Donne dimenticateLa desolante condizione delle carceri femminili in Italia

Celle sovraffollate, violenze, gestione confusa dei figli. Gli istituti penitenziari non riescono a fornire competenze e servizi specifici alle detenute a causa di un regime carcerario pensato solo per gli uomini. Il risultato è un disastro su tutti i fronti

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Scarsa considerazione, un sistema di riferimento maschio-centrico e condizioni precarie delle strutture. È questa la situazione delle carceri femminili in Italia. Le donne rappresentano solo il 4,2% dei detenuti in totale (2402 su 58.163), secondo i dati forniti dall’Associazione Antigone, che si occupa di tutela dei diritti nel sistema penale. I numeri sono stabili dagli anni 90, con piccoli oscillamenti che vanno da un massimo del 5,43% nel 1992 a un minimo del 3,83% nel 1998.

Quanto al grado di giudizio, i dati di Antigone del 2018 ci dicono che il 34% delle detenute non ha mai ricevuto una condanna definitiva e questa percentuale cresce se guardiamo i dati riferiti alle donne straniere: su 904 in carcere, 381 sono solo imputate, circa il 42,14%.

Gli istituti di esclusiva detenzione femminile in Italia sono appena cinque: Empoli, Pozzuoli, Roma “Rebibbia”, Trani, Venezia “Giudecca”, invece, nel resto d’Italia, la loro detenzione è affidata a reparti ad hoc, 52 in tutto, all’interno di carceri maschili. «Le detenute femminili sono del tutto dimenticate. Siamo poche, ma questo non significa che non esistiamo”, spiega Rosa (nome di fantasia), ex carceraria dell’istituto di Pozzuoli. «Le celle sono minuscole e sempre sovraffollate, le violenze sono all’ordine del giorno e non esiste nessun reinserimento nella società e nel mondo del lavoro. Con la pandemia tutto questo è peggiorato».

Il numero totale delle detenute eccede la capienza regolamentare, fissata a 2.265 unità. Anche la distribuzione è disomogenea e fa sì che in alcuni istituti si configuri una situazione di sovraffollamento, come ad esempio a Pozzuoli, dove si contano 153 presenze su 107 posti disponibili, e a Rebibbia, dove le detenute sono 337, sua una capienza di 266 unità.

«Ci vogliono attenzione e competenze specifiche per le detenute, non si può adottare lo stesso regime penitenziario degli uomini», spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone. I motivi sono vari: a partire dalle categorie di detenute che affollano gli istituti. Si tratta di donne vissute in contesti di povertà, con un bagaglio di vita segnata da violenze e abusi, molto spesso recidive e colpevoli di atti di microcriminalità. «Sarebbe anticostituzionale dire che per le donne e per una fascia della popolazione non deve esistere come massima pena la detenzione. Ma è anche vero che per le detenute donne, visti i tipi di reati generalmente commessi e sopratutto in presenza di prole, è consigliato sperimentare misure alternative alla detenzione», sottolinea Marietti.

C’è da considerare poi le condizioni degli istituti. Il 63,2% delle celle ospitanti donne nelle carceri visitate dall’Osservatorio Antigone è dotato di bidet così come previsto dal regolamento penitenziario, il 5,3% non lo è, mentre per il 31,6% il dato non è disponibile. Almeno il 15,8% degli istituti che ospitano donne non hanno un servizio di ginecologia, e nel 26,3% manca un servizio di ostetricia. E soprattutto, nelle carceri ospitanti bambini, non è sempre presente un pediatra, così come volontari che si occupano di accompagnare all’esterno i bambini che dormivano in istituto.

A questo vanno aggiunte poi le violenze in cella. «Dopo il carcere è dura tornare a vivere, a riprendere una vita normale» racconta Rosa. «Ho visto scorrere sangue sulle mattonelle della cella, dopo violenti risse, senza che nessuna guardia alzasse un dito. Alcune hanno tentato il suicido, altre sono entrate in depressione», continua Rosa. Nel corso dell’anno si sono registrati 51 episodi di autolesionismo riguardanti donne nell’istituto di Rebibbia, 18 in quello di Taranto, 15 in quello di Foggia. Delle persone morte per suicidio in carcere nel 2020 (61 secondo i dati forniti dal Ministero della Giustizia) una risulta essere una donna secondo un dossier curato da Ristretti Orizzonti. Si è tolta la vita a febbraio nel carcere di Sassari, dove era reclusa per furto e da dove sarebbe uscita nel maggio successivo. Aveva 39 anni.

Ci sono due filosofie legate ai provvedimenti restrittivi alternativi, di comunità o singoli, spiegati in un report dell’Organizzazione mondiale della sanità: da una parte il Justice Model, secondo cui non bisogna diversificare il trattamento in base al genere, in nome della formale uguaglianza fra uomo e donna. Il Care Model invece basa sul concetto di “maggior vulnerabilità” e minore pericolosità sociale della donna, e per questo considera positivo differenziare l’esecuzione penale femminile da quella maschile, predisponendo spazi adeguati e, ove possibile, “speciali”, che siano il meno somiglianti possibile alle carceri.

Il Care Model sembra più adeguato anche sulla base della durata media delle pene. «Le detenute scontano molto spesso brevi periodi, in media tre mesi. Il che significa entrare in un percorso all’interno dell’istituto che dura troppo poco per approfondire le problematiche sociali e gli spettri umani che hanno portato la donna a delinquere», puntualizza Marietti.

Senza contare l’impatto psicologico che ha un modello a “porta girevole” (dentro-fuori dal carcere per pochi mesi). «Ti senti un rifiuto umano, prima imprigionata poi abbandonata. Fuori sei di nuova sola, magari con un figlio a carico, e per vivere sei costretta a trovare espedienti», confessa Rosa in lacrime.

Attuale è anche la realtà delle detenute madri con figli a carico. I dati del ministero della Giustizia, aggiornati a fine ottobre 2020, evidenziano la presenza di 31 detenute madri con 33 figli al seguito, di cui 16 madri e 17 bambini nelle sezioni nido delle case circondariali, mentre i rimanenti risultano collocati negli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri, istituiti dalla legge n.62 del 2011). La crisi sanitaria ha spinto la magistratura di sorveglianza ad adottare con le misure di legge disponibili per aprire ai bambini i cancelli degli istituti. Alla fine di febbraio erano 59 i bimbi nelle carceri italiane, fine ottobre 2020 sono invece una trentina. Nota positiva: nell’ultima legge di bilancio sono stati stanziati 4,5 milioni di euro per le case-famiglia protette introdotte dalla legge del 2011.

La questione Covid, invece, è stata gestita in maniera uniforme con le leggi stabilite dal governo italiano per gli istituti penitenziari sul territorio nazionale. Mascherine, distanziamento, e maggiori scarcerazioni però non hanno impedito al virus di infiltrarsi tra le sbarre: nel 2021 sono risultate positive al tampone molecolare nel carcere di Rebibbia circa 60 detenute e 6 unità di polizia penitenziari. «Non c’è una visione centralizzata, ma soprattutto una gestione separata della categoria. Finché sarà così, saranno difficili dei miglioramenti sostanziali», conclude Marietti.