Punto di non ritornoLe sentenze sullo Stato di diritto aiuteranno a costruire il futuro dell’Ue

Le decisioni della Corte di Giustizia europea su Ungheria e Polonia devono diventare la pietra angolare su cui poggiare la democrazia europea nelle sfide di oggi e di domani

AP/Lapresse

In due sentenze separate la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha respinto il 16 febbraio 2022 i ricorsi dei governi polacco e ungherese contro i meccanismi adottati dal Consiglio dell’Unione e dal Parlamento europeo nel dicembre 2020 – che legano l’attribuzione dei fondi europei, e in particolare il Next Generation Eu, al rispetto dello Stato di diritto – con decisioni che rappresentano per molti versi un punto di non ritorno.

L’elenco delle violazioni dello Stato di diritto da parte dei due governi si è ampliato nel corso degli anni e non si limita più al solo rispetto dell’indipendenza della magistratura ma coinvolge ormai aspetti fondamentali della vita democratica in Ungheria e Polonia creando una evidente discriminazione fra i cittadini di quei Paesi e l’insieme dell’Unione europea e minando il principio della cooperazione leale che sta alla base dell’appartenenza ad una “comunità di destino” sulla base dell’art. 4 del Trattato sull’Unione europea.

Appare molto difficile che i governi polacco e ungherese possano proporre alle istituzioni europee un compromesso che consenta loro di continuare a rivendicare la loro “sovranità” e ottenere contemporaneamente l’attribuzione dei molti miliardi di euro (36 per la Polonia e 7.2 per l’Ungheria) che sono vitali per la ripresa delle loro economie.

Le sentenze giungono mentre le posizioni dei governi polacco e ungherese appaiono divergenti sulla gestione della crisi fra Ucraina e Russia.

La Polonia, che confina con la Russia, lega la sua sicurezza alla sua fedele appartenenza alla Nato e indirettamente all’Unione europea, e conferma nello stesso tempo una rigida opposizione all’apertura delle sue frontiere alla collocazione o alla ricollocazione di richiedenti asilo come è stato drammaticamente dimostrato al confine con la Bielorussia (alleata e complice di Mosca).

Il governo ungherese ha più volte mostrato la sua vicinanza con Mosca, ha dichiarato la sua distanza dal sistema di sicurezza della Nato, ma ha contemporaneamente affermato che le sue frontiere sarebbero aperte a richiedenti asilo provenienti dall’Ucraina.

L’aggravarsi della crisi fra Ucraina e Russia potrebbe allontanare ancora di più Budapest da Varsavia, incrinando l’apparente solidità della loro alleanza contro il “potere illegittimo di Bruxelles”.

La sentenza ha messo in evidenza inoltre la rottura dell’alleanza del quartetto di Visegrad perché il nuovo governo ceco e quello slovacco non hanno nessuna intenzione di seguire i governi polacco e ungherese sulla via del conflitto con l’Unione europea, rendendo più facile la costruzione della necessaria maggioranza all’interno del Consiglio dell’Unione.

Come sappiamo – oltre al Consiglio e al Parlamento europeo convenuti nella causa intentata da Polonia e Ungheria contro il Regolamento del dicembre 2020 – i governi belga, danese, tedesco, irlandese, spagnolo, francese, lussemburghese, olandese e finlandese sono intervenuti collettivamente davanti alla Corte di Giustizia insieme alla Commissione europea a sostegno del Regolamento. Mentre il Parlamento europeo ha chiesto una procedura accelerata. E Polonia e Ungheria si sono sostenute vicendevolmente.

È prevedibile che la richiesta della Commissione europea di confermare il blocco dei pagamenti ai governi polacco e ungherese, i cui piani di ripresa e resilienza non sono stati ancora approvati da Bruxelles, otterrà in Consiglio l’accordo della maggioranza degli Stati.

La sentenza rappresenta un punto di non-ritorno per la Commissione presieduta da Ursula non der Leyen, che è stata accusata dal Parlamento europeo e in particolare da David Sassoli e da Roberta Metsola di ambiguità e arrendevolezza nei confronti di Budapest e Varsavia – con una linea di eccessiva disponibilità al dialogo e al compromesso molto simile a quella adottata a suo tempo dal governo della cancelliera Merkel.

La Germania è intervenuta ad adiuvandum davanti alla Corte: a Berlino c’è un nuovo governo che non intende fare sconti sul rispetto dello Stato di diritto e le decisioni di Lussemburgo non giustificano più alcuna tergiversazione e rinvio nel tempo per «l’adozione di linee guida relative all’applicazione dei regolamenti sulla condizionalità», un rinvio che potrebbe essere legato all’inaccettabile idea di non interferire nelle elezioni legislative in Ungheria il 3 aprile.

Le sentenze di Lussemburgo sono un punto di non ritorno nel dibattito sul futuro della democrazia europea che è apparso come una delle priorità nelle discussioni della Conferenza sul futuro dell’Europa attraverso i panel dei cittadini, i gruppi di lavoro, le sessioni plenarie e la piattaforma digitale dove contributi importanti sono stati offerti in Italia dalle idee e dagli eventi del Movimento europeo e del Movimento Federalista Europeo, idee che vi invitiamo a condividere anche al di là della scadenza del 20 febbraio.

In questo quadro, noi reiteriamo la domanda che abbiamo rivolto al Comitato esecutivo della Conferenza di invitare il Presidente della Corte di Giustizia dell’Unione europea Koen Lenaerts a esprimersi davanti a una delle prossime sessioni plenarie del 25-26 marzo, 8-9 e 28-29 aprile, o a prendere la parola nella sessione conclusiva del 9 maggio a Strasburgo sulla base di una proposta che potrebbe giungere dalla presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea e dalla presidenza del Parlamento europeo e dal copresidente della Conferenza Guy Verhofstadt.

Nel frattempo, un giudice della Corte o un avvocato generale potrebbero essere invitati da Manfred Weber a esprimersi davanti al Gruppo di lavoro sulla democrazia presieduto dal capo gruppo del Partito popolare europeo al Parlamento europeo.

Last but not least, le decisioni di Lussemburgo rappresentano un punto di non-ritorno per i partiti politici europei a cui il Trattato assegna il compito di contribuire a «formare la coscienza europea» delle cittadine e dei cittadini dell’Unione europea (art. 10 del Trattato sull’Unione europea).

Le elezioni del 3 aprile in Ungheria – a cui il governo ha associato un referendum che ha lo scopo di confermare le discriminazioni in materia di orientamento sessuale – hanno un significato che va al di là delle frontiere ungheresi e che determinerà il destino dell’Ungheria nell’Unione europea così come lo saranno le elezioni prima presidenziali nel 2022 e poi legislative in Polonia nel 2023 (che il governo potrebbe anticipare al 2022).

I partiti europei che difendono il rispetto dello Stato di diritto e che intendono sostenere la causa di un destino europeo della Polonia e dell’Ungheria devono impegnarsi in quelle campagne elettorali così come si stanno impegnando per la difesa dello Stato di diritto molte reti europee della società civile.

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