Fine quota maiPrepariamoci a lavorare per (almeno) 60 anni

Con l’aumento della vita media (i nati del 2016 potranno raggiungere i 100 anni) occorre riadattare tutto il sistema, magari alternando periodi di attività più intensa a momenti meno impegnati. Un’altra cosa da modificare sarà anche il concetto stesso di pensione

di Cristina Gottardi, da Unsplash

Negli Stati Uniti, almeno la metà di quelli che oggi hanno cinque anni può aspettarsi con una certa sicurezza di arrivare a 100 anni. Un bel traguardo e una bella notizia. Purtroppo, qualche pagina dopo, si spiega che «nel corso di questa vita centenaria, è prevedibile che si lavorerà per 60 anni o anche di più».

Siamo pronti? In America l’età media della pensione è di 62 anni, mentre in Italia è un poco più alta: 64 per gli uomini e 63,6 per le donne (dato del 2019, fonte Itinerari Previdenziali). A livello legale l’età della pensione di vecchiaia è di 67 anni e sarà così fino al 2024, quando poi sarà ragionevolmente innalzata. Dopo 40 anni di lavoro, è considerato ragionevole andare in pensione. Anche per questo aggiungerne altri 20 può sembrare, a prima vista, sconcertante.

Eppure è inevitabile. Con il generale miglioramento delle condizioni, non si allunga solo la durata dell’esistenza, ma anche quella della vita attiva. Risulta necessario, come ricorda questo articolo dell’Atlantic, ripensare da capo tutto il sistema lavorativo. Una proposta proviene dagli stessi autori della ricerca e riguarda la distribuzione delle ore lavorate.

Secondo gli studiosi si lavora di più e con maggiore intensità negli anni della maturità, quando si assumono le responsabilità di mantenere i figli e, a volte, anche gli anziani genitori. È un periodo della vita che può essere molto pesante (soprattutto per le donne, alle quali tocca ancora una parte importante delle cure familiari). La soluzione sarebbe aumentare o diminuire le ore di lavoro nel corso della carriera, in modo da poter seguire con costanza e senza eccessivo stress gli impegni extra-lavorativi. Se all’inizio della carriera è consigliabile lavorare tanto, a metà – quando le responsabilità esterne aumentano – si potrebbe ridurre il carico fino a 20 ore alla settimana, in modo da occuparsi di figli ed eventuali anziani. Con il tempo, il monte ore tornerebbe a crescere.

Ci sono diverse controindicazioni. Il modello non è efficiente per le aziende, che si troverebbero un lavoratore pagato a tempo pieno che, in realtà, lavora di meno. Nel periodo di minor assiduità rischia di vedere superate le sue conoscenze tecniche e professionali, che faticherà a recuperare al rientro.

Certo, anche il modello attuale ha i suoi difetti. Se i lavoratori sono sovraccaricati rendono di meno, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi. Il tempo libero – se dedicato a hobby e attività piacevoli, come la frequentazione di amici – è un modo efficace per arginare il burnout. Soprattutto perché, intorno ai 30 anni, i lavoratori vedono diminuire i rapporti di amicizia e si concentrano sull’attività lavorativa. Ridurre le ore significherebbe regalare a tutti una vita più piena e ricca.

Un altro punto su cui, secondo i ricercatori, si potrebbe intervenire è proprio la pensione. Al momento consiste in un periodo di totale assenza di attività lavorativa. Il passaggio è drastico e spesso vissuto con difficoltà dagli anziani, che si sentono sovraccaricati durante la maturità e sottoutilizzati dopo i 67 anni. La soluzione migliore sarebbe, anche qui, bilanciare questo squilibrio e rendere meno rigido il passaggio lavoro/pensione.

Molti pensionati del resto vorrebbero continuare, magari con modalità più flessibili, ma il sistema non lo permette. Un’idea sarebbe di creare una sorta di scivolo per il pensionamento, che permetterebbe ai lavoratori di diminuire, in modo progressivo, le ore lavorate secondo le proprie necessità. A questa si potrebbe aggiungere anche la possibilità di rientri calcolati, magari brevi, simili a uno stage, con cui i pensionati possono interrompere il loro periodo di inattività per collaborare ad alcuni progetti o istruire le giovani leve.

Insomma, la parola chiave per i prossimi 60 anni di lavoro potrebbe essere flessibilità. Alternando periodi più intensi a periodi più leggeri, si potrebbe riuscire a costruire una lunga carriera che non sia logorante. Del resto il sistema è cambiato più volte nella storia: ad esempio è riuscito, grazie a una organizzazione migliore e a più produttività, a rendere possibile l’esistenza stessa delle pensioni. Di fronte alle nuove tendenze demografiche è normale che cambierà ancora.

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