Cene orgasmichePerché andiamo al ristorante?

Un pasto particolarmente apprezzato, in un locale che si distingue da sempre per accoglienza, bontà e bellezza ridondante e ricca, ci ha portati a una riflessione su che cosa desideriamo davvero quando usciamo per mangiare

Perché se è facile godere davvero nel profondo quando mangiamo qualcosa di appagante e pieno di gusto, non è la stessa cosa quando per comprendere un piatto serve una spiegazione, o – peggio – serve mettere in moto il cervello per capire quel che stiamo per addentare. 

Ma partiamo dall’inizio. Le persone che non sono invasate, foodies, critici gastronomici o patiti di Tripadvisor perché escono a cena? Escludendo quelli che lo fanno per necessità, ci sono i motivi più svariati che ci portano ad uscire, ma sintetizzabili in: stare in compagnia di amici, non avere voglia di cucinare, avere voglia di mangiare qualcosa che a casa non saremmo in grado di preparare o che non avremmo tempo di cucinare. Ma c’è anche l’esigenza di stare in società, di condividere le proprie esperienze in un ambiente sociale, appunto. E poi c’è il bisogno di appagamento: vado in quel meraviglioso locale che serve il pesce in modo eccelso, vado a gustarmi una fiorentina da urlo, vado a mangiare i tagliolini al tartufo perché lo adoro. 

Al netto dei soloni gastrofighetti, che cosa cerca il normale avventore del ristorante? Cerca un luogo che lo sappia accogliere nel modo migliore possibile: un piatto non perfetto servito magistralmente mi farà tornare, difficile che succeda il contrario. Si cerca poi appagamento del palato. Gusto comprensibile. Nessuna sfida mentale che metta in dubbio le mie certezze, nessun volo pindarico attorno ad accostamenti azzardati, nessun significato sotteso al piatto, nessun coinvolgimento cerebrale per comprenderlo a pieno. 

Perché se devo pensare, allora non posso anche godere a pieno di quello che sto mangiando. Mangiare è una delle pochissime attività che mi consentono di realizzare un desiderio carnale e immediato, che in qualche modo mi restituiscono alla mia natura animale: mangiamo per nutrirci, e lo facciamo con voracità, con slancio, con gusto. Amiamo affondare i denti nel nostro cibo, amiamo masticare, amiamo fare queste cose insieme agli altri e condividere sorrisi e pareri, sapori mescolati a chiacchiere. 

Certo, è divertente di tanto in tanto discutere di acidità e affumicature, di tecnica e di curiosi giochi di consistenze, ma quanto è più immediato e facile mangiare ottime cose rassicuranti e buone, comprensibili e riconoscibili? Siamo (parlo di noi fissati, per le persone fuori dal circo questa cosa vale molto meno, beati loro!) spesso sedotti dalla cucina estrema, che non ci appartiene culturalmente, che è nuova o diversa. Ma quando addentiamo la crespella con fonduta e tartufo dell’Appennino cucinata e servita al tavolo da Chicco Cerea nel suo Da Vittorio a Brusaporto comprendiamo fino in fondo il senso autentico del godimento. L’appagamento sublime e immediato del palato, la catarsi fatta piatto, l’orgasmo palatale perfetto, che ti lascia sedotto e abbandonato, senza parole e senza fiato. Quando non sai bene se lo stordimento che provi in quell’istante è dovuto alla ricetta, al luogo o agli effluvi del tartufo bianco. Ma sai che è piacere puro, comprensibile da tutti, totalizzante. Quello che tutti cerchiamo quando andiamo al ristorante. Quello che ci lascia il desiderio irrefrenabile di averne ancora. Al contrario di certi amanti, il cibo ci garantisce zero complicazioni. A parte quelle sul giro vita. 

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