La mano di DioCosì Paolo Sorrentino torna a Napoli e mette fine al lungo girovagare

Un racconto autobiografico che chiude il cerchio di una carriera. Ripresenta il trauma del proprio passato con la giusta distanza, evita le affettazioni delle sue ultime produzioni e punta a dare un ritratto autentico e sincero

frame del trailer da Youtube

Presentato in concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Leone d’argento, “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022 nella sezione del miglior film internazionale, è ora sbarcato anche su Netflix. Si tratta di un’opera che piacerà e che sta già piacendo a molti, al contrario di alcuni suoi lavori passati come “La grande bellezza” o “Youth”, che nonostante il successo hanno dato parecchio lavoro ai critici, i quali si sono divisi in veri e propri schieramenti.

Di fronte a questo film, però, i detrattori di Sorrentino si trovano costretti a tirar giù la claire. Non perché non si trovino imperfezioni o perché quest’opera sia più bella delle altre, ma perché è più “reale”, “sincera”, ha una trama definita, è autobiografica. Più simile a “L’uomo in più” per le geometrie narrative, e a “L’amico di famiglia” per le ambientazioni e lo stile, è un film popolare e accessibile a tutti, meno eccentrico, meno fastoso, depurato da gran parte dell’onirico che ha sempre caratterizzato le sue ultime pellicole. O, per meglio dire, l’onirico si fonde con la storia vera, il sacro con il profano: Maradona che con una mano spinge il pallone in rete e con l’altra gli salva la vita.

In una recente intervista al Corriere della Sera, Sorrentino ha spiegato il perché della decisione di raccontarsi proprio adesso: «C’era la distanza giusta, avendo compiuto cinquant’anni, potevo affrontare meglio certi temi con misura, con un atteggiamento sentimentale e non sentimentalista. La cosa che temevo in precedenza era lo sfoggio: guardate come sono bello nella mia sofferenza».

Con grande cautela, ci aveva già provato tramite i suoi film precedenti, arrivando con la giusta consapevolezza a quest’ultimo, nel quale ha messo in atto il disvelamento completo del suo dolore.

In “The Young Pope”, infatti, il papa orfano interpretato da Jude Law è una figura che assomiglia molto a un personaggio autobiografico, così come in parte lo è Cheyenne in “This Must be the Place”, che compie un viaggio nel nome del padre morto. È sempre la morte, la costante più potente dei suoi film. “La grande bellezza” inizia con una scena che la simboleggia, e finisce con il monologo di Toni Servillo sull’attaccamento alla vita. La morte come inizio e come fine. Cosa c’è prima e che cosa dopo. «Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo, bla, bla, bla, bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove». Sorrentino non si occupa dell’altrove, ma di quello che viene dopo. Di chi, come lui, deve incominciare a fare i conti con il futuro.

“È stata la mano di Dio” racchiude inoltre alcuni riferimenti presenti in quello che è il suo capolavoro letterario, “Hanno tutti ragione”, con la figura oscura della Baronessa, e nel suo seguito, “Tony Pagoda e i suoi amici”, portando in scena l’episodio spensierato dello scherzo della madre ai vicini. Il ricordo intenso di una madre fragile e delicata, che si percepisce essere da questo film, e anche in molti dei precedenti, la perdita più importante per il regista.

Poi la figura di Luisa Ranieri, la zia sensuale che simboleggia sia l’erotismo napoletano che una visione incestuosa dell’amore, che si sposa con la realtà in cui vive il protagonista, costantemente chiusa all’interno del rassicurante nido familiare.

In tutto ciò Napoli è sullo sfondo ma non per questo gioca un ruolo di secondo piano, anzi, alla città pare che il regista abbia voluto porgere delle scuse per essere fuggito così presto, da quei luoghi in cui ha vissuto felicemente, ma che dopo la morte dei suoi genitori non è più riuscito ad immaginare se non con il cinema. Il cinema come evasione, per mostrare tutto ciò che il suo dolore era in grado di inventare.

Sorrentino è oggi, senza dubbio, il regista italiano più apprezzato e famoso al mondo, durante la sua carriera è arrivato fino ad Hollywood. Adesso però Ulisse, dopo un eterno girovagare, è tornato ad Itaca, e lo ha fatto non con i panni da mendicante ma con un abito da cerimonia, in grande stile.