Semestre europeoCosa vuole fare la Francia nel suo turno di presidenza del Consiglio Ue

Il presidente Emmanuel Macron guiderà l’agenda dell’organo che riunisce i ministri dei governi europei proprio durante la campagna elettorale per l’Eliseo. Il vero campo di battaglia sarà il tema della migrazione

LaPresse

«Siamo stati la quarta presidenza del Consiglio UE a svolgersi durante la pandemia di COVID-19 e abbiamo fatto del nostro meglio per tenere i colloqui più importanti di persona». Una presidenza non facile come si evince dalle parole di fine mandato del premier sloveno Janez Janša, presidente del Consiglio dell’Unione nell’ultimo semestre del 2021. Come accade ogni sei mesi adesso la palla passerà alla Francia, con il presidente della Repubblica Emmanuel Macron che ne assumerà il comando fino a giugno 2022. Sempre se ad aprile i francesi non sceglieranno un nuovo inquilino per l’Eliseo. 

Slovenia: poche luci e tante ombre
Sono stati sei mesi particolari per la Slovenia, che lo scorso 17 dicembre ha tracciato un bilancio della sua esperienza alla guida del Consiglio dell’Unione, la seconda dopo la prima storica volta del 2008. A luglio Linkiesta aveva raccontato quali erano i principali obiettivi di Lubiana: un deciso passo in avanti nel processo di adesione dei Balcani all’interno dell’Unione europea; una maggiore regolamentazione dell’ambito informatico e l’implementazione del Green New Deal.

Come però spesso succede, a questi punti in agenda se ne sono aggiunti altri, che hanno finito per stravolgere l’ordine delle priorità europee. «Durante le settimane di guida slovena sono capitati molti eventi non programmati o non immaginabili, come la situazione al confine tra Polonia e Bielorussia, il ritiro dall’Afghanistan e la crisi migratoria in corso, l’aumento dei prezzi dell’energia e di alcune altre materie prime, e le recenti tensioni tra Russia e Ucraina», ha evidenziato Janša. Per questo il bilancio di questa presidenza resta difficile da decifrare.

Tra i successi che il governo di Lubiana si può ascrivere ci sono le prime approvazioni del Digital Market Act e del Digital Services Act, regolamenti che permetteranno un maggiore controllo e trasparenza del mondo digitale, imponendo regole chiare ai giganti tech soprattutto in materia di tracciamento dei dati. A favore degli sloveni c’è anche l’approvazione di ben 22 PNRR a cui si aggiunge «il via libera della Commissione ai prefinanziamenti del Recovery and Resilience Facility per 17 Stati membri, pari al 13 per cento delle sovvenzioni stanziate e a un totale di quasi 53 miliardi di euro».

Dati importanti in tempo di Covid e variante Omicron, a cui però rispondono i tanti problemi registrati negli ultimi sei mesi. Il primo è la questione balcanica: nonostante la riunione dello scorso ottobre tra le istituzioni comunitarie e i rappresentanti dei Balcani occidentali (Serbia, Bosnia, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Kosovo), la loro adesione all’UE sembra ancora lontana. Anzi, se possibile, i rapporti sono persino peggiorati, come evidenziano i tumulti a Pristina tra kosovari e serbi per una questione di targhe; in Montenegro per l’intronizzazione di un patriarca ortodosso legato alla Serbia e, soprattutto, in Bosnia, dove è ancora alto il rischio di una guerra civile tra Sarajevo e la Repubblica Sprska.

La vicinanza della Slovenia a un’area tanto difficile non ha cambiato il risultato, con Bruxelles che continua a promettere una vaga adesione, che però a ogni miglio percorso si allontana invece di avvicinarsi. Non va meglio su altri fronti. «Abbiamo lavorato sul patto sulla migrazione e l’asilo ma non è stato fatto alcun passo avanti importante qui. È particolarmente importante raggiungere un accordo sul regolamento Eurodac che rafforza il confine di Schengen e la nostra sicurezza comune. Tuttavia, molte questioni irrisolte sono legate a questo regolamento, motivo per cui resterà un osso duro anche per la prossima presidenza del Consiglio», ha sostenuto Janša.

La questione si salda con il fascicolo Afghanistan, uno dei problemi più spinosi: l’ondata di migranti che tanto aveva scaldato i Paesi europei più reazionari (come l’Ungheria e l’Austria), per ora si sono rivelati essere poche migliaia (in Italia 5 mila). Una risposta più incisiva dall’Unione era attesa anche in materia di Green New Deal ed energia, dove anzi la posizione europea è spesso sembrata debole. L’ultimo esempio è il rincaro dei prezzi del gas legato ai dissidi con la Russia, che ha con l’Unione due fronti aperti: la questione ucraina e il Nord Stream 2, gasdotto che ancora divide il nuovo esecutivo tedesco.

In più, come se non bastasse, la Slovenia ha dovuto anche subire un richiamo dall’Europarlamento che ha approvato una mozione che critica il governo di Lubiana per “lo stato dei valori dell’UE”. «Siamo profondamente preoccupati per il livello del dibattito pubblico, il clima di ostilità, sfiducia e profonda polarizzazione in Slovenia, che ha eroso la fiducia negli enti pubblici e tra di loro», hanno dichiarato gli eurodeputati, che hanno sottolineato il continuo attacco ai media nella piccola nazione balcanica.

Nonostante l’ottimo punteggio nel 2021 Freedom in the World Ranking, non è certo usuale che un premier di un Paese europeo definisca i giornalisti “pressitutes”, in modo assolutamente dispregiativo.  A ciò si aggiunge la riluttanza del governo di Lubiana a nominare un candidato “definitivo” per la Procura europea, visto che il Parlamento sta esaminando un disegno di legge per rendere tale nomina soltanto provvisoria. «Questa è una violazione del diritto dell’UE. La carica non dovrebbe essere temporanea in quanto i giudici sono indipendenti. Se li rendi temporanei, crei una sorta di dipendenza», ha commentato l’eurodeputato dei Verdi Tineke Strik ai microfoni di Euronews. Per questa ragione le elezioni legislative del prossimo 24 aprile potrebbero essere uno spartiacque nella storia recente di Lubiana, divisa tra un percorso “alla Orban” e uno invece più legato ai valori europei.

La presidenza francese
Le elezioni toccheranno anche al prossimo capo del Consiglio dell’Unione, il francese Emmanuel Macron. Il 10 e il 24 aprile si terranno infatti i due turni delle elezioni presidenziali a cui Macron, anche se non ancora candidato, è dato come sicuro concorrente e probabile vincitore. In questa corsa una mano gliela può dare proprio l’Europa e la presidenza del Consiglio Ue.

L’intenzione dell’inquilino dell’Eliseo è infatti quella di utilizzare Bruxelles come arma contro coloro che sostengono l’idea del declino francese, come Éric Zemmour e Marine Le Pen, mostrando quanto conta la Francia in Europa. «Dobbiamo immaginare un nuovo modello europeo, in cui la creazione di posti di lavoro e la lotta alla disoccupazione di massa siano una vera e propria ossessione», ha dichiarato Macron. Una declinazione molto francese del tema, visto che si parla di «posti di lavoro giusti», ma che significa che le direttive dell’UE sul salario minimo e la trasparenza salariale, che puntano a porre fine al divario tra donne e uomini, saranno al centro della presidenza francese.

Il vero campo di battaglia sarà però la migrazione, un tema che divide sia i Paesi europei che i partiti francesi. Un’ora abbondante del discorso introduttivo del presidente dello scorso 9 dicembre è stata dedicata alla riforma di Schengen, con «la creazione di uno spazio politico con riunioni periodiche simili a quello dell’area euro», ha dichiarato il presidente. Una posizione decisamente diversa rispetto a quella della destra. «Credo che Schengen vada riformata rivedendo la direttiva rimpatri, sistematizzando il controllo biometrico di tutti coloro che lo desiderano entrare nel nostro territorio e accelerando il reclutamento delle 10 mila guardie di frontiera di Frontex», ha dichiarato Valerie Pécresse, candidata dei Repubblicani alla presidenza in un articolo a sua firma su Le Monde.

Altra questione particolarmente a cuore al presidente è un’opera di ricostruzione storica di quanto accaduto nel XX secolo, visto che tanto all’esterno (Russia, Ungheria, Polonia) quanto all’interno (Zemmour) cercano di riscriverla. «Dobbiamo assolutamente costruire un quadro accademico in cui gli storici di tutta Europa possano continuare a svolgere un lavoro storico indipendente, basato su tracce, prove e controversie. Spero che nel giugno del prossimo anno, in Francia, un comitato indipendente di scienziati possa iniziare a forgiare una storia e una storiografia della nostra Europa», ha sostenuto Macron. Anche da qui passerà il futuro dell’Europa.