L’arte di non saper fare politicaIl Mattarella dopo Mattarella non si trova, i partiti senza idee spingono per Draghi

Berlusconi, Moratti, Casellati, i nomi che circolano per il Quirinale, non sembrano convincenti. In assenza di un bis dell’attuale capo dello Stato, e di un’iniziativa forte, non resta che l’attuale premier

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Quando stamane durante la conferenza stampa di fine anno i cronisti faranno a Mario Draghi la domanda delle domande circa la sua disponibilità a gareggiare per il Colle, il premier avrà buon gioco a non cadere nella trappola sostenendo che su questo deciderà il Parlamento, non certo il governo che lui presiede. Insomma, un garbato no comment.

Fino all’ultimo, giustamente, il presidente del Consiglio non si scoprirà. È suo diritto e anche suo dovere: sta governando l’Italia come prima e più di prima, non giocando al borsino quotidiano del Gran Premio Quirinale.

E da questo punto di vista, c’è da notare che l’incrocio di una notizia negativa – il crescere di Omicron, e non siamo ancora al picco – e una positiva – l’aumento del fatturato della produzione industriale per il quinto mese consecutivo – dovrebbe indicare la necessità che Draghi resti a palazzo Chigi per fronteggiare la nuova ondata del Covid e implementare la crescita economica.

Ha scritto uno che conosce l’economia italiana meglio di tanti altri, Giorgio La Malfa, che se quest’anno l’economia sta crescendo più del 6%, è probabile che nei prossimi anni la cifra (senza rimbalzi) sia destinata a scendere fino «all’1,9 nel 2024» e che dunque «da solo il Pnrr non basta», serviranno grandi investimenti tipo Piano Marshall: «E chi potrebbe attirarli e garantirli se venisse meno l’autorevolezza che non ha pari del presidente del Consiglio Draghi?».

È un ragionamento che ha molto consenso in Europa e, per fortuna, anche in un pezzo della politica italiana, del giornalismo e dell’opinione pubblica.

Parrebbe un’ovvietà scartare come la peste lo scenario completamente al buio di un anno cruciale come il 2022 trascorso a fare liste, campagna elettorale e trattative per un nuovo governo in una situazione in bilico come quella che continua a dominare l’Italia.

Parrebbe la cosa più saggia mettersi d’accordo per tenere al riparo il governo e il suo presidente e insediare al Quirinale una personalità non divisiva che si muovesse nel solco di Sergio Mattarella.

Invece a quasi un mese dalla prima votazione, il 24 gennaio, i partiti “giochicchiano con il pallone”, come un tempo dicevano i telecronisti a proposito di quei calciatori che fanno melina senza costrutto, con i big dei partiti che dicono cose ovvie in pubblico e non sono nemmeno capaci di tramare tanto bene in privato, puntando non tanto a trovare una soluzione per il Quirinale ma a scannarsi a vicenda per chi diventa il kingmaker della situazione.

La sostanza è che la situazione è totalmente incartata. Se proprio Mattarella non dovesse accettare il bis allora ci vorrebbe una figura «come Mattarella» (copyright Stefano Folli) ma all’orizzonte un profilo così non si scorge e l’unica cosa che appare chiara è che nessuno dei due schieramenti ha un nome forte non solo in grado di parlare al campo opposto ma nemmeno a tutto il proprio.

Quindi, nell’incertezza dei numeri di un Parlamento semi-impazzito, hanno tutti paura come nell’isola dei “Dieci piccoli indiani”.

Enrico Letta non può permettersi di vedere eletto un Capo dello Stato di destra, non solo Silvio Berlusconi – sarebbe uno smacco indigeribile per larga parte del Paese – ma anche i suoi adepti, da Letizia Moratti a Maria Elisabetta Casellati, il cui nome è entrato a forza tra i papabili anche perché – si sussurra – lascerebbe la poltrona di presidente del Senato, e seconda carica dello Stato, verosimilmente ad un esponente del Partito democratico (Luigi Zanda o Roberta Pinotti).

Ma è un lusso che Letta non può permettersi. Diciamo la verità: Berlusconi al Quirinale o, persino peggio, uno dei suoi seguaci, vorrebbe dire dimissioni del gruppo dirigente del Partito democratico per manifesta insipienza.

Ecco perché il numero uno del Nazareno, se non trovasse lui un nome “buono” (che in teoria potrebbe essere solo quello di Giuliano Amato), sarebbe costretto a lanciare, o co-lanciare, quello di Mario Draghi.

Siccome non ha timore delle elezioni (i sondaggi danno il Partito democratico in lenta ma costante ascesa), Letta non pensa di avere grossi problemi su quel fronte. Tanto più che il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, un fantasma politico, farà quello che il Nazareno comanda.

Insomma, il segretario dem potrebbe cogliere quelli che per lui sarebbero due piccioni con una fava: un’ottima soluzione per il Colle ed elezioni anticipate senza grandi rischi.

Ovviamente, il buonsenso dice l’opposto: mesi di non governo e probabilmente poi un governo di destra. Ci sarà nel Partito democratico chi glielo farà capire? La Direzione del partito è stata convocata per il 13 gennaio, e in quella sede ciascun esponente dovrà assumersi le proprie responsabilità, anche a rischio di rompere quell’unanimismo piuttosto di facciata che al Nazareno domina da tempo.

Ma non si creda che la destra non abbia problemi persino più complicati, dato che il nome del Cavaliere imbarazza soprattutto una Giorgia Meloni impegnata a rintuzzare una volta per tutte gli antisovranisti guidati appunto da Berlusconi, che in questo senso non è esattamente il “patriota” che le occorre per stabilire la sua egemonia sulla destra italiana.

E chi può escludere che lo stesso Cavaliere, una volta capito di non avere i numeri, non voglia impancarsi a salvatore della patria indicando lui stesso il nome del premier per il Colle? Giovedì si terrà uno di quei vertici finti che ogni tanto Berlusconi convoca nella sua villa romana, quegli incontri alla fine dei quali tutti si baciano e nessuno dice la verità.

Da tutto questo emerge che l’eventuale candidatura di Draghi al Quirinale avrebbe il sapore di una scelta per disperazione, un cerotto sulla ennesima prova di debolezza della politica: esattamente il contrario di quanto l’altissimo profilo del premier evocherebbe. Tra l’altro, uno scenario che i parlamentari che non vogliono tornare a casa prima del tempo non farebbero nemmeno troppa fatica a smontare, 101 franchi tiratori – la storia insegna – sono facili da trovare.

Ma se passasse l’ipotesi di Draghi al Colle come grande armistizio fra gli schieramenti, si verrebbe cioè a creare uno stallo più o meno simile a quello che nel 2013 indusse tutti i partiti a chiedere in ginocchio a Giorgio Napolitano di restare ancora al Colle, con la differenza che in questo caso la politica italiana si sarebbe giocata il governo oltre che la faccia. E questa obiettivamente non sarebbe una medaglia da appendersi al petto.