Fuori fuocoIl bias cognitivo di chi pensa che non si stia facendo abbastanza contro la pandemia

È vero che dopo due anni non abbiamo una cura efficace contro il Covid, ma trovare cure contro le malattie virali non è mai stato facile. Intanto coloro che sostengono che i vaccini stiano diffondendo una falsa sicurezza non fanno altro che portare acqua al mulino degli esitanti

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L’idea che non si stia facendo abbastanza contro le pandemie da Covid-19 è singolare. Ma non inattesa. Non c’è contesto nel quale non si chieda alla politica di fare “di più”, come se “di più” fosse sempre necessario e far “di più” fosse sinonimo col far meglio. Questo, a maggior ragione, se a ogni pie’ sospinto, come l’incremento temporanei del numero di positivi o decessi o l’arrivo di una variante, siamo minacciati da nuove misure draconiane o ascoltiamo invocazioni di nuovi lockdown, di super-green pass, di zone gialle, arancioni e rosse, ecc.

C’è sempre qualcuno a cui non basta mai, come coloro che sostengono che i vaccini stiano diffondendo una falsa sicurezza. Che cosa significa, non è ben chiaro. Forse si vuol dire che la vaccinazione non basta ad evitare qualsiasi infezione. Forse si vuol dire che ogni tanto capita anche a una persona vaccinata di ammalarsi in modo grave: ma questo può accadere o perché il suo sistema immunitario non è abbastanza efficiente (per esempio la persona è immunodepressa) o più in generale perché il sistema immunitario non è fatto di leve, pulegge e bottoni per attivarlo a piacere.

Forse si vuole dire che i vaccini lasciano circolare il virus, il che non è necessariamente negativo se le persone sono vaccinate. Parlare di falsa sicurezza sollecita l’ego dei profeti di sventura ma vuol dire, insomma, ben poco. Quale è la vera sicurezza, poi? Prima del Covid non avevamo certo strumenti di qualsiasi tipo in grado di evitarci il rischio di ammalarci e morire.

Non abbiamo mai avuto a disposizione così tante conoscenze e tecnologie per combattere un patogeno da quando la nostra specie è comparsa sulla terra, ma insistiamo a pensare e a dire che quello che stiamo facendo non basta. È vero che dopo due anni non abbiamo una cura efficace contro la malattia, ma trovare cure contro le malattie virali non è mai stato facile.

In pochi giorni dalla sua apparizione i virologi disponevano della sequenza genomica del virus e in nove mesi sono stati approvati vaccini efficaci negli Stati Uniti e in Europa (anche in Cina e in Russia, ma sulla loro efficacia siamo meno sicuri, non avendo affrontato il vaglio delle autorità occidentali). Una malattia infettiva e la sua diffusione pandemica, al di là dell’immaginario con cui vengono descritte, sono alimentate da complessi processi evolutivi e non ci sono garanzie di riuscire a capire come neutralizzare il virus più o meno rapidamente.

Né l’andamento dell’epidemia è solo una questione di Rt, indicatore che rappresenta un quadro statistico ex post ma dice poco sulle reali dinamiche del contagio. È un bene che in tanti abbiano familiarizzato con il concetto, ma l’impressione è che siano convinti che esso implica che davvero una persona infetta ne fa ammalare una e mezzo prima di smettere di diffondere il virus.

Prima di piegare la statistica al gusto di spaventare la gente, sarebbe il caso di accorgersi che grazie ai progressi dell’immunologia e della vaccinologia siamo in grado di insegnare al sistema immunitario ad allestire un’orchestrata attività di vigilanza per neutralizzare gli effetti patogeni del virus se questo riesce a infettarci. È su questo che dobbiamo concentrarci, non nel chiedere sacrifici alle persone come se per liberarci di Covid-19 dovessimo placare una qualche divinità, irritata con la nostra società globalizzata e il nostro stile di vita.

È un’inclinazione umana, un bias, pensare che si potrebbe fare di più per risolvere qualche problema, o che ci sia qualche perverso complotto per cui non converrebbe a chi governa non fare quello che noi sappiamo essere necessario, ecc. Di fronte a una minaccia che si sta protraendo da due anni, senza che se ne intraveda una definitiva uscita, questi ragionamenti di senso comune inquinano anche il pensiero di persone di solito lucide.

Coloro i quali dicono che non si fa abbastanza o che bisognerebbe assumere misure più aggressive sono anche quelli che hanno creduto o credono, mentre il virus è endemico sul pianeta da oltre un anno, che si debba perseguire una strategia di eradicazione (CovidZero). Hanno sbagliato già una volta, ma fanno fatica a imparare.

Abbiamo più volte scritto che la storia non è fonte di insegnamenti, in positivo. Ma per evitare di avvitarsi in autoinganni ridicoli, qualche spunto lo fornisce.

In primo luogo, suggerisce di pesare razionalmente le situazioni nelle quali ci si trova. Per esempio, l’influenza Spagnola uccise in Italia 466mila persone in circa un anno e mezzo (70mila erano militari, esposti quindi all’ambiente insalubre delle trincee), su una popolazione complessiva di circa 30milioni di persone la cui speranza di vita alla nascita era intono a 50 anni.

In circa due anni Covid-19 ha mietuto un terzo di vittime su una popolazione che è doppia e dove la speranza di vita alla nascita è di 82 anni. Nel 1919 non poterono fare altro che aspettare che le pandemie facesse il loro corso, e così è stato per le pandemie influenzali fino a quando non è diventata disponibile la tecnologia, nel secondo dopoguerra, per fare e adattare annualmente i vaccini anti-influenzali. Noi disponiamo contro Covid-19 di efficaci vaccini – più efficaci di quelli antinfluenzali – e di eccellenti sistemi logistici. Ma serve sempre… ben altro.

L’unica misura di contrasto della pandemia, ovvero l’unico intervento che sulla base di prove sappiamo essere risultato efficace, è stata dunque la vaccinazione. Non ci sarebbe nulla di sorprendente se per alcuni anni dovessimo tenere a bada il coronavirus con periodiche vaccinazioni. Meglio che morire o chiuderci in casa.

Quello che non dovremmo fare è disinformare sui vaccini. Dire che i vaccini danno un falso senso di sicurezza significa portare acqua al mulino degli esitanti. Il fatto è che le comunità umane dovrebbero cercare di tornare a funzionare come società aperte, ripristinando relazioni basate sulla fiducia e sulla simpatia reciproca, vedendo l’altro come amico, controparte commerciale, collega e non come vettore di infezione.

In questo, davvero regge il paragone con una tipica stagione influenzale. I vaccini antinfluenzali proteggono meno del vaccino anti-covid ma nessuno dice che vaccinarsi contro l’influenza dà un falso senso di sicurezza. Se si è vaccinati contro entrambe le infezioni si fanno le malattie in forme più lievi. Cosa cambia? Solo che Covid-19 a causa dei danni che provoca e del tempo occorso per disporre di una protezione sembra più minaccioso di quello che verosimilmente è. Se lo si paragona con numerose altre infezioni non è così.

Se il coronavirus ha causato le maggiori devastazioni nel mondo sviluppato è anche perché lo straordinario guadagno di salute, dovuto a igiene, farmaci e innovazioni mediche, ha creato un terreno a lui favorevole, cioè ha “prodotto” con l’aumento della speranza di vita persone anziane e immunodepresse, sistemi immunitari meno stimolati naturalmente da parassiti, mentre l’esistenza di reparti ospedalieri di cure intensive consente di considerare curabili malati che prima non lo erano ma determina paradossalmente affollamento e paralisi degli ospedali a danno anche di pazienti che stanno rinunciando a trattamenti.

Nemmeno le società aperte possono essere preveggenti, cioè anticipare la comparsa di patogeni con particolari caratteristiche, ma a differenza di quelle chiuse consentono di mobilitare rapidamente e in modi pertinenti le risorse conoscitive ed economiche per affrontare nella misura in cui è possibile, con razionalità e nel rispetto delle persone, le minacce.

È uno scenario complesso, che per rispondere alle aspettative più intuitive tendiamo a semplificare. In realtà, serve pensare a strategie praticabili e basate sulla responsabilità più che su presunte soluzioni tecnocratiche. Destinate a fallire perché la realtà sociale, per nostra fortuna dipende dai comportamenti di milioni di persone che, come già diceva Adam Smith, non sono semplici pedine da disporre sulla scacchiera.

La figura dell’esperto che va in televisione o nei media e che non è lo scienziato che sta in laboratorio a fare esperimenti col virus, o il manager in volo tra un centro di ricerca e un sito di produzione del vaccino, o il clinico che conduce sperimentazioni in ospedale; ovvero che nel tepore del suo studio casalingo legge tutto quel che gli capita e poi lo rilancia davanti alla luce di riflettori guidato dal bias di conferma, è un interessante esemplare della comunicazione pandemica.

Questo esperto si innamora di qualche idea, quasi mai sua e quasi mai meditata criticamente, e poi va a pesca di aneddoti e argomenti retorici per difenderla e sostenere che è la vera soluzione che serve contro la pandemia. Di norma viene selezionato dai media dato che è pessimista e prevede sconquassi. Cassandra, per carità, aveva ragione. Ma non basta fare la Cassandra per avere ragione.

Se fossimo moralisti, diremmo che è una speculazione sulla malattia. Non lo siamo e pensiamo che più che in malafede le nostre Cassandre siano convinte. Convinte che le soluzioni ai problemi non siano l’esito di tentativi ed errori di una realtà multiforme e complessa come la comunità scientifica internazionale, ma il risultato diretto dei pensieri da loro maturati la mattina facendosi la barba. Convinte che siccome i vaccini innescano meccanismi automatici di risposta immunitaria, e non esigono “sacrifici” volontari e gravosi da chi si vaccina, siano alternative per forza solo parzialmente efficaci. Convinte che la pandemia sia una grande occasione per salvare la società da tutti i mali che l’affliggono, perché la gente non possa più usare il proprio tempo in modo frivolo ma debba imparare a comportarsi come l’esperto ritenga sia “bene”. Convinte che esista un metodo per fermare magicamente Sars-Cov-2 e coincida sempre e per forza con i loro pensieri, più o meno statisticamente argomentati. È difficile dire dove finiscano le convinzioni e cominci il delirio.

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