Una triste storia italianaIl tempo di mani pulite e gli errori eterni del giornalismo giustizialista

Il libro di Goffredo Buccini dedicato a Tangentopoli, come quello di Mattia Feltri sul 1993, è un ottimo modo per ripercorre come in quegli anni i principi base dello stato di diritto sono stati calpestati in nome di un repulisti generale. Dovrebbero leggerlo i cronisti di oggi che hanno conosciuto non la tragedia, ma la sua ripetizione in farsa

LaPresse

Nel 2022 saranno trascorsi 30 anni dalla discussa epopea di Mani pulite ed è prevedibile una ulteriore proliferazione di libri dedicati al Sacro Evento. Ulteriore, perché già ne sono usciti molti, quasi tutti di giornalisti o testimoni vari, in genere un po’ contriti per aver partecipato in modo acritico al banchetto retorico dell’epoca, i cui veleni hanno poi sparso, fino ai giorni nostri, conseguenze sulla vita pubblica (Regioni che cambiano colore politico in attesa che il Presidente arrestato venga infine assolto per non aver commesso il fatto) e purtroppo su quella privata di tanti.

Il suicidio di Natale del consigliere regionale piemontese Burzi assomiglia a un ultimo frutto tragico, coda interminabile anche di morte (44 casi, con questo), di quell’impasto mediatico giudiziario che ha radici nel doppio pool, giudiziario e giornalistico, che si occupò della questione dal 1992 al 1994. Nell’immaginario collettivo sono rimaste le mutande verdi del presidente leghista del Piemonte e tutti giù a ridere. Ma di cosa? Andrebbe davvero rivista e meglio approfondita anche questa rimborsopoli: spese definite legittimamente discrezionali, diventate peculato e variamente sanzionate a seconda delle Regioni, dell’esibizionismo dei pm e dei timori reverenziali dei giudici (nel caso Burzi: assoluzione, condanna, rinvio, condanna).

Della abbondante letteratura che si è occupata e sta occupandosi della questione, si segnalano in particolare due testi che meritano attenzione: “Novantatrè” di Mattia Feltri e il più recente “Il tempo delle mani pulite”, di Goffredo Buccini. Dicono cose simili, ma in modo molto diverso. Feltri ha inferto a sé stesso il supplizio di rileggere giorno per giorno l’agenda di quell’anno fatidico, reinterpretando gli appunti e gli articoli dell’epoca, propri e altrui, fino a rovesciarne spesso completamente il senso iniziale. Una specie di autofustigazione, un rimasticare le passioni violente di quei momenti, una espiazione da deglutire boccone per boccone, rospo per rospo.

Un esercizio che non sarà piaciuto ai tanti non pentiti di questa triste storia italiana, che non hanno nessuna voglia di rimettere in discussione qualcosa che la volontà generale ha già battezzato per sempre. Molto italianamente, si è storicizzato quell’evento al più come un eccesso necessario, un uscire dalle righe di gravità veniale, a fin di bene. È anche l’autoassoluzione degli stessi protagonisti: mica verranno a contestare a noi qualche forzatura del codice di procedura rispetto al codice penale, quello si, violato da corrotti e corruttori!

Nessun riferimento al fatto che la procedura è sostanza, e violarla significa cancellare gli assi portanti dello stato di diritto, conquista della civiltà giuridica, anzi della civiltà tout court. Che sarà mai? Stiamo a guardar il capello. Il giudice naturale spazzato via dal giudice per le indagini preliminari tuttofare, la custodia cautelare come strumento per sciogliere la lingua. Noi siamo i buoni, c’è stato ben altro, sul fronte dei cattivi!

Di queste forzature è ben consapevole Goffredo Buccini, che nel suo libro sceglie un approccio descrittivo più problematico, meno godibile di quello scoppiettante di Feltri, infarcito da citazioni e dichiarazioni Ansa dell’epoca che farebbero accapponare la pelle a un padre della Patria come Piero Calamandrei o all’autore del moderno codice penale, Giuliano Pisapia, ma forse anche al grande giurista del regime, Alfredo Rocco.

In modo molto sofferto e profondamente argomentato, Buccini ripercorre le vicende di quegli anni sfogliando non solo la propria memoria ma i ragionamenti, le riflessioni e un po’ anche i pregiudizi, le parzialità che lo avevano portato in quei momenti a giudicare in un certo modo i fatti che raccontava, giovane cronista tra l’incudine di Palazzo di Giustizia e il martello di un direttore, Paolo Mieli, che incombeva da via Solferino come un ascetico abate del nome della rosa, sempre imperscrutabile nella sua algida severità, disponibile a un buffetto amichevole solo in occasione dei numerosi scoop del cronista (le numerose interviste esclusive a Francesco Saverio Borrelli, la caccia ai latitanti di Santo Domingo).

Trent’anni dopo, le aberranti promesse di Piercamillo Davigo sull’Italia da rivoltare come un calzino, i cinici commenti di Gerardo D’Ambrosio per i suicidi evidentemente frutto della vergogna, i foruncoloni di Bettino Craxi irrisi da Antonio Di Pietro, possono essere riletti con distacco critico, ma in quel momento era oggettivamente impossibile qualunque obiezione.

L’aria era soffiata dall’indignazione, il peggiore sentimento collettivo che possa emergere in un popolo. Come la contestazione a Craxi davanti al Raphael, replica vergognosa di un eterno piazzale Loreto.

Le obiezioni odierne di Buccini al giornalismo dell’epoca, a cominciare da sé stesso, sono argomentate e sofferte – bisognerebbe le leggessero i cronisti della generazione successiva che hanno conosciuto non la tragedia, ma la sua ripetizione in farsa – ma nessuno in quella fase osava alzare il sopracciglio. Il pool, guidato dal moderato e aristocratico Borrelli, sembrava il politburo di un golpe quando si presentò alle telecamere per ricattare Governo, presidente della Repubblica con la penna già in mano, Parlamento, partiti e democrazia intera: se non ci fate più arrestare la gente per violazione del finanziamento dei partiti (per poi farli cantare in cella), noi ci dimettiamo e vedetevela voi con il popolo.

L’ordine giudiziario, funzionari statali scelti per concorso, che alzava la voce, sudato e affranto, in diretta TV, per intimidire gli unici poteri riconosciuti come tali dalla Costituzione.

Un appello furbastro alle casalinghe infuriate, agli imbrattatori di cavalcavia inneggianti a Di Pietro, al popolo dei fax che a spese del proprio ufficio, mandava lenzuolate a Palazzo di Giustizia, ai fiaccolatori della notte, ai tanti italiani sollevati dall’idea che le loro marachelle fossero ben poca cosa rispetto ai ladri di stato.

Popolo contro casta, un anticipo e un investimento sul primo comico che si fosse fatta venire l’idea di organizzare questa protesta all’insegna del fatti più in là, che tocca a me, perché l’onestà è tutta da una parte sola. Ma non si creda che il libro di Buccini sia la confessione di uno che ci ripensa, che vuol mettersi in pace con degli errori fatti in gioventù.

Il libro non cancella affatto quegli articoli scritti di getto, poco prima della chiusura del giornale. Li integra, li completa, consente di vedere i fatti da tutte le angolazioni ed è questo il suo contributo più importante alla ricostruzione della verità fattuale.

Le sue denunce sull’orrendo clima dell’epoca tengono dentro di sé anche le buone ragioni di una lettura critica di un contesto, e comunque non c’è alcuna intenzione di riabilitazione. I reati che c’erano, c’erano. L’omertà del sistema del cosi fan tutti erano un collante da sciogliere, ed era giusto farlo. Buccini non è insomma un Di Maio, che per convenienza dei tempi nuovi si converte al contrario di tutto ciò che lo ha portato al successo, uno che pensa che – per andare avanti e rinnovare il consenso – basta chiedere scusa, tenersi i voti raccolti con il populismo e praticare con compunzione, in giacca e cravatta, il più bieco conformismo del potere, auto blu e lottizzazione compresi.

Buccini non chiede scusa. Spiega a posteriori, e ci aiuta a capire.

Non è poco, e anche solo per questo val la pena di leggere un libro ben scritto, che serve anche a ricordare fatti e concatenazioni che tutti abbiamo un po’ dimenticato. È una ricostruzione che può illuminare meglio la storia recente d’Italia. Un solo errore, tra tanto anticonformismo: aver raccontato senza variazioni la storia della madre di tutte le tangenti, cioè la vicenda Enimont, cadendo nell’inganno che il processo Cusani sia stato anche il processo Enimont. Buccini è peraltro in buona compagnia, perché ripete quello che hanno detto e continuato a dire tutti i commentatori. Peccato, in un libro tanto controcorrente. Sarà per la prossima volta, dopo aver letto la sentenza Simi De Burgis, Cappelleri, Gatti, che parla non di una maxitangente ma di una molto successiva appropriazione indebita di privati versi altri privati. Meriterebbe un libro a sé.

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