Svolte tardiveL’arretratezza europea è la conseguenza di anni di dipendenze ed egoismi nazionali

Il ritardo nelle nuove tecnologie, la perdita di peso geopolitico, la fine del ruolo di guida sono tutti elementi che dipendono dalle divisioni che attraversano il continente, sia quella socioeconomica che quella politica. Come spiega Carlo Carboni nel suo “La vita verosimile” (Luiss University Press), la pandemia ha innescato un timido cambio di rotta

di Nicole Wilcox, da Unsplash

All’inizio della pandemia, l’Europa, nonostante sia la seconda potenza economica globale con 450milioni di cittadini, ha corso il solito rischio di sgretolarsi tra privatismo ed egoismi nazionali. Già lo aveva fatto con la crisi finanziaria del 2008. «L’Europa non riesce a essere padrona di sé stessa», sosteneva Raymond Aron. Come vedremo tra breve, lo dimostra con la sua dipendenza quanto a tecnologie cruciali per la sua autonomia strategica (l’intelligenza artificiale, il calcolo quantistico, la blockchain, le tecnologie dei chip e il digitale), soprattutto in periodi di emergenza come quello attuale.

Nei primi mesi della pandemia, a proposito degli aiuti (osteggiati da alcuni Stati) ai Paesi europei mediterranei più colpiti dalla Covid-19, la UE aveva dimostrato, più che essere “padrona di sé stessa”, di costituire un’entità intergovernativa in cui vige la competizione tra gli Stati membri, non una comunità di cooperazione sistemica. Il Sud Europa negli anni Dieci è stato a lungo colpevolizzato dagli Stati continentali e settentrionali della UE.

L’Unione europea, nel suo riluttante percorso unitario degli ultimi due decenni, è stata percorsa da due principali divisioni: una socioeconomica e una politica. Due velocità esistono nelle disuguaglianze economico-sociali tra il Continente e i Paesi europei mediterranei, ma la differenza più macroscopica è politica, tra le democrazie liberali europee a Ovest e le democrazie illiberali del patto di Viségrad a Est (le quali godono del vento in poppa che, fino a oggi, ha trainato le grandi monocrazie euroasiatiche, da Putin a Erdogan, da Xi Jinping a Modi).

L’ingresso nella UE degli stati del Patto di Viségrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha determinato un indebolimento del rapporto tra economie degli Stati mediterranei e il cuore manifatturiero continentale e tedesco, mentre ha segnato una forte integrazione dei Paesi del Patto all’economia manifatturiera tedesca attirata dagli incentivi governativi, ma anche dalla buona tradizione industriale di questi Paesi. In breve, l’obiettivo della convergenza tra i Paesi membri della UE ha avuto un brusco arresto con un aumento della divergenza tra Paesi dell’Europa continentale e gli Stati mediterranei, che hanno visto accrescere anche le disuguaglianze territoriali al loro interno.

Tuttavia, da un giorno all’altro, nel 2020 l’Europa si è sbarazzata del simulacro rappresentato dal Patto di stabilità, sulla cui finalità si discettava da più di vent’anni. Forza della pandemia. Anche gli stanziamenti sostanziosi previsti con il fondo Next Generation (NGEU) e con il MES, di cui tanto si è discusso in Italia, rappresentano un passo decisivo per rilanciare l’area europea, in particolare i Paesi mediterranei, e per rompere vecchi schemi di un’austerità rigorosa, dietro cui si trincerano piccoli Stati europei “frugali” che vogliono far quadrare il proprio tornaconto.

La crisi pandemica ha per ora evidenziato le contraddizioni di questa Europa, gigante d’opulenza dai piedi politici d’argilla. Tuttavia, ci sono segnali robusti di cambiamento di rotta da parte di Bruxelles. Poco meno del 40% del NGEU è stato destinato a cambiare il nostro paradigma nel rapporto con la natura: una profonda trasformazione della società e dell’economia, del modo di produrre e di consumare, di mangiare e di vivere. L’obiettivo è un Europa green a impatto climatico zero entro il 2050. Il 20% del NGEU è destinato a investimenti in un piano di connettività, competenze e servizi pubblici digitali, con tre cantieri principali su data, intelligenza e infrastrutture. Circa il 60% del NGEU sarà impegnata a rendere il Vecchio Continente più verde e anche più blu digitale, adottando i colori di Luciano Floridi (2020). Oggi manca un progetto sociale comunitario, un progetto umano, ma i pilastri green e digitale del programma europeo sono un primo passo verso questa direzione. La pandemia ci ha fatto capire che ci vuole un progetto comune sociale, perché i singoli Stati membri non ce la possono fare da soli.

Mentre a metà del 2021 si stanno gettando le basi di una ripresa e si cerca di correggere (green, digitale, salute) le tradizionali rotte di sviluppo pre pandemico, occorre prestare attenzione ai severi ritardi accumulati dalla UE, che hanno comportato la perdita del suo peso geopolitico a scala globale. Dopo la fine del globalismo a guida statunitense nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’Europa ha necessità di riposizionarsi a livello geopolitico, senza dare per scontato che il Ventunesimo secolo vedrà l’affermazione del bipolarismo che Usa e Cina stanno cercando di creare, rilanciando al mondo una nuova sfida globale tra i due Paesi.

Tra le cause del declino europeo, va rimarcata l’ormai sporadica presenza UE nelle alte tecnologie di frontiera. Le classi dirigenti europee non sono senza macchia riguardo il deficit tecno-economico della UE emerso da inizio secolo a scala globale. È imputabile anche ad altri fattori, fra i quali l’invecchiamento della popolazione e la luce rimasta spenta sul business del secolo, la terza rivoluzione industriale informatica. La UE non è stata protagonista di questa innovazione radicale e ciò ha comportato un suo relativo declino rispetto ai due giganti geopolitici a trazione tecnologica, Usa e Cina. L’Europa ha accusato la mancanza di una propria strategia tecnologica in grado di costruire una propria sovranità digitale nel quadro della geopolitica mondiale.

In “The Rise and Fall of German Innovation” (2021), Naudé e Nagler si interrogano sul forte calo del Total Factor Productivity (Tfp) tedesco negli ultimi cinquant’anni. Fattori come la relativa bassa diffusione di tecnologie o la scarsa capacità di apprendere, adattandosi alle nuove tecnologie, spiegano elementi di mercato e di contesto per cui l’innovazione tedesca ha ceduto il passo. L’“in-trappolamento germanico” nell’innovazione incrementale però spiega, più di ogni altro fattore, la caduta a 0,79 del Tfp medio nel 2011-2019 (era 2,71 tra il 1961-71, EU Commission, Ameco). Oggi, esiste un gap vistoso quanto a innovazione radicale tra Usa e Germania: la frontiera dell’innovazione e delle tecnologie, nuove monete del potere globale, non sembra alla portata neppure della più grande economia europea. Tanto meno, degli altri Stati della Uem.

Con almeno quindici anni di ritardo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha posto il problema della sovranità tecnologica come interesse comune prioritario dei Paesi membri UE: la promozione di una competitività europea in grado di sfidare in futuro i monopoli delle cinque sorelle californiane e i colossi cinesi. Come ricordato, un quinto di NGEU è destinato alla transizione digitale, a creare cantieri progettuali su data, intelligenza e infrastrutture. Le parole di von der Leyen, confortate da una lettera a firma di primi ministri (tra i quali Angela Merkel) di alcuni Stati membri nel marzo 2021, alimentano la speranza che si cambi strada e si lanci una sfida per il recupero di sovranità digitale e di innovazione radicale europee: ma vanno destinate ingenti risorse per rimontare gli anni di ritardo, incrementato dall’austerità negli anni Dieci. Come chiarisce il Ced, si tratta di “[…] rafforzare il sistema della ricerca e dell’innovazione italiano ed europeo […] non di puntare alla leadership tecnologica in tutti i campi, ma di costruire un sistema della ricerca e dell’innovazione in grado di generare conoscenza di frontiera nelle aree ritenute strategiche; di acquisire e riutilizzare conoscenza sviluppata altrove; di realizzare solide partnership internazionali con attori ritenuti affidabili […] favorire la cooperazio-ne tecnologica internazionale rafforzando il ruolo degli organismi multilaterali […] rafforzare la leadership europea nel campo della regolamentazione” (Cerra e Crespi 2021).

Una strategia sulla sovranità tecnologica implica ingenti investimenti di frontiera su calcolo quantistico, cybersecurity, intelligenza artificiale, IoT, 5G e in campi come lo spazio e la difesa per esercitare l’autonomia strategica europea. Teniamo presente a esempio come la Cina sia arrivata su Marte poco dopo gli Usa.

Se le istituzioni europee, con biblico ritardo, stanno esprimendo la volontà di colmare il gap di sovranità tecnologica e digitale, non è del tutto certa l’esistenza di una cultura imprenditoriale europea pronta a trainare l’innovazione radicale per creare sovranità digitale continentale. Nel Global Entrepreneurship Index (Gei) del 2019, l’Italia è solo tra i primi 40 Paesi, penultima nella UE, prima della Grecia. Anche la Germania industriale è solo 15°. Sembra che nella UE non nascano più imprenditori schumpeteriani, innovativi e carismatici. Non solo, si registra anche una complessiva stagnazione imprenditoriale, eccezion fatta per l’Europa del Nord fuori dall’orbita della moneta unica. È quindi necessario riattizzare il fuoco sotto le ceneri, non perché esiste la probabilità di creare l’imprenditore in vitro, ma è possibile migliorare le sue conoscenze e informazioni in modo che le scelte sul campo rispondano a un giusto equilibrio di intuito e competenze. Se l’offerta imprenditoriale stagna, ci sono note anche più dolenti su qualità del capitale umano e sui sistemi educativi-formativi: la UE e la stessa Germania sono in grave ritardo sugli Usa. Sono tutti temi noti in Italia, che presenta pessime incidenze dell’high tech e della ricerca sul Pil: l’Italia sta alla Germania come la UE sta a Usa e Cina, con i loro giganti dell’innovazione.

Questi, per vie diverse, possono avere tutta l’innovazione radicale che vogliono, come hanno mostrato “in grande” quando Google ha acquisito YouTube, quando Facebook ha comprato WhatsApp e poi Instagram e, di recente, Microsoft ha acquistato la società di cloud Nuance a 19,7 miliardi di dollari, a cinque anni dall’altra grande acquisizione, LinkedIn per 26 miliardi.

Su scala globale, il ritardo tecnologico della UE rappresenta un declino strutturale duraturo in termini di protagonismo tecnologico? O, piuttosto, è dovuto a élite europee che non hanno finora colto il nocciolo della questione? Esso consiste nel cambiare passo in modo condiviso, integrando nuove tecnologie, svolta green e salute, e avendo qualche ambizione in più nella corsa comune di tutti i Paesi membri per creare una sovranità digitale del Vecchio Continente. La ragione forse è qui: continuiamo a chiamarci Vecchio Continente, incapaci, come siamo, di fondarne uno nuovo. Per cambiare strada, per uscire dal conformismo dei piccoli passi, è il decision making intergovernativo tra gli Stati membri a dover essere rimpiazzato dando maggiori poteri alla politica europea, cioè al Parlamento e alla Commissione europei.

L’Unione come entità intergovernativa non funziona in modo efficiente, anche in termini di democrazia rappresentativa: subisce i vincoli dei poteri di veto di Stati nazionali, spesso con interessi divergenti tra loro. La conseguente farraginosità del decision making Uem spiega in parte il ritardo tecnologico, la svolta tardiva green, la vulnerabilità dei sistemi della salute e della prevenzione europei ai tempi straordinari pandemici. Continuando a procedere per piccoli passi, i Paesi della UE rischiano di finire come Gengè in Uno, nessuno e centomila di Pirandello: seguitando a considerarsi un coacervo di identità nazionali per cui ogni Stato si distingue nel relazionarsi agli altri, rischia di annullarsi come potenza globale.

L’Europa non solo ha eclissato la sua immagine di continente guida, che i suoi Stati nazionali avevano consolidato per oltre tre secoli fino a metà del Novecento, ma non ha saputo creare una sua autonomia strategica nel mondo globale. La pandemia di Covid-19 lo ha confermato: niente sovranità digitale e tecnologica europea, anzi dipendenza strutturale dagli Stati Uniti, a esempio, in quanto a piattaforme digitali e a infrastrutture di telecomunicazione. In ombra su produzione e distribuzione dei vaccini, la UE si è scoperta anche priva di una grande infrastruttura sanitaria di ricerca virale ed epidemiologica, che, ad esempio, le avrebbe consentito di adottare un unico protocollo di risposta rispetto all’insorgenza pandemica. Le campagne vaccinali hanno evidenziato la fragilità della ricerca europea in campo biomedico per via di un mercato controllato dagli oligopoli del farmaco (Florio 2020). La sfida sanitaria, comunque, è stata raccolta dai vertici dell’Unione che hanno proposto di creare un’Agenzia europea per la ricerca e lo sviluppo avanzati in campo biomedico (simile a quella Usa) e di rafforzare l’Agenzia europea per i medicinali e il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie.

Se a questi primi passi importanti nei propositi dei vertici europei a trazione femminile e tedesca (Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Christine Lagarde) si aggiunge l’obiettivo più volte ribadito dell’introduzione di un salario minimo – sia attraverso contratti collettivi o per via legislativa – non si può non apprezzare l’avvento di un nuovo corso nella UE, improntato al rinnovamento della sua economia sociale di mercato.

Alla fine, nonostante il senso d’impotenza e di spaesamento che ha colpito tutti, come non riconoscere che i popoli europei, da Sud a Nord, hanno dimostrato una grande dignità umana nel contrasto alla forza cieca del virus? Questo, unito alle volontà dei vertici europei, fa sperare che l’incertezza comune vissuta con la Covid-19 ridefinisca l’identità europea (green, digitale e ricerca biomedica) e spinga la UE a compiere qualche passo avanti verso una più stretta cooperazione e integrazione, come premessa alla creazione di un’autonomia strategica continentale. A braccia aperte aspettiamo una maggior unificazione europea, ma, tra tante tensioni e inerzie, non pioverà dal cielo.

da “La vita verosimile. La dissolvenza della verità dallo smartphone al metaverso”, di Carlo Carboni, Luiss University Press, 2022, pagine 174, euro 16

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