L’eterno presente nazionaleLa destra parla di patria, ma in realtà si rivolge all’Italia che non vuole cambiare

Il posizionamento di Meloni e dei suoi confratelli è efficace e deve far paura. Sostiene e incoraggia, servendosi di una (dannosissima) visione identitaria, le peggiori propensioni nostrane

Roberto Monaldo / LaPresse

I proclami patriottici della madre italiana bianca e cristiana, opposti al complesso di cospirazione e diserzione che lascia sguarniti i sacri confini nazionali, potrebbero essere liquidati come la testimonianza esemplare di una semplice arretratezza: la solita destra, per capirsi.

Invece è più di questo: ed è peggio. Perché quell’evocazione ossessiva dell’interesse di patria, e quel reclamarne a girandola l’affermazione, che si tratti di barconi da mandare a picco o di Quirinale da inquadrare fianco-destr, testimoniano semmai l’evoluire di quella tradizione in un vento nazionale perfettamente compatibile, e ne è riprova la rassegna di plenipotenziari che ha ritenuto di celebrare, accreditandolo, il portamento di questa destra finalmente in prospettiva di presentabilità.

E si spiega, giacché il grosso delle mancanze italiane, la parte notevole delle inadeguatezze del Paese, insomma i difetti sistematici che affaticano il corso del nostro sviluppo, sono storicamente e puntualmente l’effetto di scelte “patriottiche”: le quali hanno veduto e continuano a vedere gli uni e gli altri patriotticamente adunati a condividerne l’identica sostanza, solo diversamente imbandierata.

Il tratto distintivo di questi Figli della Nazione, il segno che ne differenzierebbe l’ambizione e le attitudini di governo rispetto ai complici degli usurai di Bruxelles e ai denigratori del presepe, è invece, esattamente, quello che accomuna i contraddittori di questo italianissimo rapporto di opposizione.

Non c’è infatti sproposito normativo o amministrativo di cui questo Paese ha dato prova che non abbia preteso di legittimarsi in nome dell’interesse nazionale, con la “particolarità” italiana sistematicamente e retoricamente adoperata per giustificare tutti i ritardi, tutte le inaderenze, tutte le magagne che patriotticamente forgiavano l’estraneità dell’Italia al sistema delle economie e società più avanzate.

Non è dunque propriamente recessivo il posizionamento di questa destra, anzi: è effettivamente competitivo, e si rivolge al governo magari anche più efficace delle propensioni peggiori del Paese, all’attuazione anche più tenace delle ragioni identitarie che ne spiegano il declino. Deve intimorire, l’ascesa di questa destra? Sì, ma per la sua certa capacità di perpetuare l’eterno presente italiano. Deve intimorire perché rischia di diventare la patria del virus italiano in mutazione.