L’uso dei migranti è diventato uno strumento, diciamo gentilmente, di politica estera.
In una sola frase, Mario Draghi, senza sprecare un aggettivo, o forzare l’actio della voce di un semitono, centra il cuore di una questione che tocca, o dovrebbe toccare, i cuori di tutti. Perché i sogni di un bimbo di un anno, anche se non sa esprimerli, sono sacri. Come sono inviolabili i suoi diritti, anche se non può lottare per difenderli.
Morire in un bosco bielorusso, con un blocco pungente di neve ghiacciata e sterpaglie marcite a fare da giaciglio, è inammissibile, inconciliabile con l’affermazione, e ogni possibile declinazione, del concetto di civiltà. Retorica? Dipende dai punti di vista. Le cronache non hanno consegnato alla storia nemmeno il nome del piccolo siriano rimasto accampato quarantacinque giorni al freddo e al gelo, prima di finire i suoi pochissimi giorni assiderato, assassinato dal gelo e dalla fame.
L’hanno trovato i volontari di una ONG polacca: il padre aveva una lesione a braccio, la madre una ferita da arma da taglio alla gamba. Quei genitori, come altre migliaia di profughi, avevano affrontato un viaggio estenuante anche per un decatleta al massimo della forma, per offrire a sé stessi, e soprattutto ai propri figli, l’idea di una vita nuova, diversa, ovviamente migliore.
Una speranza, un sogno – spesso le categorie tendono a sovrapporsi, in generale, ma soprattutto quando la disperazione offusca l’orizzonte e la miseria taglia le gambe – cui immolare tutto: i pochi denari risparmiati in decenni di fatica, gli affetti e le amicizie abbandonati in villaggi lontanissimi, le tradizioni e i piccoli riti quotidiani che qualificano anche la condizione umana più misera.
Migliaia di famiglie che hanno giocato d’azzardo contro la morte perché volevano entrare in Europa, attraverso il confine polacco, ed esserne accolti. Hanno ripercorso la rotta balcanica, già chiusa anni fa dalla Turchia, cercando una smagliatura in una rete di filo spinato: una barriera fisica, ma soprattutto politica.
Strumentalizzati contro il vero tallone d’Achille dell’Unione europea, ovvero l’emergere degli egoismi nazionali nella gestione delle politiche migratorie, che si tramuta in incapacità di trovare una linea comune, un compromesso decente. Di esprimere un’azione politica responsabile, all’altezza dei valori di solidarietà, umanità e rispetto della sponda più antica, e colta, dell’Occidente.
«È straziante vedere un bambino morire di freddo alle porte dell’Europa. Lo sfruttamento dei migranti e dei richiedenti asilo deve finire» ha scritto aveva scritto su Twitter il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.
Sono passati sei anni da quando la foto di un altro bimbo siriano fece il giro del mondo. Un’istantanea scattata sul bagnasciuga di una spiaggia nell’isola di Bodrum, in Turchia.
Era il 2 settembre del 2015. Aylan Kurdi aveva tre anni. La maglietta rossa, il corpicino immobile, supino, accarezzato dal frangere lieve delle onde ha suscitato un’ondata planetaria di sdegno e commozione. I suoi familiari speravano di arrivare a Vancouver, per ricongiungersi con la parte della famiglia che ce l’aveva fatta, a vivere un’altra vita. Aylan, invece, il Canada non l’avrebbe visto mai: è affogato a poche centinaia di metri dalla riva. Nel gommone di cinque metri su cui era salito erano stipate venti persone.
Per quattro posti su quella trappola mortale, capovoltasi durante una notte di fine estate, i suoi genitori avevano pagato 5.860 dollari.
Durante l’ultimo decennio, milioni di persone sono partite da luoghi, per chi guarda il mondo con occhi europei o più in generale occidentali, non facili da localizzare sulla carta geografica. Hanno attraversato i mari alla ricerca di un approdo nei Paesi dell’Europa mediterranea, sognando un tepore climatico e civile che allontanasse dalla memoria violenze e traumi: siccità, squadroni paramilitari, dittature sanguinarie, epidemie sradicate nel resto del mondo.
Non tutti hanno la possibilità, o il diritto, di affrontare una sola paura per volta.
Per molti “migranti economici”, si tratta di scegliere tra forme di terrore alternativo. Morire, o veder morire i propri figli di fame, accettare senza alternative che la propria moglie, o compagna, venga violata da gruppi armati, essere giustiziati senza processo perché accusati di qualsiasi cosa non dimostrata, o semplicemente perché si appartiene a un’etnia di minoranza o si venera il dio sbagliato. Oppure, invece, optare per l’unica alternativa: scegliere di salire su un barcone malandato che fa paura – ecco che torna, la parola – soltanto a guardarlo, e cercare, se non una nuova vita, almeno di allungarne l’aspettativa e la qualità.
Il paradosso è qui: per moltissimi di questi portatori di speranza, invece, la vita si è spezzata, dopo pochi giorni, o addirittura ore, travolta dalle onde nel buio.
Osservando lo stato delle cose oggi, all’inizio del 2022, si può affermare con malinconico realismo che l’Unione europea, nella sua storia recente, non abbia saputo produrre una risposta credibile, e dignitosa, a uno dei drammi più giganteschi della nostra contemporaneità. Una tragedia umanitaria, e una questione politica, destinate ad accompagnare, e condizionare in modo sempre più vistoso, il divenire del Ventunesimo secolo.
A dispetto di molti tentativi – alcuni generosi e onesti, altri intelligenti e potenzialmente praticabili, ma nessuno andato in porto – rimane un fatto: la questione migratoria è una delle variabili più sensibili nei processi di determinazione del consenso.
Nei 27 Stati europei, in cui le forze politiche vivono ormai in una dinamica di permanent campaign, la gestione dei flussi migratori all’interno dei confini nazionali e la posizione espressa nello spazio pubblico europeo possono mutare il gradimento potenziale dell’opinione pubblica e dell’insieme dei cittadini elettori.
A questo si aggiunge che ogni decisione strategica presa dall’Unione europea deve essere votata all’unanimità (e qui si riapre con forza il tema della cosiddetta cooperazione rafforzata, che implica la possibilità di superare i veti dei singoli Stati con maggioranze qualificate), in seno al Consiglio europeo.
Il risultato è che quell’impasto virtuoso e necessario di “responsabilità” e “solidarietà” che da molti, troppi anni, fiorisce nelle dichiarazioni dei leader di governo o di partito non si è mai realizzato. Bambini, donne e uomini hanno continuato a morire tra un veto politico e l’altro. I faticosi compromessi sulla redistribuzione hanno partorito numeri risibili. E i Paesi di primo approdo, tra cui l’Italia, al di là dei molti attestati di solidarietà e altrettanti impegni a condividere l’onere dell’accoglienza, continuano a portare sulle spalle gran parte di un peso enorme, dal punto di vista etico, emotivo, valoriale, e appunto politico.
L’ennesimo naufragio si compie nel giorno in cui Ursula von der Leyen, Charles Michel, e l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, Josep Borrell, annunciano nuove sanzioni contro la Bielorussia di Aljaksandr Lukaschenko. Sanzioni dirette non solo agli oligarchi del regime, ma anche a soggetti giuridici responsabili del contrabbando e del traffico di esseri umani: una blacklist che include società di trasporto aereo, marittimo, o via terra, che sfruttano la disperazione e lucrano sui viaggi della speranza.
Oggettivamente è una buona notizia. O, più semplicemente, è una notizia.
Ma poche ore dopo, di notizia ne arriva un’altra. Spaventosa. Almeno trenta persone sono morte nel Canale della Manica. Partite da Calais, cercavano di raggiungere le coste della Gran Bretagna, ma il gommone su cui viaggiavano si è capovolto nelle acque gelide di fine novembre.
L’ennesima replica dello stesso tragico copione. Si riferisce laconicamente che le ricerche dei dispersi continuino.
Tra le vittime si contano una donna incinta e tre minori. Boris Johnson si dice profondamente rattristato, Macron promette che la Manica non diventerà un cimitero, Michel, via Twitter, esprime le sue più sincere condoglianze alle famiglie e agli amici delle vittime. Tutti concordano sulla necessità di una maggiore cooperazione, per dare un giro di vite al business criminale dei trafficanti di esseri umani, che giocano con la vita di persone vulnerabili. Come già scritto, on connaît la chanson.
Tre giorni dopo, però, il premier britannico chiede formalmente al presidente della Repubblica francese di rimpatriare i migranti che sono riusciti a sbarcare sul suolo britannico, per disincentivare le partenze. Una richiesta tutt’altro che ben accolta: l’incontro, già fissato, tra i ministri degli Interni dei due Paesi viene annullato seduta stante.
Ora, cercando per un attimo di astrarsi dall’aspetto umano, e umanitario, di una tragedia che continuerà, nei prossimi anni, a mietere vittime innocenti, è indiscutibile che la questione migratoria sia la vicenda diplomatica più complessa del nostro tempo.
Torniamo alle parole di Draghi sugli accampamenti di rifugiati nei boschi maledetti della Bielorussia, al confine con la Polonia: l’uso e la gestione dei flussi migratori come strumento di politica estera. Il cuore del problema, appunto. Provando a riannodare le fila di una battaglia politica a altissima tensione, attraverso la successione delle dichiarazioni dei moltissimi attori protagonisti, emergono prepotentemente la debolezza dell’assunto – la relazione paradigmatica tra solidarietà e responsabilità – e la potenza distruttiva degli attriti.
Borrell, a nome dell’Unione europea, dichiara che Minsk «non può essere la porta dell’Europa» ma allo stesso tempo accusa Mosca di proteggere il regime bielorusso a spada tratta, altrimenti «Lukaschenko non potrebbe fare quello che sta facendo».
Putin nega qualsiasi coinvolgimento della Russia e spiega che il problema dei rifugiati al confine con la Polonia è un affare di cui si devono occupare la polizia e i servizi di sicurezza dei Paesi dell’Unione, perché le organizzazioni di criminali che sfruttano i migranti nascono e proliferano in Europa. Il segretario di Stato americano Anthony Blinken si dice molto preoccupato dall’atteggiamento del Cremlino e paventa un pericoloso irrigidimento dei rapporti con gli Stati Uniti.
La Polonia dichiara, con il suo ministro degli Interni, che entro la prima metà del 2022 sarà ultimata la costruzione di un muro a difesa dei confini esterni del Paese, lungo 180 chilometri e alto 5 metri.
Nel frattempo, la Commissione europea annuncia lo stanziamento di 6,4 miliardi di euro per la gestione delle frontiere, ma chiarisce che né quel denaro, né qualsiasi altra voce di spesa imputabile al bilancio europeo, potranno mai essere utilizzati per costruire barriere.
Il nuovo cancelliere austriaco Schallenberg non è affatto d’accordo e propone di finanziare i muri antimigranti proprio con i fondi europei.
Charles Michel vola a Varsavia per incontrare il premier polacco Mateusz Morawiecki e, in conferenza stampa, apre (abbastanza clamorosamente) alla possibilità di farlo, ovviamente dopo un’attenta discussione tra capi di Stato e di governo nella sede opportuna, cioè il Consiglio europeo.
Ursula von der Leyen esclude a priori l’ipotesi, ma comprende la difficoltà degli Stati membri colpiti dalla crisi: Polonia, ma anche Lituania e Lettonia.
Lukashenko ricorda i tre miliardi di euro (e l’impegno ad aggiungerne altri tre…) versati dall’Unione europea alla Turchia per chiudere la rotta balcanica e sottolinea che la Bielorussia può essere una porta per la Polonia: a sua volta il portone principale per entrare in Germania…
E mentre gli inciampi e le esitazioni della politica proseguono in modo indecoroso, le immagini dei migranti assiderati che cercano una apertura nel filo spinato, fanno il giro del mondo. E di molte coscienze.
da “Verso casa. Il lungo viaggio dell’Europa per ritrovare sé stessa“, di Donato Bendicenti, Luiss University Press, 2022, pagine 152, euro 15
