Con questa si mangiaA Milano crescono le professioni della cultura

Il capoluogo lombardo è la prima città in Italia per incidenza della cultura sull’economia, sia per occupati che per valore aggiunto. Impresa cultura Milano di Confcommercio e i corsi per manager del settore sono segnali di un rinnovato ottimismo

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Bastano i numeri per battezzare Milano come capitale della cultura italiana, senza il bisogno di citare la sua anima internazionale o l’infinita lista di eventi, festival e happening che si svolgono qui ogni anno. Secondo i dati di Unioncamere e Fondazione Symbola aggiornati al 2020, Milano è la prima città in Italia per incidenza della cultura sull’economia, sia in termini di occupati (il 10 per cento) sia per quanto riguarda il valore aggiunto (9,6 %)

È quasi naturale quindi che, a tre anni dalla fondazione di Impresa cultura Italia, sia nata Impresa cultura Milano, la prima versione local di questa iniziativa di Confcommercio. «Impresa cultura mette insieme tutte le associazioni che operano, anche in maniera non esclusiva, nei settori del teatro, della letteratura, degli spettacoli» – ha detto Carlo Sangalli, il presidente di Confcommercio, durante la presentazione a Palazzo Castiglioni, manifesto dell’Art Nouveau milanese e sede della confederazione delle imprese. L’obiettivo è promuovere progetti e iniziative culturali in modo da coinvolgere tutti gli attori della filiera della cultura, valorizzando l‘azione, Una sorta di network/coordinamento per supportare e far lavorare insieme le imprese e le persone impegnate nel settore della cultura. Cultura definita da Sangalli, con azzeccata metafora, «la gioventù della nostra economia».

A proposito di giovani, parallelamente a Impresa cultura Milano, a Palazzo Castiglioni è stato inaugurato il primo corso Its di manager culturale per lo sviluppo del territorio, la parte probabilmente più intrigante di tutta l’iniziativa.

Partirà il 13 dicembre e durerà due anni, durante i quali un gruppo di ragazze e ragazzi fino ai 29 anni farà 1.200 ore di lezione e 800 ore di stage in luoghi della cultura come cinema, teatri, festival, circoli letterari. Gli istituti tecnici superiori sono delle scuole di specializzazione post-diploma nati in Italia una decina di anni fa. Un’alternativa all’università forse con meno appeal, ma più focalizzata sulla parte tecnico-professionale. La Lombardia è leader nei corsi Its, come ha rivendicato l’assessora regionale alla Formazione e al lavoro, Melania Rizzoli: «Oggi abbiamo 214 corsi e oltre 5.000 ragazzi iscritti. Entro sei mesi dalla fine, l’87 per cento di chi finisce gli Its ha un lavoro stabile in un ambito inerente, ma noi vogliamo arrivare al 99 per cento».

In un’epoca di precariato e master tanto costosi quanto spesso avari di sbocchi lavorativi), è lecito chiedersi se questa percentuale non sia un buon incentivo per frequentare un Its. Chiara la risposta di due dei ragazzi che si sono appena iscritti al corso di Manager culturale per lo sviluppo del territorio. «Non riuscivo a trovare un percorso universitario che mi permettesse di lavorare alla fine. Quasi tutti laureati con cui ho parlato stanno faticando» dice  Dafne, che ha 21 anni, ha fatto il liceo e vuole lavorare nella comunicazione. Leonardo ha un anno in meno, ha fatto ristorazione prima ma ha sempre avuto una passione per il teatro e il cinema. Dal corso si aspetta «di imparare molto e di fare pratica per lavorare, per poi essere indipendente».

Loro e gli altri ragazzi diventeranno, nei piani di chi ha pensato il corso (Innovaprofessioni e Agis), gestori di luoghi culturali o organizzatori di rassegne ed eventi. Cosa possono aggiungere le nuove generazioni al mondo della cultura, che gli attuali operatori non hanno? «Portiamo innovazione. I giovani oggi non si pongono limiti, si uniscono a persone culturalmente diverse, di altri paesi», ha detto Dafne. Un’idea condivisa, e allargata, da Leonardo: «Possiamo coinvolgere più gente della nostra età ad appassionarsi a questo settore».

Sarà stato di ispirazione per loro il discorso pronunciato, sempre il giorno della presentazione nella veranda Liberty di Palazzo Castiglioni, da David Livermore, direttore del Teatro nazionale di Genova, scelto per la quarta volta come regista dell’opera di apertura della stagione della Scala (quest’anno il “Macbeth” di Giuseppe Verdi).

Raccontando degli aneddoti sui suoi esordi alla direzione teatrale, ha voluto ribadire l’importanza dell’esperienza sul campo: «Dentro un teatro si imparano a fare tante cose. Per dirigerlo bene bisogna capire come funziona, i suoi meccanismi, le relazioni. È emozionante che Confcommercio sostenga un corso del genere», ha detto, ricordando gli anni ’90 in cui ha trasformato il Franco Parenti di Torino, 112 posti, da luogo da evitare (per il quartiere, il clima sociale) a teatro da 30mila presenze stagionali, dove le persone entravano anche alle 5 di mattina per seguire una maratona di concerti su Mozart. Tutto grazie alla conoscenza del territorio e dell’industria della cultura. La stessa che, si spera, potranno acquisire i giovani in questo nuovo corso.

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