La verità su tuttoPerdere l’amore e trovare Nietzsche in un rave party grottesco

Colpita da un profondo senso di colpa, la protagonista del nuovo romanzo di Vanni Santoni (pubblicato da Mondadori) parte all’esplorazione delle realtà spirituali più strane d’Italia, tra Hare Krishna e folletti. Un viaggio disperato in un mondo caotico, dove il confine tra la realtà e l’illusione scompare

di Baptiste Mg, da unsplash

Capii che c’era qualcosa dalle voci, un po’ come quando, nel buio di qualche forra, indecisa se far manovra e tornare indietro (a Laura avevo scritto che avevo avuto un problema con la moto, e che avrei tardato un po’, capti il rave dal battito dei bassi.

E dal buio di una forra si apriva il luogo della “celebrazione”, un parco di statue mostruose di sapore ariostesco che, mi avrebbero spiegato, secoli prima un nobiluomo un po’ strambo aveva fatto costruire per il proprio diletto e, dicevano, per certi riti di marca neoplatonica: lo capii quando le persone da cui provenivano le voci accesero un gran fuoco nel punto più sgombro di quella profonda radura e come in un sogno febbrile comparvero figure colossali, più astruse che minacciose (ma nondimeno minacciose): draghi, naturalmente, o meglio viverne; olifanti con baldacchini sulla groppa; colonne assommitate da grugni bifronti; una Tanit con tanto d’anfora sul capo, melusine dalla coda bifida, volti di medusa incoronati e una grande bocca d’orco con una stanza all’interno; e nella stanza, come qua e là sui grossi blocchi rettangolari di pietra che erano sparsi in giro e potevano essere sedute come sarcofagi o altari, scoprivo, via via che i miei occhi, ormai del tutto abituati al buio e di nuovo capaci di captare i dettagli grazie al barbaglio ora scarlatto ora aranciato del fuoco, c’erano persone, alcune nude, altre in costume, chi con maschere inquietanti alla veneziana, chi con più buffe tute di peluche, da dalmata o draghetto o ancora da “orsetto del cuore”, simili a quelle che indossavano i ragazzi ai rioni del carnevale di Viareggio, e non c’era dubbio che molte di esse fossero impegnate in amplessi: dentro la bocca dell’orco, in particolare, palpitava e si agitava un grosso groviglio di carne, di corpi…

Come non pensare, non immaginarmi, alla vista di un caschetto di capelli rossi (ma potevano essere biondi, o anche bianchi, rossi solo per il riflesso della pira), che vi fosse anche Emma, in mezzo a quell’orgia che, nello stupore, non sapevo giudicare se perturbante, spaventosa, o solo grottesca, forse ridicola o addirittura ironica

In un deliquio del genere, chi si nota subito è sempre chi si aggira sbigottito, e infatti ecco un Ehi tizia! TIZIA! che pare diretto a me. Sono Sonia e Pinto, i due goani, lei con una tuta da orsetto, lui con un perizoma da Neanderthal: Weeeee! Allora! Sei arrivata! Ammetto che non potei fare a meno di chiedere subito se poi Emma ci fosse andata, lì da loro; se quella mail avesse avuto un seguito.
– Chi? Ah, la tizia… Cioè, la tua ex tizia? No, non si è vista, vero Sonia?
– Ma che ti frega poi, – mi dice Sonia, visto che bello qua? Vuoi un cartone?
– Uh, è da tanto che non…
– Non fare complimenti, – dice Pinto mostrandomi la lingua su cui sta una strisciolina di cinque quadratini di cartoncino colorato.
– Ma sì. Anzi… non è che ne hai un paio da vendere?
– Tieni, – dice Sonia, e da una tasca corrispondente alla pezza ventrale dell’orsetto tira fuori un contenitore ovoidale da sorpresa Kinder, da cui estrae e svolge un rotolino di domopak che a sua volta nasconde un foglietto da una ventina di acidi. Ne stacca quattro e me li porge:
– Offre il bungalow. Gamma Goblin, i meglio oggi come oggi. Questi sono da 205 microgrammi.

Li riposi nel portafoglio come una ragazzina, poi vidi che mi guardavano con quello che pareva disappunto, così ne staccai uno, lo misi sulla lingua e dopo aver bevuto e fumato un po’ con loro, che mi parlarono di un imminente raduno di tutti gli ecovillaggi italiani nei boschi sopra Pistoia, presso la comunità dei cosiddetti “Folletti”, mi unii alle celebrazioni, che, passata l’ammucchiata, prendevano un carattere, ancorché sempre dionisiaco, a me più familiare, quello del rave, e ballando attorno a nuovi fuochi ora che partiva il battito primordiale dei 4/4, ripensavo a quel frammento di Colli, da Dopo Nietzsche – certo, passatomi da Morelli…

Guardandosi allo specchio, il dio vede il mondo come propria immagine. Il mondo dunque è una visione, la sua natura è soltanto conoscenza. Il rapporto tra Dioniso e il mondo è quello tra la vita divina, indicibile, e il suo riflesso. Quest’ultimo non offre la riproduzione di un volto, ma l’infinita molteplicità delle creature e dei corpi celesti, l’immane trascorrere di figure e colori: tutto ciò è abbassato a parvenza, a immagine in uno specchio. Il dio non crea il mondo: il mondo è il dio stesso come apparenza. Quella che noi crediamo vita, il mondo che ci circonda, è la forma in cui Dioniso si contempla, si esprime di fronte a se stesso. Il simbolo orfico ridicolizza l’antitesi occidentale tra immanenza e trascendenza. Non ci sono due cose, riguardo alle quali si debba indagare se sono separate o unite, ma c’è una cosa sola, il dio, di cui noi siamo l’allucinazione…

Soltanto dopo più di un’ora, quando ero ormai bella allucinata, mi ricordai di Laura, del fatto che avevo detto solo che avrei ritardato un po’.

Botta d’angoscia e colpa, amplificata dall’acido. Scrissi un messaggio pasticciando con la tastiera e senza disattivare la modalità aereo; la disattivai, con un tremito, solo il tempo dell’invio, nell’intenzione di riattivarla subito, ma il tempo bastò per far filtrare uno, due, tre, quattro, cinque messaggi, l’ultimo dei quali era un DOVE CAZZO SEI – e niente, eccomi sotto a un albero, costretta a chiamarla mentre le luci diventavano liquide e i suoni colori e un demone possente mi saliva e scorreva lungo la spina, a spiegare che, sì, ero a un rave, che no, ovviamente non era previsto, che no, non potevo tornare perché non sarei stata in grado di guidare la moto per almeno sette ore…

Che pasticcio… Che stupida che ero stata… Che grandissimo casino… Ecco laggiù Sonia e Pinto che mimano ridendo il mio stare al telefono, che mi lanciano dei “cazzo fai?” con le due mani… E come diceva Nietzsche, se l’armonia dell’anima è perduta… bisogna ballare.