Riti pandemiciLa mascherina è il nostro amuleto contro Omicron

I dispositivi di protezione sono una forma di difesa dal virus. Ma di fronte alle indicazioni contraddittorie fornite dalle autorità il loro impiego si risolve, più che altro, in un segnale in codice con un chiaro significato: il Covid continua a infuriare

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Nelle strade di Milano, al di là del perimetro delle vie centrali in cui la mascherina è obbligatoria per ordinanza comunale, sono tante le persone che in questi giorni freddi portano la mascherina e sopra la sciarpa. Alcune camminano in solitudine, altre con familiari coi quali condividono la vita e la casa, presumibilmente senza dormire l’uno a fianco dell’altro mascherati.

Ora che la variante Omicron sembra destinata ad alzare la pressione sui sistemi di sanità pubblica, in tutta Europa la risposta adottata dai governi non è quella di attrezzare questi ultimi, facendo di tutto per seguire nel modo migliore i pazienti. In Italia si entra in zona gialla con appena il 10% di terapie intensive occupate, il che tradisce l’ispirazione dell’approccio di sanità pubblica: il malato di Covid non va curato ma va “evitato”. Per questo la priorità viene data a misure non farmacologiche, cioè a divieti che condizionano la vita delle persone.

Nella gran parte dei casi si tratta di misure di tipo eminentemente segnaletico. Lo stesso obbligo di mascherina nelle vie del centro lo è. Come si può effettivamente verificare che tutte le persone la portino? Cosa si fa con coloro che l’abbassano perché stanno facendo uno spuntino? Con quelli che l’abbassano per parlare al telefono? Soprattutto, la mascherina chirurgica dovrebbe essere portata al massimo per circa 90 minuti. In ambienti adeguatamente sterilizzati, come le sale operatorie, le mascherine vengono cambiate di continuo. Quante sono le persone che portano la stessa mascherina chirurgica per giorni? Quante quelle che la portano facendo sporgere il naso (anche semplicemente per evitare che si appannino gli occhiali)? Quale straordinaria efficacia può avere mettersi la mascherina per fare dal tavolo del ristorante al bagno, magari senza incrociare nessun altro cliente? Perché i colpi di tosse del vicino di tavolo dovrebbero essere pericolosi quando ci alziamo in piedi, e innocui finché rimaniamo seduti?

Ovviamente, anche una mascherina mal messa o usata troppo a lungo ha un effetto di qualche tipo sul contagio. Ma la ratio dell’obbligo all’aperto e anche se c’è distanziamento, dove il rischio di contagio è, per usare un eufemismo, bassissimo o assente, è un altro. È una sorta di avviso, un reminder alle persone che in qualche modo si sono faticosamente riappropriate della loro vita di non dare nulla per scontato, che la pandemia continua a infuriare. Memento mori.

Osservare come cambiano o si cerca di cambiare i comportamenti sociali nel quadro dei tentativi di venire a capo della pandemie e dei suoi effetti è come fare un rapido ripasso dei principali temi di psicologia evoluzionistica. Fra le conseguenze di lungo periodo di questi due anni ce n’è una che dovrà essere messa a fuoco in futuro. È il ritorno della superstizione. Le nostre strade sono piene di persone che continuamente si mettono la mascherina anche per passeggiare all’aperto e da soli. È una misura profilattica? No. Dal punto di vista delle istituzioni ha un’unica ragione: spaventare la gente. Non solo le persone si fanno spaventare, ma adottano la mascherina come una sorta di amuleto. Come l’oca Martina di Lorenz, che faceva una deviazione prima di salire a dormire con l’etologo, convinta di scaramantizzare un’esperienza precedente minacciosa. La psicologia evoluzionistica della religione spiega l’uso di riti appariscenti come una forma di segnalazione sociale circa l’onestà delle proprie intenzioni e quindi della propria affidabilità.

Ognuno di amuleto si sceglie il suo. Chi mette la mascherina e poi si accalca a pochi centimetri dagli altri, quando fa la coda al supermercato. Chi tiene ossessivamente le distanze. Chi si disinfetta le mani a ogni erogatore che incontra: non a caso, le bottigliette col liquido disinfettante in chiesa di solito finiscono nell’acquasantiera. Stiamo giust’appunto parlando di riti, di tentativi di esorcizzare magicamente il male. Le ossessioni sono ben descritte come elementi costitutivi delle ritualità religiose, che abbattono l’ansia generata dalle minacce percepite, e guarda caso (cioè non per caso) numerose pratiche ossessivo-compulsive servono a prevenire contagi (lavarsi le mani continuamente, evitare contatti con oggetti toccati da altri o con altri, non mangiare alcuni cibi, eccetera).

C’è sempre qualche bello spirito che scopre, ogni giorno, che il “distanziamento sociale” era praticato anche sette secoli fa, se ne trova traccia pure in Levitico 13: 45 (relativamente alla lebbra) o in Esodo quando Dio raccomanda agli ebrei di rimanere chiusi in casa e di segnare la porta per evitare la piaga che ucciderà tutti i primogeniti in Egitto. Fino a 150 anni fa circa era l’unico modo per tenere alla larga le persone e, dunque, l’epidemia del momento.

La scoperta, scodellata in qualche articolo di costume, attesterebbe il valore della pratica. In realtà si omette di ricordare che la società in cui noi viviamo è un po’ diversa da quelle mediorientali fondate sull’economia agricola e/o le guerre di conquista. Nel mondo antico il grado di conoscenza scientifica disponibile consigliava di antropomorfizzare gli eventi sgraditi, dal fulmine di Zeus in giù, e alcune civiltà, come quelle mesopotamiche, associavano addirittura le malattie alla presenza di uno spirito antropomorfo. Il pharmakos nella cultura greca è il sacrificio rituale di un capro espiatorio umano o animale – come l’epidemia che apre l’Iliade.

I pharmakoi avevano scarsa efficacia nel debellare le pestilenze, ma tenevano uniti i gruppi umani, anche per il meccanismo sociale messo a fuoco da René Girard: il sacrificio fonda il legame religioso della comunità (ovvero la religione è stata e rimane – per Lattanzio religio significava “legare insieme” – il più potente collante sociale e l’uccisione di un innocente è la più “onesta” prova di forza che possa cementare il patto sociale). A qualcuno viene in mente di difendere i regimi politici che hanno seguito questa prassi nel Novecento, solo perché lo facevano anche gli antichi (mesopotamici, egizi, greci, eccetera).

Noi viviamo nella società aperta e più scientificamente avanzata di sempre e dovremmo fronteggiare la pandemia mobilitando i punti di forza che hanno consentiti di affrancarci dalla superstizione. Almeno in larga parte e sul piano dei principi legali e politici Invece la vera eredità di questi anni è il ritorno della superstizione. Abbiamo i nostri aruspici: i data scientist, i fisici e gli economisti prestati all’epidemiologia, i costruttori di modelli sulla diffusione dei contagi. Abbiamo un vasto menù di capri espiatori di volta in volta trascinati all’altare: i runner, i nomask, i ragazzi che vogliono fare la movida, i bambini che diffondono il contagio, i novax. E abbiamo, come ogni società fondata sulla superstizione, un vasto numero di credenze prese per buone senza sottoporle al pensiero critico. Abbiamo misure prese, ieri ma anche oggi, come se avessero solo pregi e senza provare neppure a quantificare i costi. Abbiamo coperte di Linus che ci mettiamo sul volto. Abbiamo comportamenti teoricamente virtuosi eretti ad argine contro il virus: come se la malattia sia nient’altro che una risposta alla nostra mancanza di fede (nell’importanza di stare in casa, etc.).

Se la scienza è un metodo, non è mai stata per tutti. Non a caso ai vertici delle istituzioni si parla di “credere alla scienza”, “affidarsi alla scienza”, non di “usare la scienza” per capire, spiegare e controllare. È vero che la scienza, cioè le teorie e i metodi usati nei diversi ambiti che studiano la pandemia, è accessibile a una popolazione molto ristretta di specialisti, come i misteri religiosi nel passato.

Quindi si tratta non di affidarsi a interpreti di una parola o intermediari di una parola ultraterrena, bensì di fidarsi di procedure e risultati che sono trasparenti e ai quali ognuno può accedere non in quanto chiamato e addestrato a propagare il mistero.

È verissimo che in molti ambiti della nostra vita per muoversi nella realtà sociale è meglio fare assegnamento su semplici euristiche, che su pretese strategie razionali. Ma forse stiamo istituzionalizzando la superstizione, nel senso che la superstizione sta diventando la cifra comunicativa delle politiche anti-contagio e si porta appresso la benedizione delle autorità più alte, sia politiche che dell’opinione pubblica. In che società vivremo, quando tutto questo sarà finito?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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