dei due governi (in attesa di un ritrovato e pieno protagonismo di Berlino) più importanti del Continente.

Ricordate i Paesi “frugali”? Ecco, dimenticateli. O quantomeno, ridimensionateli. Ma ovviamente tutto questo è gravato da incognite serie, due delle quali riguardano proprio le “vite parallele”, avrebbe detto Plutarco, di Macron e Draghi: il primo deve vincere la partita della vita, forse anche più importante di quella di cinque anni fa, contro tre destre agguerrite; il secondo rischia tra un mese di perdere il boccino della politica italiana pur nella dorate sale del Quirinale, postazione certamente rilevantissima ma fino a che punto in grado di difendere la sua esperienza di governo e un futuro di riforme nel caso palazzo Chigi finisse in mano ai sovranisti?

A quel punto, altro che articoli a quattro mani con Macron: ci sarebbero invece continue lettere di scuse alle Cancellerie europee per gli sbreghi istituzionali e politici di meloniani e salviniani, dall’immigrazione all’economia e, non vogliamo nemmeno pensare alla guerra al Covid.

E proprio sulla lotta alla pandemia va detta la verità. E la verità è che il mondo scientifico, e quindi quello politico, non solo italiano, hanno sottovalutato l’impatto di Omicron. Non essendo noi scienziati e nemmeno giornalisti travestiti da scienziati, la diciamo così, rozzamente: c’è stato come un “buco” dopo l’estate, così che la campagna per la terza dose (che sta procedendo bene) è partita con ritardo, e oggi c’è questa affannosa corsa a fare i tamponi, stressando ospedali, farmacie, medici e noi stessi. Non è esattamente il Natale che volevamo e che il governo aveva promesso.

In questa situazione, ieri Draghi ha ripreso in mano le nuove-vecchie misure per contrastare il contagio, le mascherine ovunque, soprattutto (ma non ci si poteva pensare prima?) l’obbligo di Ffp2 in cinema, teatri, locali di musica dal vivo e per eventi sportivi, e su tutti i mezzi di trasporto. È una stretta che non dovrebbe creare altro stress.

Che dà comunque il senso che la politica su questo non va in vacanza, e ci mancherebbe (mentre sulla partita del Quirinale si va verso lungo time-out). Lo vogliono mandare al Quirinale ma basterebbe ripensare alla giornata di ieri per concludere che il ruolo di Mario Draghi non è sul Colle più alto (per il quale va sempre più considerato il nome di Giuliano Amato) ma davanti alla Colonna Traiana, a Palazzo Chigi. Il suo posto è là.

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