Contro i neo-aruspiciIl ritorno alla società aperta e il lockdown dei professionisti dell’allarmismo

Per evitare che il governo subisca pressioni e giochi al rilancio di nuove misure inutili bisognerebbe abbassare il volume del discorso pubblico sul tema della pandemia. Soprattutto quello di esperti o presunti tali, statistici prestati all’epidemiologia, giornalisti a cui l’emergenza provoca estasi adrenaliniche

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A quasi due anni dallo scoppio della pandemia, riesce sorprendente a molti pensare quanto lievi siano stati i segni lasciati dalle pandemie del passato. Mentre siamo esposti a un bombardamento di nuove regole e divieti che sembra non cessare mai, fatichiamo a trovare specifiche limitazioni della libertà individuale che siano il frutto delle epidemie degli scorsi secoli, che pure portavano con sé patologie innanzi alle quali ci mancava lo scudo della scienza moderna.

La ragione forse non sta nella natura dei patogeni in questione, ma del racconto che le società facevano a sé stesse. Le epidemie a un certo punto passavano, o perlomeno si facevano meno intense, e le persone tornavano alla loro vita di sempre. La normalità è – non “solo” ma “anche” – il modo in cui si pensa la propria vita.

Ecco perché quello che più servirebbe oggi è esattamente quello che non accadrà. Un «bel lockdown» preventivo (per utilizzare l’espressione suggestiva di un esperto di salute pubblica che va spesso in televisione) sì, ma dei professionisti dell’allarmismo: esperti o presunti tali, statistici prestati all’epidemiologia, giornalisti a cui l’emergenza provoca estasi adrenaliniche.

Abbassiamo il volume del discorso pubblico. Non per censurare nessuno, non per lasciare in pace il manovratore ma semplicemente per ridurre le pressioni sul governo a rilanciare, innanzi a ogni, pur dubbio, cambio di scenario.

Nei paesi anglosassoni, nei paesi scandinavi, ma anche in Spagna è la regola che della pandemia si diano le notizie, cioè si informino i cittadini sui dati epidemiologi, le novità scientifiche e le scelte governative. Però senza più paginate di quotidiani con interventi, commenti e contro-commenti, o interminabili videate online su qualunque piattaforma o virologi e altri esperti in TV h24 che dicono tutto e il contrario di tutto e oscillano tra il sentirsi dei neo-aruspici e l’essere solo saccenti paternalisti.

In Italia Covid-19 è la notizia d’apertura nei media da quasi due anni. Ogni giorno si mangia un numero impressionante di pagine su qualsiasi quotidiano: ogni tanto ci sono ottime interviste dalle quali si impara qualcosa, ma dieci pagine di giornale al giorno per una settimana fanno settanta, in caratteri è la lunghezza di un saggio di tutto rispetto. In un mese le settimane sono quattro.

È chiaro che non c’è nulla di scritto, nel futuro della pandemia. Potrebbe arrivare una variante devastante per letalità. Tuttavia, se in due anni e con le opportunità di circolazione che ha avuto, SARS-Cov-2 ha prodotto solo varianti che lo rendono più contagioso, siamo legittimanti a scommettere che per qualche ragione che non conosciamo le mutazioni che interessano virulenza e patogenicità sono sfavorite. Ciò che più conta: di solito non facciamo ruotare la nostra vita economica e sociale intorno a eventi molto rari, catastrofici e più o meno imprevedibili (es. terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, l’arrivo di meteoriti, etc.).

Il 90% dei cittadini italiani sarà vaccinato con due dosi entro la fine del 2021 e, coi vaccini, la mortalità, proiettata su scala annuale, equivale circa a quella di una brutta influenza stagionale – da fine maggio scorso, quando l’impatto della vaccinazione è stato evidente, i decessi sono stati circa 11mila, ovvero l’equivalente dei decessi causati dall’influenza del 2017 (20mila anziani morirono in quella stagione). La tecnologia per la produzione dei vaccini evolve nel senso di mettere a disposizione sempre diverse tipologie di vaccino e di consentire gli aggiornamenti continui dei vaccini esistenti, soprattutto quelli a mRna. Da anni, ogni anno, aggiorniamo il vaccino anti-influenzale, e non si vede quale problema potrebbe costituire, se fosse necessario, attrezzarsi per fare altrettanto con quello anti-Covid.

La preparazione dei vaccini anti-influenzali quadrivalenti che circolano su scala globale si basa su una complessa organizzazione e cooperazione mondiale, di sorveglianza e sperimentazione per identificare i migliori ceppi candidati che saranno usati dall’industria per produrre e vendere i vaccini. Si tratta di un sistema evoluitosi nei decenni e oggi molto efficiente, da usare come modello eventualmente per sviluppare vaccini anti-Covid da somministrare e aggiornare con qualche periodicità.

Certo, l’influenza è stagionale per cui si può giocare d’anticipo e aver pronti i vaccini utili per l’emisfero australe o boreale nei tempi opportuni. Ma la scienza e la tecnologia potrebbero trovare il sistema per sviluppare un vaccino universale contro Covid, cioè che non serve aggiornare con l’emergere delle varianti, per cui il monitoraggio delle mutazioni genomiche del virus servirebbe giusto per non avere sorprese, e il problema sarebbe solo quello di capire meglio come funziona la memoria immunitaria, nel caso della vaccinazione anti-Covid, e trovare magari qualche sistema per farla durare di più.

Le costanti denunce di come i vaccini anti-Covid non impediscano il contagio e la trasmissione tradiscono una scarsa familiarità con la vaccinologia. Pochi vaccini danno un’immunità sterilizzante. Per esempio il vaccino antinfluenzale o quello contro il rotavirus non impediscono l’infezione in ogni caso di contatto, tuttavia. proteggono dalla malattia. Non si capisce perché il fatto che il vaccino anti-Covid dia lo stesso risultato vantaggioso di altri vaccini antimalattia, tipo quello per l’influenza, debba impedirci di cominciare a trattare il Covid, appunto, come un’influenza

Si tratta di problemi che ci sono imposti dal virus, ma non di problemi politici. Non siamo nella situazione di chiedere sacrifici ai cittadini e nemmeno dovremmo ragionare nell’ottica di ulteriori restrizioni della libertà individuale che ormai vengono presentate dai media come vere e proprie magie: misure, cioè, che avrebbero solo benefici (per quanto, naturalmente, sempre più modesti) a nessun costo.

L’inclinazione tipicamente italica, per quanto riguarda il continente europeo, ad esacerbare i conflitti sociali, generando polarizzazioni politiche per quel che riguarda le misure anti-Covid, esercita su tante persone che sono pure accademici e intellettuali pubblici un effetto appagante, come se si scatenassero endorfine. Ora ci si mette il precauzionismo dubbioso degli intellettuali simil-foucaultiani, inclini per letture filosofiche giovanili a confondere la scienza con la tecnica. Un precauzionismo che negli ultimi anni ha condotto l’Europa ai margini dei processi innovativi su diversi fronti, di cui il più eclatante è di certo quello della messa al bando degli ogm. La specie umana è sufficientemente dubbiosa e cauta di suo, e incentivare questi tratti che erano premiati nel mondo tribale oggi equivale a un invito a farsi del male. Il principio di precauzione ha fatto danni persino con Covid-19, quando si decide di sospendere l’uso di AstraZeneca senza motivo.

Non di dubbi e precauzione c’è bisogno ma di onestà intellettuale nel leggere i fatti, che esistono anche indipendentemente dalle interpretazioni malgrado quello che si tende a far dire a Friedrich  Nietzsche. Le nostre società per diverso tempo aperte, e della cui apertura hanno goduto tutti e dunque anche coloro che predicavano l’idea che siano meglio quelle chiuse, potranno tornare a una condizione in cui si ripristina pienamente la libertà di movimento messa al bando in precedenza, se per alcuni anni le persone entrano nell’ottica di vaccinarsi annualmente o forse più spesso. Qualcuno lo faceva già per l’influenza.

La pensa così il Ceo di Pfizer e lo scenario è plausibile. Così come è plausibile pensare che l’impegno a vaccinarsi riguardi soprattutto le società che si sono chiuse a causa del coronavirus, e che aspirano a riaprirsi. Non quelle che già appartenevano all’insieme delle società chiuse, in altri angoli del mondo, e alle prese con persistenti problemi sanitari di natura infettivologica. Potrebbe darsi che quelle società in realtà siano già più protette dal fatto che la scarsa igiene e quindi più frequenti contatti con patogeni, profili il loro sistema immunitario in modo da bloccare gli effetti dannosi dovuti all’infezione da SARS-Cov-2. Alcuni dati pubblicati anche su Science due mesi fa lasciano trasparire questa ipotesi.

Ma alla società aperta bisogna voler tornare. Al contrario c’è, in Italia, fame di misure di chiusura che prescindono dall’efficacia dei vaccini e persiste, nel paese, l’abitudine di fare della pandemia una grande battaglia morale.

Una società aperta non applaude chi trascina i NoVax in gabbie mediatiche di fronte a qualche aspirante domatore/presentatore che armato di frusta e fiocina li addita al pubblico ludibrio, ovvero li espone alla gogna medievale del pentimento pubblico quando si rendono conto di aver diffuso pericolose idee.

La pandemia e le vaccinazioni, lo abbiamo scritto più volte, sfidano quelle conquiste di razionalità a cui le società aperte rivendicano un accesso privilegiato. Il modello della società aperta a cui guardava Popper, per immaginare le qualità, i valori e le regole che le democrazie liberali dovevano privilegiare, era la comunità scientifica. In effetti, la comunità scientifica valorizza la razionalità, ma non come intuitivamente pensiamo. La razionalità è un processo, non una qualità di chi a quel processo partecipa.

Per Popper le provvisorie e sempre in via di miglioramento verità scientifiche scaturivano da competizioni tra teorie, difese da singoli o gruppi di scienziati. Non dalla razionalità di singoli o di gruppi. Questi ci mettono l’intelligenza, che, come ha dimostrato lo psicologo cognitivo canadese Keith Stenovich, non coincide con la razionalità. Il mondo liberale è debitore alla scienza di un metodo e qualcuno sostiene che il liberalismo produce società migliori proprio perché non è un’ideologia ma un metodo.

Gli scienziati come singoli individui, lo si è visto in questa pandemia, sono spesso contraddittori, litigiosi, narcisisti, etc. Soprattutto lasciano intendere di sapere cose che non sanno e di considerare i fenomeni sociali e sociosanitari come se fossero spiegabili e manipolabili sulla base di variabili quantificabili o di leggi intuitivamente conoscibili. Sarebbe bello ma non è così. La realtà biologica non è un Lego, men che meno lo è la realtà sociale. Per questo il liberalismo ci insegna a non considerare i nostri simili come mattoncini da utilizzare come più ci piace.