Solidarietà à la carteL’equità fiscale non è un ideale di vendetta, anche per le tasse serve certezza del diritto

La politica italiana applica categorie morali alla gestione della tassazione. Quando la sottosegretaria Guerra dice che chi guadagna più di 75mila euro «non ha bisogno» di pagare meno tasse, mostra di ritenere che i redditi non sono a disposizione dei cittadini, ma dell’erario. I contribuenti ricchi, insomma, sono per la sinistra populista ciò che gli immigrati poveri sono per la destra sovranista: la prova di un sistema sbagliato

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La politica italiana è come un frattale, una figura geometrica che in ogni sua parte replica la forma del tutto. Come i broccoli romaneschi, con infiorescenze piramidali che si ripetono uguali a se stesse, a qualunque scala di osservazione. Parliamo della politica, ovviamente, nel senso antipolitico della dissociazione dalla responsabilità di governo e della devozione agli idola tribus della società del malcontento. Cioè della politica inane e prepotente, con cui i partiti dell’Italia bipopulista pensano di riconquistare il popolo accendendone o inseguendone odi e pregiudizi e accompagnandone la perdizione.

La forma che la politica italiana replica a tutti i livelli e in modo perfettamente trasversale è quella cospiratoria, che di ogni problema riconosce come sola spiegazione e soluzione l’individuazione e la condanna di un colpevole. Dove lo schema non si adatta alla realtà, la realtà viene adattata allo schema, con la complicità diretta e indiretta di un’informazione, che si è adeguata anch’essa alle regole del sistema e che da decenni partecipa alla caccia al ladro come suprema forma di mobilitazione civile e di vigilanza democratica.

La vicenda del contributo di solidarietà per i redditi sopra i 75mila euro, inizialmente estorto a Draghi dalla Cgil come risarcimento simbolico dell’affronto subito sulle pensioni (e non solo), e poi stoppato da alcuni partiti della maggioranza, è nella sua desolante mediocrità la conferma di questo schema.

Se dal punto di vista oggettivo le misure fiscali previste dal governo sull’Irpef comportano una evidente concentrazione dei benefici sui redditi medio-bassi, a dominare il dibattito è stato l’egoismo dei contribuenti più ricchi, fiancheggiati da partiti insensibili al dolore del popolo e indisponibili a destinare anche solo pochi spiccioli al pagamento dei rincari della bolletta energetica.

Ben due rappresentanti dell’esecutivo, il ministro Stefano Patuanelli e la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra, domenica hanno confermato questa lettura cospiratoria in due interviste di dissociazione dai presunti cedimenti dell’esecutivo. «Per colpa della destra, che comprende Italia Viva, le bollette saranno più care»,  ha detto Patuanelli, «Con le imposte a scaglioni, se riduciamo le prime aliquote se ne avvantaggiano tutti, anche i redditi dai 75mila euro che risparmieranno fino a 270 euro, senza averne bisogno», ha completato Guerra. In quel «le bollette saranno più care» e soprattutto in quel «senza averne bisogno» c’è tutto quel che c’è da capire sulla crisi della democrazia italiana intossicata dall’angoscia dell’impotenza e dalla lusinga della vendetta.

Le bollette non sono più care per colpa della destra, ma per un complesso di cause, che in teoria politici e giornalisti dovrebbero conoscere e che elettori e cittadini dovrebbero essere aiutati a comprendere e non a interpretare secondo, diciamo così, desiderio e volontà.

Gli incentivi alle rinnovabili, il costo delle emissioni di CO2, gli squilibri tra domanda e offerta di prodotti energetici che fanno impennare le quotazioni sul mercato e i prezzi per i consumatori sono cause che in tutta Europa (anche in paesi meno dipendenti dalle forniture estere) hanno determinato rincari significativi e che in Italia sono ulteriormente appesantite da scelte domestiche sbagliate, cioè la riduzione dell’offerta di gas, con stop a ricerche di giacimenti e perforazioni. Il rincaro delle bollette dimostra che la transizione ecologica non è un pranzo di gala, che il difficile equilibrio tra fonti fossili e rinnovabili rimane il nodo cruciale di questo processo e, più in generale, che contrapporre ecologia ed economia o è una illusione o un inganno.

Peraltro, le bollette non saranno più care di quanto sarebbero state se fosse stato approvato il contributo di solidarietà per i redditi più alti, perché per i 300 milioni mancanti è stata trovata un’altra copertura. Però per il ministro Patuanelli i poveri rischiano di stare al freddo perché i ricchi – che come è noto, alla pari degli italiani, sono sempre gli altri – sono cattivi.

E che dire delle parole della sottosegretaria Guerra? Chi guadagna più di 75mila euro lordi – dice –«non ha bisogno» di 270 euro di tasse in meno. Cosa significa che «non ha bisogno»? Non certo che non precipiterebbe sotto la soglia della povertà assoluta o si vedrebbe precluso l’accesso a diritti fondamentali. Significa ritenere che i redditi non siano del contribuente, ma dell’erario, che li riassegna, concedendoli al titolare o distribuendoli a terzi, non sulla base di un principio di equità, ma di un criterio di meritevolezza sociale. Come a dire che tutto ciò che supera una soglia di reddito arbitrariamente stabilita – meglio se ristretta a una percentuale di contribuenti ridotta e socialmente invisa perché “ricca” – non può essere valutato secondo principi di diritto, ma secondo un gradiente solidaristico interpretato in chiave discriminatoria.

I contributi di solidarietà à la carte – imposti a seconda delle circostanze e delle esigenze di comunicazione politica – pregiudicano sia la certezza del diritto che la fiducia dei contribuenti. L’equità fiscale, invece, è un sistema di diritti e di obblighi che commisura l’imposizione a obiettivi distributivi efficienti, non a operazioni ideologicamente esemplari o socialmente punitive, che peraltro prescinderebbero totalmente dal fatto che il 5% più ricco dei contribuenti già paga il 40% dell’Irpef, che la tassazione sui redditi più bassi è già inferiore e sui redditi più alti superiore a quella del celebrato modello tedesco e che semmai in Italia esiste un problema di bassi redditi, non rimediabile però per via fiscale. Eppure, anche sul piano delle politiche economiche, come su quello delle politiche fiscali, domina la vulgata secondo cui ci sono i poveri perché ci sono i ricchi e quel che manca all’Italia è un po’ di sana “giustizia popolare”, non le perdite cumulate in un ventennio di crescita asfittica, di produttività stagnante e di investimenti sacrificati alla spesa pubblica accattona.

I contribuenti ricchi, insomma, sono per la sinistra populista ciò che gli immigrati poveri sono per la destra sovranista: la prova di un sistema sbagliato, il segno che il mondo non va come dovrebbe andare, la conferma di un pregiudizio che si ha ragione di coltivare e eleggere a vincolo identitario. E sono soprattutto i “colpevoli” di un male che non scompare certo con un esorcismo politico, ma che può fare la fortuna degli esorcisti che spacciano l’equità fiscale come un ideale di vendetta.

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