Mancato rimbalzo L’inflazione potrebbe ridimensionare la ripresa economica dell’Eurozona

L’aumento costante dei prezzi di beni e servizi rischia di modificare le stime di crescita per il 2022 e il 2023, e potrebbe convincere la Banca centrale europea a rivedere le proprie strategie di politica monetaria

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Da molte settimane si parla dell’inflazione e dei suoi effetti sull’economia dell’Italia, dell’Europa, di molti Paesi in tutto il mondo. Lo scorso novembre i dati diffusi dall’Eurostat indicavano un’inflazione del 4,9% nell’Eurozona.

Un dato in aumento sulla crescita del 4,1% su base annua registrato a ottobre, quando aveva eguagliato il livello massimo del luglio 2008, cioè il momento in cui anche in Europa hanno iniziato ad avvertirsi i primi sintomi della grande crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti un anno prima.

Livelli così alti di inflazione possono essere un problema. In generale, secondo la definizione più semplice, l’inflazione è un aumento generale e costante del livello dei prezzi di beni e servizi. La prima e più evidente conseguenza è la diminuzione del valore del denaro, quindi del suo potere d’acquisto. Vuol dire che, ad esempio, la solita spesa al supermercato costerà un po’ più di prima.

Un aumento moderato dell’inflazione può essere anche una buona notizia: potrebbe essere indice di un’economia in buona salute, con una domanda di beni e servizi molto forte.

Ma l’inflazione è aumentata notevolmente in Europa soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, cresciuti di oltre il 62%. A questo vanno sommati altri fattori: anche gli stimoli economici e monetari concessi dai governi e dalle banche centrali nella prima fase della pandemia potrebbero essere una causa.

Il Financial Times scrive che l’aumento è dovuto «al rimbalzo dell’economia della zona euro successivo allo shock della pandemia, a cui va aggiunta la revoca delle restrizioni alle attività nelle città e anche il fatto che l’offerta di beni abbia faticato a tenere il passo con la domanda negli ultimi mesi, aumentando così i costi energetici e creando carenza di molti materie prime, di semilavorati e di beni».

Il quotidiano economico ha svolto un sondaggio su 38 economisti, i quali rivelano che la ripresa economica della zona euro potrebbe essere frenata nei prossimi mesi se l’inflazione dovesse continuare a essere così alta: «L’inflazione erode il reddito disponibile dei consumatori e costringe la Banca centrale europea a ritirare il suo stimolo più rapidamente del previsto», fanno sapere gli esperti del settore.

Oltre il 40% degli intervistati dal Financial Times ha identificato l’inflazione come un rischio significativo per le prospettive di crescita dei 19 Paesi che condividono la moneta unica: è il fattore di rischio più citato per il 2022 insieme alla pandemia.

«L’inflazione intaccherà i salari, riducendo la domanda», ha affermato Jesper Rangvid, professore di finanza presso la Copenhagen Business School. «La Banca centrale europea potrebbe anche dover rispondere ai rischi di inflazione aumentando i tassi, rimpicciolendo ancora la ripresa economica».

Come la maggior parte delle banche centrali, anche la Banca centrale europea ha dovuto fare i conti con gli effetti dell’aumento dei prezzi: proprio in questo mese di dicembre ha aumentato nettamente le sue previsioni per l’inflazione dell’Eurozona per il 2021 (tasso previsto al 2,6%) e al 2022 (intorno al 3,2%), andando oltre il target del 2%.

La Banca centrale europea ha dovuto rispondere concretamente alla crescente preoccupazione per il rapido aumento dei prezzi: all’inizio di dicembre il consiglio direttivo dell’istituto europeo ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse e la forward guidance e ha annunciato come da attese la fine degli acquisti netti del programma Pepp – con cui la Bce può acquistare vari tipi di attività sui mercati finanziari – al 31 marzo 2022.

Ma le scelte della Bce hanno comunque carattere meno aggressivo rispetto a quelle di altre grandi banche centrali. È vero che ci sarà una diminuzione nel ritmo degli acquisti di titoli di Stato (che però continuerà almeno per tutto il 2022), ma continua a considerare l’aumento dell’inflazione come in buona parte temporaneo – a differenza della Federal Reserve americana e della Bank of England. La Bce infatti prevede che l’inflazione arriverà al 3,2% nel 2022, ma che poi crollerà all’1,8% nel 2023 e nel 2024, quindi al di sotto del target del 2%.

«Le nostre prospettive economiche si alzano e si abbassano in base alle stime future dell’inflazione: se dovessimo vedere un’inflazione galoppante che sembra destinata a rimanere al di sopra dell’obiettivo anche oltre il 2022, la Bce dovrà frenare molto più bruscamente di quanto attualmente previsto, il che potrebbe pesare sull’economia reale e alimentare i problemi di stabilità finanziaria», ha detto al Financial Times Katharina Utermöhl, economista senior per l’Europa di Allianz.

Come riporta il quotidiano economico, gli economisti intervistati nell’indagine prevedono in media che l’economia dell’Eurozona crescerà del 4% l’anno prossimo, leggermente al di sotto del 4,2% previsto dalla Banca centrale europea. Tuttavia, quasi la metà degli economisti intervistati ritiene che ci sia ancora un rischio economico significativo dalle varianti del coronavirus.

«L’inflazione galoppante – dice Nicholas Bennenbroek, economista internazionale di Wells Fargo, parlando al Financial Times – è un rischio più significativo rispetto alla pandemia: le precedenti ondate del virus hanno in genere avuto effetti negativi a breve termine sulla crescita, ma non sono state di lunga durata, un modello che prevediamo continui».

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