Ascensore bloccatoLa vera radice della disuguaglianza dei redditi in Italia è l’istruzione

Il divario tra le classi sociali non è causato soltanto dall’evasione fiscale, ma anche e soprattutto dal diverso accesso alla formazione. Intervenire su questo problema potrebbe essere, a lungo termine, più efficace che riformare il fisco «in favore di chi ha meno» come vorrebbero alcuni

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L’Italia è un Paese diseguale, anche e soprattutto dal punto di vista economico. È questa disuguaglianza, assieme naturalmente all’ampia evasione fiscale, a creare una così ampia distanza tra la maggioranza di contribuenti con redditi bassi, anche molto bassi, e la minoranza che invece dichiara entrate che altrove sarebbero solo da ceto medio, superiori ai 35mila euro annui, per esempio, mentre nel nostro Paese caratterizzano la fascia più ricca della popolazione.

È per questo che la riforma fiscale del governo Draghi, che si occupava di quest’ultima, ha suscitato tante polemiche, e persino uno sciopero generale. La colpa dei larghi divari, però, non è certo dell’adeguamento delle aliquote Irpef, né del tanto vituperato capitalismo, ma va forse ricercata più alla radice, in elementi extra-economici (almeno apparentemente), come l’istruzione.

Anche se tutta una narrazione di comodo negli ultimi decenni ha cercato di fare passare il messaggio contrario, la realtà è che chi studia meno guadagna meno. È sempre stato così.

Tutti, laureati e con la licenza elementare, hanno sofferto le fasi di crisi, ma le differenze tra i redditi sono rimaste sempre ben visibili. Appena prima della pandemia chi aveva un titolo universitario o equivalente (per es. gli ITS) aveva un reddito mediano di 23.491 euro in età di lavoro, tra i 18 e i 64 anni. Chi aveva un diploma di 18.227 e chi si era fermato alla terza media o anche prima solo di 14.377.

Possono sembrare cifre piccole anche per i laureati, ma in sostanza significa che tra questi ultimi la probabilità di trovare persone con reddito medio-alto è molto maggiore che tra chi ha studiato per un numero inferiore di anni.

Vi sono ancora più disuguaglianze in base all’istruzione all’interno di quella che è la fascia più fortunata in Italia, quella degli over 65.

La nicchia di pensionati con una laurea, numericamente piccola, arrivava ad avere nel 2019 redditi mediani di 32.557, superiori di quasi 9mila euro rispetto a chi aveva lo stesso titolo di studio ma era ancora in età lavorativa, e soprattutto di 10mila euro più alti di quelli di chi si era diplomato.

Questo a dimostrazione che il legame tra istruzione e guadagni è sempre stato presente. Ed è una costante anche all’estero. Dove, anzi, il rapporto tra i redditi di laureati e diplomati è mediamente anche superiore, per esempio in Spagna e Regno Unito, mentre in Francia e Germania è analogo all’Italia.

Dati Eurostat

Quello che ci distingue dai nostri vicini è soprattutto, però, il fatto che ad avere completato gli studi terziari in Italia sono molto pochi, il 20,1% tra i 25 e i 64 anni, mentre sono il 31,3% in Germania, il 39,7% in Spagna e Francia.

Questo vuol dire che quelle differenze tra contribuenti con titoli di studi differenti non producono a livello generale le stesse disuguaglianze presenti in Italia: i laureati, e quindi coloro che prendono redditi più alti, non sono una piccola élite, anzi.

Parallelamente a una maggiore possibilità di ritrovarsi tra le classi più ricche i pochi italiani con studi universitari ne hanno una minore di finire in povertà, ovvero di avere entrate che sono inferiori al 60% di quelle mediane.

Sempre considerando chi è in età lavorativa, in questa condizione sono il 30% circa di coloro che si sono fermati alla terza media o prima, contro l’8% di quelli che hanno fatto studi di tipo terziario.

E nel tempo il divario tra le due categorie è cresciuto, era del 16,7% nel 2004, è divenuto del 22,3% 15 anni dopo. Maggiore della media europea e di quello presente in altri Paesi.

A dimostrazione che la crisi e la fragile ripresa aveva colpito di più chi era particolarmente fragile, avendo meno competenze. E come sappiamo ormai bene il copione si è ripetuto con il Covid, che ha costretto alla disoccupazione o a salari scarsi e intermittenti soprattutto coloro che hanno meno forza contrattuale, solitamente chi ha studiato meno.

Dati Eurostat

Il dato più preoccupante, tuttavia, è quello che riguarda le nuove e future generazioni.  L’istruzione conta ancora di più nel determinare il rischio di povertà se si tratta di quella dei genitori e l’indigenza in questione è quella dei minorenni.

Chi ha meno di 18 anni e ha un genitore che non è andato oltre la terza media ha ben il 45,1% di possibilità di essere povero. Inutile dire che se invece parliamo di pensionati tale percentuale diventa 2,5 volte inferiore, perché a tutti gli anziani, anche a chi non ha potuto andare a scuola, vengono garantite delle entrate.

È chiaro che tra i più piccoli, e in particolare tra quelli con genitori non istruiti, vi sono moltissimi stranieri, di prima o spesso di seconda generazione. Questi grafici sono quindi anche uno specchio della mancata integrazione degli immigrati e del basso livello di competenze di quelli che arrivano e si fermano del nostro Paese.

Dati Eurostat

Possiamo dire con qualche cognizione di causa che in Italia più che discutere genericamente di “ricchi” con 50mila euro di RaI e poveri con 20mila potremmo con maggiore precisione parlare di un continuum di situazioni ai cui due poli abbiamo normalmente pensionati laureati, spesso imprenditori, ex manager, ex dirigenti pubblici, e giovani immigrati, che un welfare squilibrato costringe a scendere al di sotto della soglia di povertà se hanno uno o più figli, trascinando anch’essi in tale condizione.

Un’ulteriore dimostrazione del fatto che più che prendersela con le riforme dell’Irpef dovremmo guardare a come è costruito il sistema di garanzie sociali, in particolare per quanto concerne le famiglie con figli e le possibilità di istruzione di questi ultimi. Che ora pagano a lungo, molto a lungo, per tutta la vita, le carenze dei genitori.

Tanto che anche tra gli adulti, tra i 22 e i 59 anni, secondo Eurostat, si scorge una netta disuguaglianza nei redditi e nella possibilità di finire sotto la soglia di povertà in base agli anni studi fatti non da loro stessi, bensì dai genitori.

Certo, non è lo stesso divario che è presente quando si osserva l’istruzione degli interessati, ma è comunque rilevante, tanto che il rischio di indigenza di chi aveva genitori che si erano fermati alle medie rimane nel corso della vita è più che doppia, 22,7% contro 9%, rispetto a quella di chi aveva padre e/o madre laureati.

Dati Eurostat

Tra i grandi Paesi europei l’Italia è quello in cui la differenza tra il tasso di povertà dei figli dei più istruiti e quello dei figli di chi lo è meno è maggiore. Basti pensare che in Germania invece si passa dal 10,6% dei 22-59enni rampolli di laureati (in Italia 9%) al 15,6% dei rampolli di chi ha la terza media o meno (in Italia 22,7%).  Sono numeri che dicono molto della mancanza di mobilità, oltre che alla scarsa integrazione degli stranieri.

È il frutto secondario del familismo, intrinsecamente classista, e dei condizionamenti che questo produce sia nei percorsi professionali, con il figlio del medico che diventa medico e il figlio dell’operaio che fa l’operaio, sia in quelli di studio, con le università che sono piene soprattutto di rampolli di laureati.

In questo senso la crescita delle immatricolazioni negli ultimi anni, per quanto criticata da molti (“vogliono tutti laurearsi invece di imparare un mestiere”), forse può rivelarsi nel tempo uno strumento di perequazione migliore di una eventuale riforma fiscale fatta “a favore di chi ha meno”.

A patto che effettivamente l’università sia ben finanziata, sia messa in contatto con le aziende, e queste ultime siano aiutate a essere più produttive e quindi ad avere più necessità di risorse umane istruite.

Per capirci a patto che il cavallo, ovvero il sistema delle imprese, abbia sete e beva l’acqua che gli viene fornita in termini di nuove generazioni con maggiori competenze. E questo non è certo scontato.

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